“Sulla mia pelle” e su quella di tutti noi

Sulla mia pelle” non è un film che si guarda per trascorrere una piacevole serata al cinema o sul divano di casa (il film, prodotto da Netflix, è disponibile, infatti, anche sulla più famosa piattaforma di streaming), ma è un film che, senza alcun dubbio, può solamente fare del bene a chi lo guarda.

Il regista Alessio Cremonini si basa sulle testimonianze e i racconti della famiglia Cucchi per raccontare la terribile ultima settimana di vita del figlio Stefano, cui morte è diventata uno dei casi giudiziari più famosi del nostro Paese. Nonostante le fonti, però, il film decide di non prendere mai una posizione netta: probabilmente perché l’iter giudiziario è ancora in atto e non si è ancora arrivati ad una sentenza definitiva che attesti, almeno legalmente, come siano andate le cose.

Eppure la causa della morte di Cucchi, come un perfetto elefante in una stanza, è presente per tutta la durata del film: quella “caduta dalla scala” che cela ben altro viene ripetuta fino allo strenuo da chi l’ha subita, e viene accettata per buona da chiunque incontri Stefano e il suo corpo martoriato.

“Sulla mia pelle” ripercorre gli ultimi 7 giorni del ragazzo, partendo dalle ore precedenti a quell’arresto che gli sarà fatale, facendoci scorgere momenti dello Stefano non ancora famoso per “il caso Cucchi” e creando un parallelo tra lo spazio intorno a lui che a mano a mano si restringe e le inquadrature che diventano sempre più claustrofobiche. La tensione è sempre presente in un film che non permette mai allo spettatore di rilassarsi, e che anzi gli chiede di non abbassare mai la sua attenzione su quello che sta succedendo, perché ciò che racconta deve essere visto.

Dal cinema si esce straniti e storditi, increduli del fatto che proprio coloro che rappresentano la sicurezza dei cittadini siano potuti diventare in una situazione simile carnefici e non più difensori, ma anche del fatto che nessuno sembra prendere sul serio le condizioni visibilmente gravi di Stefano soltanto perché porta addosso un’etichetta, o forse perché, ben consapevoli di ciò che gli è successo, non osano sfidare un potere più grande del loro, anche quando ha torto. Questo ci farà chiedere, una volta terminato il film, se davvero possiamo sentirci protetti da chi, in fondo, non si fa tanti scrupoli ad abusare della posizione di vantaggio nella quale si trova.

“Sulla mia pelle” ci apre uno spiraglio anche sulla famiglia Cucchi e ci fa comprendere come davvero si tratti di una famiglia normale, che tutti definiremmo “per bene” e che i problemi di droga di Stefano non derivavano da una situazione sociale difficile o di degrado, come spesso può accadere: questo ci fa sentire, se possibile, ancora più vicini ad una famiglia che cerca in qualunque modo di proteggere un figlio dalle sue cattive abitudini, ma che non manca di bacchettarlo quando deve.

La famiglia Cucchi diventa quindi solamente un’altra vittima della barbarie che Stefano ha subito e di cui la sorella Ilaria è diventata il volto simbolo, interpretata in questo film da una incredibilmente somigliante Jasmine Trinca.

L’encomio più grande va, però, all’anima di questo film: a vestire i panni di Stefano troviamo un Alessandro Borghi che, nonostante abbia già ben dimostrato il suo smisurato talento in precedenza, qui diventa magistrale e che ha meritato i 7 minuti di applausi che il film ha ricevuto alla scorsa Mostra del cinema di Venezia, dove il film ha partecipato nella sezione Orizzonti.

A Borghi siamo grati per aver creato un’empatia con Stefano che difficilmente si sarebbe potuta creare altrimenti e per averci mostrato quei giorni terribili che il ragazzo ha dovuto affrontare da solo, ma al quale oggi, grazie a questo film, siamo tutti più vicini.

 

 

Emiliana D’Agostino

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