Viaggi di carta – Cyrano De Bergerac di Edmond Rostand

La cosa che più apprezzo di me stessa è la capacità di intestardirmi e di sciogliermi con una sequenza di parole scelte con cura e rifilatemi nel momento giusto che quasi sempre corrispondono ad un battito di piedi o allo schiocco veloce delle dita per richiamare l’attenzione. Mi apprezzo anche quando cerco di trovare il buono nella banalità da Bacio Perugina o in strafalcioni avulsi pescati dalla rivista “Cioè” con target ’80 che quasi scuoti la testa come in preda ad una crisi nervosa ma subito dopo ti freni per non sembrare atipica agli occhi di molti o ancora peggio per non istigarti al cinismo che prende a morsi quella letterina tra la O e la T e che serve a scriverci la parola “sogno“.

Allora come si fa a sopperire al melenso venduto a basso costo e a non disincantarsi del vero romanticismo? Come si fa a non accontentarsi di qualcosa che non sia autentico, vivo, puro… di qualcosa che ci sproni a non spegnerci, che sia pronto a riscaldarci senza bruciarci, che illumini ma non accechi? Come ci si può sentire liberi e analogamente ancorati? Ad esempio, per una come me che ascolta a palla Cosmic Love dei Florence and the Machine o vive sotto suggerimento di Ritsos che invita a conservare lo spago nonostante l’aquilone si sia rotto, o che spera un qualunque giorno di ritrovarsi davanti ad un portone in un vestito rosso e di dire alla controparte “Io sono un fuoco che consuma e riaccende” proprio come descrive Ungaretti in una delle sue poesie… insomma, può risultare difficile trovare una dimensione nel mondo e adattarsi a queste vicende amorose che si tengono in piedi con salopette smesse e gomitoli di lana che non diverranno più tali, ma vi assicuro che non è così: finché ci saranno libri d’amore nulla può allontanarci dal ricercare la bellezza nel quotidiano, nulla può distruggere la bellezza di una rosa o allontanare un animo buono.

L’amore raccontato nei libri non è muta cenere, ma verità; quelle pagine seppur avvizzite non sono soggette al tempo, superano le barriere generazionali, sono più preziose di un capo vintage.

L’amore è il fulcro dell’esistenza, è totalizzante, si scompone e si ricompone grazie alla sua potenza e ne ho avuto conferma ancora una volta quest’estate tra l’acqua salata e la pelle un po’ più scura, quando non ho perso le mie buone abitudini e mi sono buttata a capofitto nella lettura del Cyrano De Bergerac, una commedia teatrale, suddivisa in cinque atti, del francese Edmond Rostand risalente al 1897.

Cyrano è uno spadaccino coraggioso e abile sia con la spada che con le parole, unica pecca è che ha il naso molto pronunciato, quindi è un uomo poco piacente. Egli è innamorato segretamente della bellissima e istruita Rossana che a sua volta è attratta dal giovane Cristiano, bello e… bello e basta!

Cristiano, però, non è bravo ad esprimersi e quindi Cyrano lo aiuta prestandogli dolci parole.

Anche quando entrambi i cavalieri sono in guerra, Cyrano dal campo si spaccia per Cristiano inviando lettere d’amore alla sua amata ma solo in seguito a delle controversie e alla morte di entrambi i guasconi, Rossana capirà quanto l’essere sia meglio dell’apparire e che la bellezza dopo prima o poi diverrà un fiore reciso.

Nonostante il mancato “happy ending”, Cyrano De Bergerac è uno dei personaggi più romantici della letteratura dopo il Don Chisciotte.
Dal Cyrano ho capito che l’amore è la leva di tutti i rapporti umani e che esso si alimenta infinitamente.

Intanto vi lascio con un passo magico che a tratti ispira leggerezza: “Che cos’è un bacio? Un giuramento fatto poco più da presso, un più preciso patto, una confessione che sigillar si vuole, un apostrofo rosa messo tra le parole “T’amo”; un segreto detto sulla bocca, un istante d’infinito che ha il fruscio d’un’ape tra le piante, una comunione che ha gusto di fiore, un mezzo di potersi respirare un po’ il cuore e assaporarsi l’anima a fior di labbra.”

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