Il sacrificio: la montagna da scalare per raggiungere la vetta del successo

La parola che analizziamo oggi è la parola “sacrificio”. Dal latino “sacrificium”, composto di “sacrum”, “rito sacro”, e “ficium” (dallo stesso tema di “facěre”) ossia “fare”. Letteralmente, dunque, significa “compiere un rito sacro” e quindi offrire in dono a qualcuno, ed in particolare ad una divinità, un determinato bene e soprattutto un animale. Nell’antichità era una pratica molto diffusa e basata sulla necessità di soddisfare un bisogno, una richiesta o di rispettare un obbligo verso quel dio. Il sacrificio rappresenta, essenzialmente, una privazione che però, oltre alla valenza religiosa, trova ampio spazio nella nostra vita quotidiana. A seconda dei casi, esso può essere fatto per noi stessi o per gli altri ed è spesso originato dal voler arrecare beneficio, aiuto, sollievo o dal tentare di raggiungere un obiettivo o un traguardo. Ragioniamo, allora, su questa distinzione: sacrificarsi per noi stessi o per gli altri.

Sacrificarsi per gli altri vuol dire essere disposti a fare qualcosa che, magari, in circostanze normali non avremmo fatto. Compiamo un determinato gesto solo per agevolare o aiutare una persona che ha bisogno di un aiuto. È sinonimo di cura, affetto e considerazione nei suoi confronti. Chi si sacrifica lo fa al solo scopo di arrecare giovamento e di fare in modo che il destinatario di quell’azione si trovi ad affrontare una situazione in maniera differente e più semplice. Ci si può sacrificare accollandosi ulteriori impegni, rinunciando a qualcosa o facendo ciò che non ci compete e lo si fa senza indugi o perplessità, in quanto la motivazione è più importante del resto. Si tratta di un atto che avviene spontaneamente, senza la necessità che ci venga detto o chiesto, perché sappiamo che in quel momento è la cosa più giusta da fare.

Sacrificarsi per noi stessi, invece, assume dei risvolti differenti. Quando ci troviamo di fronte ad una rinuncia, siamo tentati maggiormente di fare comunque quella determinata cosa o di comportarci normalmente. Può capitare tante volte di doversi sacrificare e di non essere convinti di volerlo fare. C’è differenza, quindi, tra l’agire per noi stessi o per gli altri. Paradossalmente, forse, nei confronti di chi ci circonda siamo più convinti e motivati dall’altruismo o dall’affetto che ci lega ad essi. Con noi stessi, invece, tendiamo ad essere più remissivi e a lasciar correre senza essere decisi come dovremmo. Magari vorremmo ottenere il risultato in modo più facile oppure siamo condizionati dall’idea che difficilmente quell’obiettivo verrà raggiunto e siamo così meno motivati ad impegnarci fino in fondo. Ci lasciamo influenzare da circostanze, pareri altrui o difficoltà che possiamo trovare lungo il cammino e siamo portati a gettare la spugna più facilmente.

Ovviamente, per ottenere certi traguardi il sacrificio rappresenta la base da cui partire. Non esiste futuro radioso, obiettivo raggiunto o sogno realizzato senza il sacrificio. Chi millanta una vita ricca di successi percorrendo strade secondarie, non farà altro che indicare un percorso destinato a condurci in un vicolo cieco. Come è possibile arrivare in cima ad una montagna senza prima averla scalata? Come si può pensare di ottenere un buon raccolto senza faticare nei campi giorno e notte? E soprattutto, come si può capire concretamente il valore di ciò che abbiamo non avendo vissuto personalmente le fatiche quotidiane per ottenerlo? Semplicemente, non è possibile. Dobbiamo avere la determinazione e la tenacia di non farci sopraffare dalla complessità del risultato e capire che è solo il sacrificio della notte che ci farà assistere all’alba radiosa del futuro. Ed è solo con il calore dell’impegno e della perseveranza che potremo tenere vivo il fuoco della speranza e del nostro avvenire.

Luciano Goglia

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