MentiSommerse.it

L'arte ci rende immortali

Blackkklansman: le cattive credenze che ci minacciano

Questa settimana, tra i numerosi titoli in sala, quello che sicuramente mi ha colpita di più è stato “Blackkklansman” di Spike Lee.

Il film, presentato allo scorso festival di Cannes, aveva già da allora catturato la mia attenzione: si tratta della storia di Ron Stallworth, poliziotto di colore che riesce ad infiltrarsi nel Ku Klux Klan. Insomma, c’è da ammettere che è una premessa davvero niente male, che riuscirebbe a stuzzicare la curiosità di chiunque.

Nel film tratto dal libro scritto dal vero Ron Stallworth, ci troviamo in Colorado dove il giovane protagonista interpretato da John David Washington (figlio del più famoso Danzel) fa richiesta di entrare nel corpo di polizia locale, dove viene accettato e subito incaricato di indagare durante un incontro della comunità universitaria afroamericana con il leader Stokely Carmichael: le sue parole che spronano i giovani di colore all’autodeterminazione toccano profondamente Ron, che prima di allora non aveva mai dato molto peso alla cultura determinata dalla sua appartenenza etnica, a tal punto da convincerlo ad infiltrarsi e smascherare il gruppo del Ku Klux Klan locale.

Ovviamente però c’è un enorme problema logistico: visto il colore della sua pelle, Ron potrà occuparsi del caso solo al telefono, ma avrà bisogno di un complice per quando l’organizzazione vorrà incontrarlo di persona. Questo complice è Flip Zimmerman (Adam Driver), collega di origine ebrea di Ron e che per questo non ha remore nel condurre un’indagine contro un’organizzazione razzista.

“Blackkklansman” ha uno stampo tipicamente americano e tratta una questione che, apparentemente, non ci tocca da vicino.

Sebbene possiamo credere che la lotta per l’emancipazione degli afroamericani che continua ancora oggi sia una questione ben lontana da noi perché non fa parte della nostra cultura, sulla quale possiamo informarci ma che non riusciremmo mai a capire fino in fondo perché non possiamo viverlo sulla nostra pelle, è fondamentale sapere che la questione principale che “Blackkklansman” affronta non è semplicemente quella afroamericana: il vero fulcro del film è un altro, più profondo e di gran lunga più esteso.

È il razzismo in generale il vero punto focale del film, nascosto dietro i lampanti esempi degli afroamericani e del Ku Klux Klan: il messaggio del film quindi si amplia e così fa anche il suo destinatario che non per forza deve conoscere a fondo la cultura americana per comprendere nella sua pienezza un tema che, purtroppo, è universale.

“Blackkklansman” è, infatti, una vera e propria denuncia al razzismo che non scade mai nella retorica, ma anzi lo affronta in modo diverso e non convenzionale, proprio come ci si aspetta da un maestro come Spike Lee. L’ironia e l’umorismo usati dai protagonisti in risposta alle stupide convinzioni razziste che sfoggiano i membri dell’organizzazione le spogliano di qualsiasi valore è stato loro attribuito, mostrando quanto esse siano fragili.

Il film fa anche una chiara fotografia della tipologia di persone che credono e supportano la teoria della supremazia dei bianchi.

Chiunque pensi al Ku Klux Klan è portato a credere che i membri di una società segreta che gode di tale fama debbano appartenere ad uno status sociale importante e che vale la pena di proteggere con l’anonimato: insomma, una specie di “Illuminati“, ma col pallino della razza pura. Il film fa praticamente crollare questa credenza, perché il gruppetto nel quale Zimmerman e Stallworth si insinuano vede come membri, a parte qualche rara eccezione, persone maldestre e decisamente poco erudite che possano le giornate a bere birra, parlare della purezza della razza e sparare contro sagome a forma di persone di colore e che più di ogni altra cosa ripetono come un mantra slogan come “White Power” o “America First“, che ricordano spaventosamente i più recenti “Make America Great Again“, ma anche il più familiare “Prima gli italiani“.

In conclusione, sebbene “Blackkklansman” non sarà sicuramente ricordato come il capolavoro di Spike Lee, ci troviamo davanti ad un film che andrebbe visto a prescindere dalla propria nazionalità, perché tutti devono capire che siamo ad un passo dal lasciare il nostro mondo in mano a gente maldestra e che crede nei valori sbagliati, personificati al meglio in questo film dai discutibili individui sostenitori di quel tipo di organizzazione.

 

 

Emiliana D’Agostino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *