Calvino non gioca a dadi con l’universo

“Così decifrando il diario della melanconica (o felice?) collezionista di sabbia, sono arrivato a interrogarmi su cosa c’è scritto in quella sabbia di parole scritte che ho messo in fila nella mia vita, quella sabbia che adesso mi appare tanto lontana dalle spiagge e dai deserti del vivere. Forse fissando la sabbia come sabbia, le parole come parole, potremo avvicinarci a capire come e in che misura il mondo triturato ed eroso possa ancora trovarvi fondamento e modello.”

CALVINO E IL POSTMODERNISMO

Siamo nel 1969, ci avviamo alla fine di un secolo che per le arti in generale ha segnato svolte da cui non si può più tornare indietro, cambiando per sempre la nostra visione della creatività e della funzione della fantasia nella vita dell’uomo. Italo Calvino giunge alla fine di un processo iniziato con le Avanguardie primo novecentesche, proseguito dagli sperimentalismi più diversi, tra cui non possiamo dimenticare quelli di Sanguineti e del gruppo 63, e in questo marasma caotico di innovazione e scoperta assesta alla letteratura post-modernista un colpo decisivo con la pubblicazione de Il castello dei destini incrociati.

Il castello dei destini incrociati è tante cose e nessuna in assoluto: una raccolta di racconti fantastici, una riflessione cosmologica, una ricerca del senso della nostra vita, un manifesto meta-letterario che fa da summa di tutto il pensiero di Calvino sulla scrittura, ma potrebbe essere anche una raccolta di storie per la buonanotte. Eppure nessuna di queste etichette racchiude appieno il caos di intrecci che va a costituire l’arazzo di quest’opera.

Narrato in prima persona, perché il narratore, Calvino stesso, non può fare a meno di pensarsi come uno dei personaggi di quella grande trama dell’universo che è l’esistenza umana, l’opera comincia con l’arrivo del protagonista ad un castello medievale che facilmente potremmo trovare in qualsiasi narrazione fiabesca. Commensale tra commensali, viaggiatore tra viaggiatori, il protagonista si scopre muto e estremamente desideroso di raccontare la propria storia, come d’altra parte tutti i personaggi seduti al tavolo del grande castello. Ma l’unico modo che hanno di comunicare è quello di utilizzare un mazzo di tarocchi e così il gioco comincia.

“Prendemmo a spargere le carte sul tavolo, scoperte, come per imparare a riconoscerle, a dare loro il giusto valore nei giochi, o il vero significato nella lettura del destino. Eppure non sembrava che alcuno di noi avesse voglia d’iniziare una partita, e tanto meno di mettersi a interrogare l’avvenire, dato che d’ogni avvenire sembravamo svuotati, sospesi in un viaggio né terminato né da terminare.”

CALVINO E IL SENSO DELL’ESISTENZA

Sembra indispensabile notare che il numero di carte è limitato e che ognuno dei commensali dovrà utilizzare gli stessi tarocchi per raccontare storie radicalmente diverse: è qui che compare la polisemia di questi simboli, non assoluti, ma anzi relativi alla narrazione di ciascuno, sottoposti a interpretazioni anche opposte a seconda della mano che li dispone sul tavolo. Così il tarocco rappresentante il mondo viene letto da Astolfo (proprio lui, quello di Ariosto), come la città di Parigi, per Elena (ancora una volta proprio lei, quella di Omero) rappresenta invece la città di Troia assediata dagli Achei e nella storia di un altro personaggio lo stesso tarocco serve a indicare una città sotterranea, la città della Morte. Uno degli aspetti più particolari delle narrazioni di questi personaggi/viaggiatori è che ciascuna comincia dove un’altra finisce o a partire proprio da uno degli elementi della storia di coloro che lo hanno preceduto.

“La commozione di questo racconto non si era ancora dissipata, quando un altro dei commensali diede segno di voler dire la sua. Un passaggio, soprattutto, della storia del cavaliere, pareva aver attratto la sua attenzione, o meglio, uno degli affiancamenti casuali tra le carte delle due file […]”

 In questo modo Calvino mette in discussione non solo il linguaggio come strumento di comunicazione universalmente comprensibile, ma anche la solitudine di ciascun individuo nell’oceano del tempo. In primo luogo, i suoi personaggi devono escogitare un modo nuovo di comunicare, una volta perse le parole, perché di comunicare non possono fare a meno, sembra essere questo un aspetto imprescindibile della loro natura umana. E poi la storia di ciascuno si riflette in certi elementi della storia di un altro o li ribalta, andando comunque a creare un intricato labirinto di carte il cui disegno finale sfugge alla nostra comprensione.

Non si tratta solamente di un tentativo di comprensione letterario, la nostra mente è messa alla prova anche grazie alla rappresentazione grafica dei tarocchi di fianco e alla fine di ciascuna storia e noi lettori siamo sfidati da Calvino a cogliere nei loro minuti particolari tutte quelle interpretazioni che lo scrittore riesce loro ad attribuire. Interpretazioni, si badi bene, che Calvino non ha paura di mettere in discussione, offrendoci alternative, lasciandoci la libertà di scelta ma anche la consapevolezza che nessuno di noi giungerà mai a una risposta definitiva e che il senso dipende tutto dall’utilizzo che facciamo della nostra fantasia, dalle vie tortuose che la nostra mente decide di percorrere.

CALVINO E LA MATEMATICA DELL’ESISTENZA

Il risultato caotico rappresentato da Il castello dei destini incrociati altro non è che il punto d’arrivo di un’esperienza che Calvino visse realmente entrando a far parte dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle), un gruppo di matematici e letterati che hanno lavorato in sinergia per applicare formule matematiche e precise strutture numeriche alle opere letterarie. È l’idea della letteratura combinatoria che domina questo gruppo di studiosi e quest’opera di Calvino in particolare: il pensiero cioè che l’opera letteraria fosse un meccanismo posto nelle mani del lettore, invitato a scoprirne le combinazioni e a giungere al risultato finale senza che l’autore debba necessariamente guidarlo passo a passo. Quale modo migliore di rappresentare questa teoria se non l’utilizzo di una storia completamente basata sull’interpretazione personalissima e fuori dagli schemi di un mazzo di tarocchi?

Anche alla base de Il castello dei destini incrociati c’è un simbolo matematico: il quadrato magico, rappresentato dalla tavola davanti alla quale i personaggi sono seduti nel castello e poi nella taverna (seconda parte del libro, intitolata appunto La taverna dei destini incrociati). È come se effettivamente l’autore ci aprisse il suo laboratorio letterario, permettendoci di spiare come nasce una storia nella mente di uno scrittore, invitandoci a completarla laddove ci sembri manchevole, spingendo la nostra immaginazione a compiere giri infiniti al punto che l’opera non dipende più solo dal suo creatore, ma anche dal lettore nelle cui mani viene consegnata. Non solo, Calvino si mette completamente in gioco con il capitolo intitolato Anch’io cerco di dire la mia dove si rappresenta come un insaziabile sondatore dell’anima umana, alla ricerca di un significato sempre oscuro e sempre celato alla nostra comprensione.

“Il Fante di Coppe mi ritrae mentre mi chino a scrutare dentro l’involucro di me stesso; e non ho l’aria soddisfatta: ho un bel scuotere e spremere, l’anima è un calamaio asciutto.”

È la sfida cui qualsiasi scrittore che si rispetti deve sottoporsi, cercare di ricostruire storie che comunichino qualcosa di sé agli altri esseri umani, con la chiara consapevolezza che la “sfida al labirinto”, come Calvino stesso la chiamava, non potrà mai essere definitivamente vinta perché rimarrà sempre un briciolo di incomunicabilità a dividere gli uomini e al contempo a unirli in questa sofferenza.

“Forse è arrivato il momento d’ammettere che il tarocco numero uno è il solo che rappresenta onestamente quello che sono riuscito a essere: un giocoliere o un illusionista che dispone sul suo banco da fiera un certo numero di figure e spostandole, connettendole e scambiandole ottiene un certo numero di effetti.”

CALVINO E LA CREAZIONE DELL’OPERA

Chi è allora lo scrittore se non un piccolo grande dio al lavoro nella costruzione di un mondo frutto della sua testa e nel quale è lui a dettare le regole? Mondo in cui però talvolta, come accade a Calvino ne Il castello dei destini incrociati, resta invischiato, legato da quelle stesse catene che lui ha creato, creatore tra le creature. Tutto regolare, dunque? Nemmeno troppo, e anche Einstein sosteneva che “Dio non gioca a dadi con l’universo”, che tutto accade per una ragione, che noi sempre non la scorgiamo perché talvolta i dadi finiscono dove non riusciamo più a trovarli. Persino Calvino nelle vesti di dio della sua opera gioca a dadi (pardon, tarocchi), ma le sue giocate spesso sfuggono alla nostra comprensione e non importa quante volte osserviamo le raffigurazioni delle carte o ci sforziamo di rileggere: forse non capiremo mai.

E noi lettori, in questo grande schema, che posizione occupiamo? Certamente non siamo soli e, come ci rivela lo scrittore in quest’opera, la nostra storia è destinata fin da prima che nascessimo a intrecciarsi con quella di chi è esistito prima di noi e verrà in seguito, quando saremo solo polvere. Siamo giocatori, sì, ma allo stesso tempo siamo le figure nella mano di carte di qualcun altro.

Leggere quest’opera letteraria è un imperativo assoluto per chiunque voglia mettersi alla prova con l’arte della scrittura, ma anche per coloro a cui capita di domandarsi il senso della propria esistenza (e chi non lo fa?). Leggete Calvino, dunque, finirete per farvi più domande delle risposte che troverete, ma qualche volta una sola risposta vale migliaia di interrogativi lasciati in sospeso.

“C’è un modo colpevole di abitare la città: accettare le condizioni della bestia feroce dandogli in pasto i nostri figli. C’è un modo colpevole di abitare la solitudine: credersi tranquillo perché la bestia feroce è resa inoffensiva da una spina nella zampa. L’eroe della storia è colui che nella città punta la lancia nella gola del drago, e nella solitudine tiene con sé il leone nel pieno delle sue forze, accettandolo come custode e genio domestico, ma senza nascondersi la sua natura di belva.”

Martina Toppi

 

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