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L'arte ci rende immortali

Quando Salvador Dalì e Alfred Hitchcock portarono il surrealismo al cinema

Nel 1945, il suo agente cinematografico chiamò Salvador Dalì per commissionargli un incubo.

La richiesta era stata fatta da parte del leggendario regista Alfred Hitchcock, impegnato a progettare la scena del sogno nel suo film di prossima uscita Io ti salverò! (1945).

Nonostante Dalì avesse definitivamente rotto con il movimento surrealista qualche anno prima, i suoi magici dipinti, completi di orologi disciolti, ombre penetranti e orizzonti immensi, continuavano ad assicurargli una certa notorietà.

Eppure, non fu per la pubblicità che Hictcock lo cercò, ma per la sua… nitidezza. I suoi lavori erano aggressivi, dai contorni perfettamente delineati, più reali della realtà stessa: in un’epoca in cui le sequenze relative al sogno, nel cinema, venivano girate in maniera tale da rendere tutto morbido e sfocato, il grande regista sentiva di aver bisogno della nettezza del grande pittore.

DaliStudio publicity photo of Alfred Hitchcock, 2011, via Wikimedia Commons.

Io ti salverò! è la storia di una psichiatra (interpretata da Ingrid Bergman) che s’innamora del suo nuovo capo. Potrebbe essere una storia d’amore hollywoodiana come tante, non foss’altro che per il particolare che l’uomo (Gregory Peck) soffre di continue amnesie e potrebbe addirittura essere… un omicida.

Nel mezzo degli anni ’40, la psicologia pop era nel pieno della sua espansione in America, anche sull’onda dei traumi riportati dai veterani della Seconda Guerra Mondiale. Io ti salverò! sfruttava questa moda, ponendo il destino del brillante psichiatra senza memoria nelle mani della sua amante, che per scagionarlo doveva provare ad interpretarne i sogni, per ritrovare quei ricordi che potessero provare la sua innocenza.

La scena a cui lavorò Dalì giunge dunque in un momento di centrale importanza, in risposta alla domanda fondamentale di tutta la trama: cosa c’entra (se c’entra qualcosa) il personaggio interpretato da Gregory Peck nell’omicidio?

“Non riesco a ricordare in che razza di posto mi trovavo…”, comincia lui lasciandosi andare contro la poltrona nello studio di lei, mentre la scena si dissolve nell’immaginario pensato da Dalì: improvvisamente, pieni della nettezza che cercava Hitckcock, vediamo sullo schermo fluttuare occhi senza palpebre, che pian piano si trasformano in lunghe tende stracciate da un uomo con immense forbici tra le mani; e poi una mano di blackjack in cui le carte sono completamente bianche, e facce senza volti, e rocce con volti umani.

Non era la prima volta che Dalì entrava al cinema dalla parte dello schermo: aveva già collaborato, nel 1929 e nel 1930, con Luis Bunuel ai suoi Un chien Andalou pima, e a L’age d’or, poi. Eppure, nonostante il successo dei film di Bunuel, Dalì trovò difficoltà nel far realizzare le sue visioni sul grande schermo.

“Nonostante continuasse a proporre sceneggiature ai registi, nessuna di queste si concretizzò mai realmente”, scrive Elliot King nel suo Dalì, Surrealism and Cinema. “Il film di Hitchcock fu la prima vera occasione per fare alcune delle cose per cui Dalì aveva aspettato per più di 15 anni”.

In ogni caso, anche stavolta la sua opera, di difficilissima produzione, venne alla fine ridimensionata. Dei venti minuti in cui Dalì aveva stiracchiato le sue visioni e le sue meraviglie, solo poco più di tre minuti furono realizzati per la versione finale del film. Molto dovette essere messo da parte per l’evidente povertà di mezzi dell’industria degli effetti speciali dell’epoca, che, per esempio, non avrebbe mai potuto realizzare una scena in cui venti pianoforti aleggiano sulle teste di un centinaio di persone impegnate in un ballo di corte, così come l’aveva immaginata Dalì.

Nonostante i tagli e le preoccupazioni che ruotarono attorno al coinvolgimento di un artista tanto difficile e tanto chiacchierato, il film fu un grande successo di pubblico e critica, e nessuno dimenticò di notare l’apporto che Dalì aveva dato al prodotto finale.

Lui, in ogni caso, ne parlò sempre molto poco, arrivando a commentare, in un’intervista successiva all’uscita del film: “Un bel lavoro, in cui le parti migliori sono state tagliate”.

Marzia Figliolia

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