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L'arte ci rende immortali

L’amore ai tempi del colera: cronaca di una passione inestinguibile

 

E ha dovuto cambiare via perché la gente non vedesse le sue lacrime che non poteva più nascondere, perché queste lacrime non erano di quella notte, erano di tante altre: quelle che portava attraverso la gola per cinquanta uno anni, nove mesi e quattro giorni….

 

Omnia vincit Amor

Sono passati trentatré anni dalla pubblicazione dell’epopea romantica del Premio Nobel Gabriel García Márquez “L’amore ai tempi del colera” (El amor en los tiempos del cólera) e se tale distanza temporale ci sembra decisamente abbondante (i cambiamenti storici, tecnologici e di costume sono a tal punto impressionanti da farci sembrare il 1985 un’eternità fa), a maggior ragione ci apparirà incredibile ed eccezionale la resistenza dell’amore narrato dall’autore colombiano in questo toccante romanzo (adattato per lo schermo da Mike Newell nel 2007). Se però tale persistenza è facilmente riducibile all’ennesima variante del motto virgiliano “Omnia vincit Amor: et nos cedamus Amori” (Ecl. X 69), il prezzo da pagare per un amore così instancabile e ossessivo (frutto di un’idealizzazione letteraria dell’amore stesso?) non può che essere un graduale deterioramento dell’anima, la cui innocenza è compromessa da un titanismo genuinamente romantico, un agonismo irrisolto che porta già in sé la promessa della sconfitta.

Una lunga storia d’amore 

Stabilire il confine tra devozione e ossessione non è affatto semplice, soprattutto considerando l’esito della milizia d’amore, che fornisce spesso il discrimine tra passione malata (qualora l’innamorato venga costantemente respinto) e amore incondizionato (se la perseveranza dell’amante viene infine ricompensata). In effetti, l’amore di Florentino Ariza per Fermina Daza attraversa più di mezzo secolo (più o meno lo stesso intervallo di tempo che passa tra lo scoppio della prima guerra mondiale e l’assassinio di Kennedy, giusto per rendere l’idea), resistendo persino allo spettacolo del matrimonio, apparentemente felice, tra l’amata e il medico Juvenal Urbino, la cui razionalità e lucidità clinica si contrappone nettamente alla sfrenata passionalità del protagonista. La questione della devozione/ossessione, comunque, è facilmente risolvibile qualora si consideri l’amore, sempre e in ogni caso, una malattia, intesa come alterazione degli equilibri naturali (di cui l’epidemia di colera è il simbolo, considerata la doppia accezione collera/colera, parimenti espressa da cólera). Il discrimine tra devozione e ossessione risiederà allora negli effetti benefici garantiti dal suo appagamento o in quelli nefasti provocati dalla sua frustrazione.

Una malattia senza rimedio

Dal giorno in cui Fermina si lega al dottor Urbino, rompendo il suo rapporto epistolare con Florentino (liquidato come una fantasia senza speranza), il giovane promette in cuor suo che le rimarrà fedele e la aspetterà finché sarà necessario (ossia per l’intero arco di tempo compreso approssimativamente tra il 1880 e il 1930). Ma la vita è assai più prosaica della letteratura, e Florentino imparerà ad amare (almeno fisicamente) altre donne, pur rimanendo fedele, nel profondo del suo cuore, al desiderio di Fermina. Ci sarebbe perciò da chiedersi se l’eventuale ricompensa per la sua attesa basti a riscattare una vita intera di promiscuità senza valore (un prezzo che Florentino sarebbe comunque lieto di avere pagato), e soprattutto se tale successo possa essere garanzia di una mente sana. Il fatto è che l’attrazione esercitata dal suo idolo è talmente potente da spingere l’eroe a trascurare gli altri esseri umani, da usarli senza alcun riguardo, solo per lenire il dolore della sua solitaria attesa. Più che l’eventuale successo della sua passione, sarà una tragedia provocata dal suo egoistico struggimento a indicare la natura della sua condizione.

Amore e vecchiaia

Col trascorrere degli anni è inevitabile che il tema della vecchiaia, unito a quello della morte (che fa il suo ingresso fin dall’apertura del racconto), finisca per costituire una chiave di lettura dominante del romanzo: il trapasso percepito come sempre più imminente, il sempre più evidente deteriorarsi dei corpi spinge i protagonisti a considerazioni sulla propria esistenza. Notevole, soprattutto, è il contrasto tra la forza di un sentimento immortale e il venire meno dell’energia fisica che, in gioventù, faceva da supporto a tale sentimento. In una società che vorrebbe gli anziani timidi e asessuati, se non addirittura assenti (uno dei personaggi suggerisce persino la loro separazione dai giovani, perché non costituiscano un intralcio lungo la via del progresso), la prospettiva di una passione senile viene giudicata inappropriata, se non addirittura oscena, cosicché il peso del giudizio sociale rappresenta un’ulteriore barriera innalzata attorno all’inespugnabile Fermina. Eppure, sarà proprio lo spiraglio aperto dall’età più matura (ossia la vedovanza della donna) a ridestare la speranza dell’intrepido amante, deciso a compiere la sua mossa…

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