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L'arte ci rende immortali

Una vita difficile: la commedia italiana tra boom economico e fine dell’illusione post bellica

Il film a cui oggi vorrei dedicare qualche riga è “Una vita difficile” (D. Risi, 1961). Questa pietra miliare della cinematografia italiana non si scopre certo oggi: è uno dei “100 film italiani da salvare” ed è entrato nella memoria collettiva per la superlativa prestazione attoriale di Sordi. È, inoltre, uno dei gioielli della cosiddetta “commedia all’italiana” nonché il capolavoro di uno dei grandi maestri di questo genere: Dino Risi.

Ci si potrebbe interrogare sulla necessità di trattare un film già abbondantemente studiato, recensito e analizzato. Ebbene, a mio avviso ci sono almeno tre buoni motivi. Il primo è che, se chiedessimo di questo film a cento ragazzi sotto i vent’anni, probabilmente una percentuale molto bassa di loro ci risponderebbe di averlo sentito nominare e una ancora più bassa di averlo visto. Il secondo è che, come tutti i capolavori d’arte, questo film trascende le barriere del tempo, rimanendo sempre attuale. Infine, “Una vita difficile”, dipingendo un vero e proprio affresco della storia d’Italia dalla fine del secondo conflitto mondiale agli anni del boom economico, permette di riflettere e comprendere meglio il paese in cui viviamo oggi.

Il protagonista della pellicola è Silvio Magnozzi (A. Sordi), di cui si racconta la vita a partire dagli anni in cui lui, romano, si trova a fare il partigiano nel nord Italia. Qui incontra la giovane Elena (L. Massari), che gli salva la vita e lo nasconde ai tedeschi. La giovane si innamora del partigiano che, nonostante le prometta di sposarla, l’abbandona per seguire i suoi ideali e tornare a combattere sulle montagne.
A guerra terminata Silvio torna a Roma, dove lavora per un giornale, “Il Lavoratore” (di cui non è difficile immaginare l’orientamento politico), nel quale concilia la passione per la scrittura con quella per la militanza politica. Durante un viaggio di lavoro con il collega e amico Franco (F. Fabrizi), incontra Elena, ancora innamoratissima, che pretenderà di seguire Silvio a Roma in onore dell’antica promessa. Lui non è dello stesso avviso ma, come dice a Franco, “prima o poi lo dovevo fare questo passo”.A Roma i due vivono in condizioni disagiate: la casa di Silvio è piccola e lo scarso stipendio li costringe a cercare mille espedienti per “mettere insieme il pranzo con la cena”. Nella coppia cominciano a definirsi i ruoli e a tratteggiarsi le personalità: da una parte c’è Silvio, che cerca di vivere tenendo fede ai propri ideali e credendo nelle opportunità che la Repubblica, nata anche grazie ai sacrifici suoi e dei compagni d’arme, gli avrebbe garantito (il suo sogno è di pubblicare un romanzo e di diventare un famoso scrittore). Dall’altra Elena, più concreta e disillusa, che spesso subisce le scelte scriteriate del compagno e tenta di frenarne l’idealismo per indirizzarlo verso strade che possano garantir loro un futuro meno incerto e buio.

Il crocevia fondamentale della storia arriva quando il commendator Bracci (C. Gora) invita Silvio ad un incontro nella sua enorme villa, proponendogli di non pubblicare un articolo compromettente. In cambio, il commendatore gli avrebbe assicurato un lavoro da giornalista ed uno stipendio decuplicato rispetto a quello percepito. La proposta fa vacillare le convinzioni di Silvio, che torna a casa visibilmente scosso e in cerca di conferme da Elena. La compagna, però, è totalmente contraria alla scelta di rifiutare e lo mette di fronte alle ristrettezze economiche in cui versano e al fatto che di lì a poco nascerà il loro primogenito. Silvio perde il sonno, ma alla fine decide di non tradire i suoi ideali e rifiuta l’offerta, pubblicando l’articolo incriminante.
A questo punto sembra che il destino cominci ad accanirsi contro di lui, quasi come se volesse punirlo per la pervicacia con cui si ostina a seguire i suoi ideali. Viene arrestato per aver occupato una sede Rai durante i tumulti successivi all’attentato contro Togliatti, e quando esce trova ad aspettarlo la moglie col figlioletto Paolo e l’amico Franco, che si presenta con un’enorme macchina di lusso. Il confronto fra i due rende palesi le conseguenze delle differenti scelte di vita: da una parte, chi riesce a capire dove tira il vento e si lascia trasportare, dall’altra chi si ostina a seguire la propria rotta, finendo per naufragare contro gli scogli. Silvio accusa Franco di essersi venduto al commendatore e di averlo abbandonato durante i tumulti che hanno causato l’arresto, ma l’amico si difende dicendo “ero andato a prendere un cappuccino”. Silvio rivolgendosi amaramente alla moglie commenta “Hai capito? C’è la rivoluzione e va a prendere un cappuccino, lui”.
Nonostante l’orgoglio di non essersi piegato, Silvio si rende conto che l’amato lavoro al giornale non può permettergli di mantenere una moglie e un figlio. La suocera gli promette un buon posto di lavoro a Cantù-Cermenate (il cui solo nome fa ribrezzo ad un cittadino dell’Urbe come lui), a condizione che si riesca a laureare. La mancanza di motivazione e di condizioni favorevoli allo studio, però, gli procurano una sonora bocciatura, facendogli crollare definitivamente i nervi. Umiliato, scappa dall’Università, dove lo aspettavano la moglie e la suocera, dando sue notizie solo in tarda nottata, quando chiama Elena totalmente ubriaco da un night club. La moglie lo raggiunge e Silvio sfoga su di lei tutta la sua frustrazione, incolpandola dei suoi fallimenti e dell’indirizzo preso dalla sua vita. Elena, sconvolta, lo lascia.

A questo punto, Silvio decide di dedicarsi anima e corpo al sogno di pubblicare il romanzo della sua vita, ma comincia una serie di peregrinazioni verso editori e registi che per vari motivi rifiutano il lavoro. Dopo l’ennesimo tentativo a vuoto, viene a sapere per caso che la moglie si è rifatta una vita e si trova a Viareggio. È evidente come, ormai, l’ardore e gli ideali di un tempo siano stati piegati dalla durezza della vita. Non gli rimane che provare disperatamente a riconquistare l’unica cosa positiva rimastagli.
Dopo il primo tentativo disastroso a Viareggio, Silvio riesce a far pace con Elena (“Ho cambiato le mie idee, ho messo la testa a posto”) e a riportarla a Roma, dove ha deciso di accettare l’aiuto del vecchio amico Franco, il quale gli procura un lavoro presso il commendator Bracci.
La coppia sembra aver trovato l’equilibrio desiderato ma, durante una festa nella villa commendatore, Elena scopre che Silvio è diventato il suo tuttofare. Bracci lo tratta come un servo vessandolo di continuo, fino addirittura a spruzzargli dell’acqua in faccia solo per non essere riuscito a far funzionare un sifone.
Elena, impietosita, chiede al marito “È questo il lavoro che fai?”. A queste parole Silvio viene preso da un moto d’orgoglio e si dirige verso la piscina, sul cui bordo si trova il commendatore, e gli assesta un ceffone che lo scaraventa in acqua. Silvio torna nella villa tra lo stupore degli astanti, prende Elena sotto braccio e insieme escono dalla villa.

Il film si conclude con questa scena iconica che è stata sempre considerata come una sorta di “lieto fine”. Risi fu addirittura criticato per aver addolcito l’amarezza del film inserendo un finale positivo solo per compiacere il pubblico.
A ben vedere, però, il finale non è così lieto come si è sempre sostenuto. Certamente il gesto liberatorio di Silvio può far pensare a una sorta di rivincita, ma nei confronti di chi? Del commendatore? Della vita? In entrambi i casi la vittoria è effimera e questo Elena sembra capirlo molto bene.
Subito dopo aver assestato lo sganassone liberatorio, infatti, Silvio si dirige con sguardo fiero e sorriso beffardo verso la moglie. Elena, però, non sembra affatto compiaciuta, tanto che, quando il marito la prende sotto braccio, non lo degna di uno sguardo. Silvio a questo punto cambia volto e il sorriso trionfante diventa una smorfia preoccupata: guarda la moglie per cercare un cenno d’intesa, di assenso, ma lei compie il tragitto che la separa dall’uscita della villa con lo sguardo fisso e distaccato.

La conclusione, perciò, non si può considerare positiva, ma è, anzi, la conferma del leitmotiv di tutto il film: Silvio ritorna ad essere l’idealista che paga a caro prezzo la volontà di non piegarsi, ed Elena, pragmatica e molto più lungimirante del marito, capisce che ciò non prelude a nulla buono.

Come detto precedentemente, la grandezza di un’opera sta nell’eterna attualità delle tematiche che propone e delle riflessioni che da essa scaturiscono. Da questo punto di vista potremmo definire il film di Risi un capolavoro già dal titolo. Tutti, infatti, ci siamo almeno una volta fermati a riflettere sulla durezza della vita e delle scelte che questa impone. Risi non dà risposte, non ci dice quali sono le scelte giuste e quelle sbagliate, non mostra quale sia la via migliore da percorrere. Silvio è encomiabile nella sua rettitudine, ma miope e insensibile alle esigenze della famiglia. Franco si è piegato al compromesso, ma non abbandona il vecchio compagno e cerca di condividere con lui i vantaggi della sua scelta. Elena cerca di stare vicino al marito fino all’inverosimile, ma ad un certo punto deve abbandonarlo per non cadere nel baratro (e, soprattutto, non far cadere il figlio) con lui. Ciò che rimane, perciò, è la sensazione di spaesamento e di impotenza che assale quando ci si rende conto di essere parte di un gioco più grande di noi. Un gioco nel quale siamo pedine che, come quelle degli scacchi, hanno solo una limitata libertà di movimento.

Carlo Celentano

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