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L'arte ci rende immortali

Letteratura al cinema: “Mary Shelley”

Mary Shelley – Un amore immortale” è il film che questa settimana rischia di scomparire accanto a giganti come “Mission Impossible: Fallout” o “Ritorno al bosco dei 100 Acri”, ma anche “Resta con me”. Il biopic sulla vita della scrittrice inglese autrice dell’immortale “Frankenstein” (che ricordiamolo, è il dottore e non il mostro!) è stata l’unica scelta che avrei potuto fare questa settimana (e, credetemi, ho dovuto fare un enorme sacrificio a non scegliere Ewan McGregor nei panni della versione adulta di Christopher Robin, il padroncino di Winnie The Pooh).

Chiunque abbia nozioni anche minime di letteratura inglese conosce bene Mary Shelley, il trio che formava insieme al marito, il poeta Percy Bysshe Shelley e lo stravagante Lord Byron e delle loro competizioni a suon di racconti e storie che potremmo definire horror, indette per ammazzare il tempo nelle lussuose residenze nobiliari dei primi decenni dell’Ottocento, quando le piogge incessanti impedivano loro di godere dell’aria aperta.
Una figura importante come Mary Shelley, però, viene spesso dimenticata o, almeno, non ricordata e celebrata quanto meriterebbe.

Antesignana, grazie anche all’educazione dei genitori, di un femminismo che prenderà piede in Inghilterra solo alla fine del secolo nel quale visse, animo ribelle e viaggiatore, sostenitrice dell’amore libero, Mary è stata la progenitrice del genere fantascientifico grazie ai suoi romanzi gotici: a lei dobbiamo, probabilmente, più di quanto crediamo.

Nelle sale dallo scorso 29 agosto, “Mary Shelley – Un amore immortale” della regista saudita Haifaa Al-Mausar celebra questa donna così avanti sui tempi facendoci scoprire gli albori della sua storia d’amore col poeta Shelley e le difficoltà che ne deriveranno, che saranno poi d’ispirazione alla sua opera più famosa “Frankenstein – o, il moderno Prometeo”. Assistiamo nel film alla crescita umana e professionale dell’autrice inglese: da Mary Wollstonecraft Goldwin diventa Mary Shelley, da adolescente protetta dall’amore del padre diventa un’adulta costretta ad affrontare una vita sì indipendente, ma anche costellata da difficoltà economiche e lutti, tutto per seguire quello che sarà l’amore della sua vita.

Elle Fanning interpreta una Mary Shelley che, sebbene sia una figura che appartiene all’inizio del XIX secolo, non risulta affatto antica: i capelli sciolti, gli abiti leggeri seppur in stile ottocentesco, ma cui lunghe gonne sono spesso scostate o alzate per favorire la seduta o il movimento, rendono la sua Mary una ragazza moderna e la avvicinano a modi di fare che non hanno nulla da invidiare ad una ragazza di oggi.

È lei la stella di un film che non può vantarsi di effetti speciali sbalorditivi o di una trama ricca di colpi di scena, ma che racconta della sofferenza che, spesso, si cela dietro la nascita di un capolavoro. Mary imparerà a conoscere molto bene questa sofferenza: da un lato, infatti, c’è la vera sofferenza che la spinge a scrivere, ma da non sottovalutare è anche la sofferenza di essere stata costretta, in un primo momento, a dover pubblicare la sua creatura in forma anonima, perché nell’Inghilterra del primo Ottocento nessuno avrebbe pubblicato né tantomeno letto una donna che scrive un romanzo gotico, un’opera che si rivelerà poi essere molto più di questo.

Nel cast anche Douglas Booth, volto abituale di film in costume, e Masie Williams, la Arya Stark del Trono di Spade.

Insomma, questo è un film che rende la figura di Mary Shelley molto più vicina a noi di quanto sia mai stata, che ce la fa conoscere e amare come se fosse una coetanea, un’amica o, magari, un riflesso di noi stessi.

 

 

Emiliana D’Agostino

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