Il neorealismo italiano tra macerie e rovine

Il neorealismo è uno dei generi cinematografici più affascinanti che la storia del grande schermo abbia prodotto. La sua nascita e il suo sviluppo si uniscono imprescindibilmente alla storia d’Italia e alle grandi vicende che hanno caratterizzato il corso del XX secolo.
In modo particolare, le tematiche più specifiche del neorealismo – il cui momento di maggior affermazione viene generalmente riconosciuto nel periodo che va dalla prima metà degli anni ’40 alla fine del decennio – sono due: da un lato, la seconda guerra mondiale con il suo carico di morte, devastazione e tragedia e l’emergere di una guerra che si dimostra essere sempre più totale; dall’altro, la ricostruzione post-bellica, durante il quale l’Italia – e in generale tutti i Paesi appena usciti dal conflitto 1939-45 – cercano un modo per sopravvivere e risollevarsi dalle macerie.

All’interno di questo ambito si muove la corrente neorealista, e il 1943 è considerato l’anno canonico di fondazione con il lancio sul mercato di “Ossessione”, girato da Luchino Visconti. Da questo momento in poi, saranno numerosi i registi, gli attori e gli sceneggiatori che cercheranno di esprimere la propria ars poetica attraverso il medium cinematografico: Vittorio De Sica, Giuseppe De Santis, Alberto Lattuada, Cesare Zavattini e Roberto Rossellini sono solamente alcuni dei grandi nomi che si potrebbero citare in questa sede.

Tuttavia, quest’oggi non vorremmo parlare delle celebrità del neorealismo, delle caratteristiche peculiari, della ricerca del vero che accompagna tutti i registi oppure della scelta di preferire la recitazione dell’uomo della strada a un Humphrey Bogart o un James Stuart qualunque.
Il tema di oggi è, per così dire, più scenografico, perché uno dei protagonisti del classico film neorealista è senza dubbio la città.

Quando Umberto D., interpretato da Carlo Battisti, girovaga per le strade di Roma, il soggetto non è rappresentato dalle azioni del personaggio, bensì dalle strade che egli percorre alla ricerca di un tetto sotto cui passare la notte in compagnia del proprio cane. Nel momento in cui Lamberto Maggiorani tenta in tutti i modi di recuperare la bicicletta che gli è stata vilmente rubata, arrivando persino a disonorare la propria immagine di padre agli occhi del figlio, la vera protagonista è Roma e i suoi abitanti.

Questo ci porta a una conclusione interessante: il neorealismo, come si è detto, cerca di rappresentare cinematograficamente l’Italia della guerra e del primissimo dopoguerra. Oltre che a essere un’interessante fonte d’archivio e un eccezionale caso di studio, ciò che ci preme sottolineare è un dato oggettivo: il fatto che, se il cinema storico fascista tipico del ventennio 1922-43 e i grandi kolossal degli anni ’50 basano la propria scenografia sulle rovine, l’espressione artistica che si manifesta attraverso il neorealismo cerca costantemente il contatto visivo con le macerie.

La differenza tra macerie e rovine è formale, da un lato, e sostanziale, dall’altro. Le rovine rappresentano le vestigia di un’antica civiltà scomparsa – come può essere quella romana o greca, a cui peraltro attinge pienamente la retorica fascista – e sono quindi un elemento positivo del passato, che influisce sulla sorte dei protagonisti.
Le macerie, provocate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, definiscono invece la brutalità e la verità del presente, divenendo di conseguenza un classico topos dell’espressività neorealista.

A cura di Guglielmo Motta

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