MentiSommerse.it

L'arte ci rende immortali

È tornato Paul McCartney: “Egypt Station” è un disco umano

Egypt Station è un disco umano, troppo umano – Nella letteratura e, più in generale, nel pensiero comune di chi rifocilla le menti regalando arte, pochi leitmotiv hanno la potenza comunicativa della stazione. Tant’è che lo scrittore Tiziano Terzani la definì una sua “vecchia passione”: potrei passarci giornate intere, seduto in un angolo, a guardare quel che succede. Quale altro posto, meglio di una stazione, riflette lo spirito di un paese, lo stato d’animo della gente, i suoi problemi?

EGYPT STATION: L’INARRIVABILE MAGIA DEL TRENO

Nei treni, spesso, si leggono gli stessi libri. E si vanno ad incrociare quegli sguardi che si vorrebbero tenere sempre di fronte, ma che inevitabilmente svaniranno qualche fermata più in là. Si incontra il proprio “ombrello giallo” e, pochi mesi prima, colei che, quell’ombrello giallo, te lo farà finalmente desiderare per davvero. E tre parole semplici semplici (You’re beautiful) ispirarono James Blunt per descrivere uno strabiliante incontro, avvenuto proprio su un treno.

È stata proprio la magia delle stazioni a spingere Paul McCartney a scegliere questo titolo – Egypt Station – per il suo nuovo disco: “Egypt Station comincia da una stazione nella prima canzone, per poi spostarsi in una stazione diversa di brano in brano, per cui abbiamo basato tutte le canzoni su quest’idea: per me rappresenta un luogo da sogno da cui nasce musica“.

Non a caso, le tracce – strumentali – di inizio e fine del lungo disco (16 brani per un totale di 57 minuti!) sono atte a proiettare l’ascoltatore nell’ambiente ideale della stazione e del viaggio (Station I e Station II). Curiosità: il nome dell’album deriva dal titolo di uno dei dipinti di McCartney (risalente al 1988), da cui è tratta la copertina del disco.

EGYPT STATION: IL RITORNO DELL’IMMORTALE PAUL

Immortale è, musicalmente parlando, uno degli aggettivi che più si addicono all’ex frontman dei Beatles. Oggi, 7 settembre 2018, è uscito l’album numero 43 (tra carriera da solista e di gruppo) di Paul McCartney: questo significa che si tratta di un artista protagonista sulle scene musicali dalla bellezza di 60 anni. Per evidenziare un altro parallelo interessante, ben cinquantacinque anni fa usciva uno dei successi dei Beatles che ha fatto cantare ogni generazione: Love me do (1963).

Egypt Station è il disco che segna il suo ritorno dopo un’attesa (lunga, per i fan) di cinque anni: l’ultimo suo lavoro era stato New. A proposito di ritorni: tredici anni fa si era registrata l’ultima apparizione di “Macca” alla Capitol Records, con Chaos and Creation in the Backyard (settembre 2005).

Come di consueto, McCartney è il principale strumentista del disco: in alcuni brani c’è band, in altri l’orchestra, in altri fa tutto da solo (si segnala, in particolare, l’assolo di chitarra dell’ultima parte dell’ultimo brano, C-Link).

EGYPT STATION: I GIOIELLI DEL DISCO

In apertura abbiamo parlato del disco come un lavoro “troppo umano”. Motivo? Semplice: Paul McCartney squaderna dubbi, virtù, errori, sentimenti attraverso un’ampia gamma di simboli, poesie e denunce.

 

I Don’t Know è una sorta di ballata sulla caducità del tempo e sugli anni che passano inesorabili, con tutte le paure del caso: emblematico il verso But I don’t think I can take anymore, che sottolinea come, troppo spesso, fermarsi senza saper muovere un passo sia la reazione, per quanto sbagliata, più normale ed immediata ai problemi della vita.

Questo slancio negativo viene superato, però, qualche traccia più tardi: Dominoes, un autentico gioiellino che dà speranza, incute positività, inietta buonumore e trascina grazie al suo ritmo leggero e ad un testo che causa un sorriso spontaneo, oltre all’inevitabile piede che batte il ritmo per terra. We can start to begin: “possiamo iniziare ad iniziare“, un bisticcio letterario dovuto, che evidenzia come il vero ostacolo per chi pecca d’accidia è il tedio, la pigrizia, la neghittosità, che non portano a nulla di buono. Perché iniziando, immancabilmente, si potrà trovare il proprio ruolo nel mondo: and like the dominoes who’re falling into place, come i pezzi del domino che stanno andando al loro posto.

La semplice e schietta Happy With You, poi, è un piccolo inno alla genuinità dell’amore tra due persone: lui beveva troppo, dimenticava la strada di casa, addirittura mentiva al proprio medico, ma tutto ciò non accade più da quando c’è lei. McCartney, però, affronta anche l’altro lato delle canzoni d’amore, quello disimpegnato: è il caso delle più spassose Come On To Me e Fuh You, da cantare a squarciagola una volta imparate a memoria.

 

Protesta e denuncia, però, non possono mancare in un disco dal così ampio respiro. Il pezzo con i più aspri toni anti-istituzioni (e anti-Trump…) è sicuramente Despite Repeated Warnings, una sorta di opera nell’opera. Si tratta di un capolavoro di ben sette minuti con un testo pungente che accusa quelle istituzioni politiche che, pur conoscendo i rischi del cambiamento climatico, decidono di non affrontarli:

Despite repeated warnings
Our danger’s up ahead
The captain won’t be listening
To what’s been said

Vale a dire: Nonostante ripetuti avvertimenti / Il nostro pericolo è davanti a noi / Il capitano non ascolterà / A ciò che è detto davvero. Gli interludi finali, però, la pensano diversamente (e meno male!): We can do it / Yeah, we can do it.

 

Chiudiamo con un focus sulla parte mediale del disco, occupata da un brano che si candida ad essere un nuovo inno alla pace, sull’eco della splendida Give peace a chance dell’amico John Lennon: si tratta di People Want Peace, una splendida canzone nata durante un viaggio compiuto da Paul McCartney in Palestina, dove il cantante decise di visitare una scuola di musica e dare sostegno ad alcuni ragazzi. Quando chiese loro cosa desiderassero più di ogni altra cosa, la risposta fu decisa e unanime: “vivere in pace“. Quella pace che è ardentemente desiderata da ogni singola persona, all’infuori di quei potenti – ai quali McCartney rivolge la sua denuncia – che vogliono la guerra.

EGYPT STATION: GIUDIZIO E CONCLUSIONI

Egypt Station è un pezzo dell’intera storia di Paul McCartney che dovrà essere trattato sempre con rispetto ed estrema cura. Un autentico pezzo da novanta, che (ri)proietta – ammesso che ce ne fosse bisogno – l’ex beatle nel Parnaso dei grandi della musica. Vizi e virtù umane, problemi attuali e voglia di svago, argomenti seriosi e leggerezza da canzoni “estive”: è la completezza a far sì che Egypt Station possa esser realmente definito un disco “troppo umano“.

EGYPT STATION: LA PRESENTAZIONE

Sono poche, circa 150, le persone che hanno potuto assistere alla presentazione dal vivo di Egypt Station, tenutasi a New York. L’evento è stato trasmesso su YouTube ed è possibile rivederlo facendo semplicemente click su Play:

Autore

Angelo G. Abbruzzese
Pallonomane delpierologo e studente in Lettere Moderne. Curo #JCult su SpazioJ.it e sono appassionato dei cantautori italiani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *