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L'arte ci rende immortali

I Fiordalisi – Le interviste

I Fiordalisi inaugurano oggi il nuovo spazio “Le interviste” che, in sei appuntamenti, ci terrà compagnia da ottobre a luglio.

“Le interviste” nasce dall’idea di conoscere meglio i poeti del panorama contemporaneo, facendo due chiacchiere con loro e su di loro. Nessun intento di spiegare la loro poetica attraverso dettagli biografici, né un pour parler fine a se stesso; piuttosto, la voglia di sentire voci che credono nella poesia e dentro la loro vita l’hanno avvolta.

Apriamo con la compostezza fiera di Eleonora Rimolo e ascoltiamo le sue parole, intense e misurate.

 

Cara Eleonora, prima di raccontarci qualcosa della tua ultima raccolta, La terra originale, da poco uscita per la Gialla – Pordenonelegge di Lieto Colle, vorrei che ci accompagnassi nel viaggio umano, prima che professionale, che ti ha portato a varcare le porte della Poesia. Quanto c’è di Eleonora-persona e quanto di Eleonora-poeta in quello che scrivi?

Molto poco di Eleonora-persona, un po’ di più di Eleonora-poeta. Il personaggio e il poeta narrante non dovrebbero interagire troppo, o meglio dovrebbero farlo in maniera equilibrata per non rischiare di sovrapporsi e confondersi: questo perché un vero personaggio non è mai qualcosa di esclusivamente autobiografico, o l’impronta ricavata da un inventario privato della realtà; semmai esso è il veicolo, come avevano già sostenuto Freud e Thibaudet, Bachtin e Debenedetti, per mezzo del quale il passato, l’esperienza vissuta, il proprio stesso io empirico riescono ad aprire di nuovo la porta al caos, al divenire, all’universo dei possibili in cui ogni lettore può e deve riconoscersi e ritrovarsi.

Oltre alle suggestioni che certamente ti deriveranno dalla lettura di altri autori, considerata anche la professione che svolgi (Eleonora è dottoranda in Studi Letterari presso l’Università di Salerno e direttore editoriale presso Atelier n.d.r.), quali sono le ulteriori fonti di ispirazione che influiscono sul tuo processo creativo?

Tutta la realtà e le sue esperienze collettive, in particolare: la cronaca, la casualità degli eventi, la psiche, l’ambiguità e la flessibilità dei sentimenti umani.

La vita dei poeti o di chi, comunque, vive a ridosso dell’universo poetico sembra sempre avvolta da astrattezza e schemi ciondolanti; vuoi descriverci, invece, la concretezza di una tua giornata tipo?

Lavoro, lettura, affetti, cibo, sonno: tutto mescolato in maniera spesso incoerente e incostante.

I percorsi fruttiferi, in qualsiasi ambito, hanno sempre una parte di merito e una di fortuna: in cosa, fino a questo momento, ti definiresti baciata dalla buona sorte e dove, al contrario, non puoi che ringraziare te stessa?

 La dea della fortuna è bendata, e io non ho una vista acuta, di conseguenza ci incontriamo raramente. In ogni caso, credo che il percorso più o meno riuscito di un’opera non sia tanto legato alla fortuna o all’impegno, quanto a una capacità di intercettare ciò che risulta credibile e valido in quel determinato tempo. Sono figlia della mia epoca e cerco sempre di guardarla contemporaneamente dall’esterno e dall’interno, così da poterne cogliere quante più sfumature possibili.

Ogni pubblicazione porta con sé il raggiungimento di un nuovo stadio, sia dal punto di vista di crescita o cambiamento interiore, sia per quanto concerne l’evoluzione nello scrivere in versi: qual è il traguardo che ti sembra di aver tagliato con La terra originale e quale lo scarto rispetto a Temeraria Gioia (Ladolfi Editore 2016), la tua precedente raccolta?

Rispetto a Temeraria gioia, La terra originale ha una impostazione sintattica e linguistica con uno scarto minore rispetto alla comunicazione standard ma evita i picchi di letterarietà, le costruzioni troppo ampollose e complesse, insomma quella verticalità fine a se stessa che toglie potenza all’immagine immediata, all’aderenza piena con la realtà. Ovviamente rimango dell’idea che al nuovo si arrivi attraverso un completo assorbimento e una successiva rielaborazione originale dell’antico, del classico, ma credo di aver raggiunto uno stile più personale ed equilibrato. Le tematiche affrontate sono poi diverse, e partono da assunti opposti.

La poesia, come ogni forma d’arte, appena lasciate le mani dell’autore, viene afferrata da quelle del pubblico: non tutte sono adatte a coglierla, eppure tutte hanno lo stesso diritto di presa. Da una sola opera dipartono così interpretazioni ed emozioni differenti, tante quante sono le persone che ne daranno lettura.

Ho letto con grande attenzione e cura La terra originale e quello che ho trovato è stato il rafforzamento di una tua grande capacità, che già avevo scorto in Temeraria gioia e che qui mi pare divenuta ancora più marcata e che rappresenta, a mio avviso, il tuo tratto stilistico dominante: mi riferisco alla compostezza formale e alla misura del verso, perfettamente cadenzato e composto, in ottimo contrasto con l’intensità e il vigore del contenuto che non straripa mai, avvolto ai confini dal margine della parola. Anche Giancarlo Pontiggia, tuo prefatore, sottolinea questi aspetti di labor limae e di ponderata ricerca formale, unite alla prepotenza emotiva del messaggio.

In virtù di queste considerazioni, queste sono le due poesie che ho scelto come simbolo personale de La terra originale: vorrei che ci parlassi di questi componimenti nello specifico e da qui del senso generale della tua opera.

 

La terra originale, Lieto Colle 2018

 

Rispondendo sempre ad una sete

mi attardavo, era il tuo l’ultimo profilo

inarrestabile, mentre ad uno ad uno

si spegnevano i vicoli e moriva

l’autofficina. Pochi ragazzi e alcuni

operai si nascondevano nelle cucine,

idratavano la gola, poi si concedevano

ore di fantasia, annegavano al telefono

e fuori un altro secolo, un’altra storia,

la preistoria delle voci senza lingua,

senza bugia, la destra immacolata.

 

 

Sono rimasta dove mi hai posato

mai spostata oltre la linea di contorno

di là della cinta muraria che protegge

i segreti dei vicini. Litigano nel buio,

le loro colpe conquistano l’appartamento

con un movimento sottinteso, inutile:

nell’intervallo tra una risposta e l’altra

gli affetti sono in erosione, la lesione

si apre in un fiore ostinato a riprodursi.

Spio il detto, il non detto; la vita

in granuli è spaventosa, la paura

di assumerla mi spinge a vomitarla,

spegne i circuiti minimi dell’esserci

dentro le pozze fredde delle tue guance.

 

Il primo testo tenta di fotografare una sera d’autunno, in cui tutti, avviliti dai primi freddi, tornano alle case dopo aver terminato il loro lavoro; il secondo testo invece descrive una situazione domestica spiacevole: una discussione accesa dei vicini in piena notte interrompeva il mio sonno e mi restituiva un senso di nausea violenta. La terra originale, in particolare, parla di un percorso che giunge – o dovrebbe giungere – al territorio in cui si parla la lingua degli affetti, cioè alla nostra Heimat, in cui si alternano la volontà e il desiderio di ricongiungerci al “nostro” posto nel mondo.

La raccolta è infatti divisa in due sezioni, che tentano di tracciare il percorso poetico di due funzioni psicologiche molto complesse quali ‘volontà’ e ‘desiderio’. La sezione dedicata alla volontà ha il titolo di “Viaggi”, dal momento che la volontà permette la messa in atto di qualunque cosa che esiste in potenza nella spazialità psichica, ed è la sorgente di ogni movimento e di ogni decisione. La sezione dedicata al desiderio, invece, si intitola “La notte più lunga dell’anno”, perché il desiderio è l’oscura forza di attrazione verso tutto ciò che è “non-Io”: esso ci rende ciechi finché non ci appropriamo dell’oggetto bramato. Durante l’alternanza spesso nevrotica di queste due funzioni, l’uomo si aggrappa alle cose e cerca di risolvere la propria esistenza sempre insoddisfacente nei traffici della vita quotidiana, nel mero possesso e godimento dei beni. Nessuno insomma si sente davvero a casa propria nel mondo, non possediamo mai una dimora permanente e probabilmente non ce n’è stata costruita un’altra lassù: da questa tensione irrisolta nasce la possibilità di poter trovare casa dappertutto, di poter dare un senso nuovo all’ “abitare”. Ecco dunque che il titolo della raccolta racchiude in sé (o almeno cerca di farlo) queste trazioni in un tentativo di sintesi espressiva, proponendo una “traduzione” laterale, poetica, del termine Heimat, di cui non esiste un corrispettivo nelle lingue neolatine (ma solo in quelle slave).

Adesso, com’è giusto, il percorso inverso: scegli tu una poesia dalla tua ultima raccolta che, secondo te, la rappresenta a pieno e descrivicela, con quella consapevolezza e intenzione che solo l’autore può vantare di avere.

L’arancio violento mescolato nel fuoco

fuma profuma di morte la stanza

ed io caduto fuori dalla vita non ho

ancora imparato a rialzarmi, sempre

in posizione orizzontale mi sforzo

di ricordare il primo giorno – quanto

avrò gridato, pianto, protestato?

Questo è un testo di resa: l’ho scritto durante un momento di profonda immobilità. Spesso, quando ci si sente prigionieri di se stessi e del proprio corpo, si torna ad una dimensione fetale, dove lo spazio di azione era minimo quanto confortevole. Poi arriva la vita. Che atterrisce, che spinge al grido.

Oltre alla poesia, quali sono gli altri grandi amori di Eleonora?

 La mia terra.

 Ti chiedo di salutarci con una frase, tua o di altri, che equivale alla tua firma: parole, insomma, che potrebbero leggersi Eleonora Rimolo.

“Dormivi. Ti sveglio.

Il gran mattino reca l’illusione di un inizio.”

E’ l’incipit di un testo di Borges.

 

Eleonora Rimolo (Salerno, 1991), laureata in Lettere Classiche e in Filologia Moderna, è dottoranda in Studi Letterari presso l’Università di Salerno. Ha pubblicato il romanzo epistolare Amare le parole (Lite Editions, 2013) e le raccolte poetiche Dell’assenza e della presenza (Matisklo, 2013), La resa dei giorni (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi) e Temeraria gioia (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva). “La terra originale” è il suo ultimo libro di poesie, in uscita per la collana Gialla di Pordenonelegge-Lietocolle, con prefazione di Giancarlo Pontiggia. Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio Ossi di seppia (Taggia, 2017). È Direttore per la sezione online della rivista Atelier.  [Ph. Daniele Ferroni]
Alessandra Corbetta
(guarda anche l’uscita precedente)

Autore

Alessandra Corbetta
Alessandra Corbetta
Alessandra Corbetta è nata a Erba il 4 dicembre 1988. È dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media e, in Social Media Communication, ha conseguito anche un master; è stata responsabile web e Social Media Director de La Casa della Poesia di Como, per la quale ha creato anche il sito www.lacasadellapoesiadicomo.com e con la quale continua a collaborare come Web Assistant e Content Writer e nell’organizzazione di reading ed eventi poetici, tra cui il Festival Europa in Versi.
Ha scritto per la rivista culturale Alfabeta2.
Per Flower-ed ha pubblicato la monografia poetica “L’amore non ha via” e per Silele Edizioni il romanzo “Oltre Enrico (Cronistoria di un Amore sul finale)”.
Scrive di poesia e cultura per il blog Tanti Pensieri e di New Media e società per il giornale online Gli Stati Generali. Per il blog Menti Sommerse dirige la rubrica poetica “I Fiordalisi”. Ha vinto e ricevuto segnalazioni di merito a diversi concorsi poetici, tra cui il premio della critica a “Ossi di seppia”.
Per Lieto Colle è uscita nel 2017 la raccolta di poesie “Essere gli altri”.

Tutta la sua attività scientifica e poetica è disponibile sul sito web http://www.alessandracorbetta.net

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