Oltre il Mediterraneo ci sono i libri: “La libreria della rue Charras”

 

Quando, molti anni dopo, i nostri nonni ci vedranno lasciare il Paese per l’altra sponda del Mediterraneo, ci metteranno in guardia: «I francesi sono duri». Ma noi non capiremo, perché avremo dimenticato.

 

Kaouther Adimi, giovane scrittrice algerina stabilitasi a Parigi, è autrice di un romanzo, La libreria della rue Charras (2018), in cui passato e presente si intrecciano ed offrono al lettore una sentita analisi di ciò che è speranza e decadenza.
L’opera è pubblicata in Italia per mezzo della collana Kreuzville de L’orma editore, collana che predilige i «libri che danno voce all’immaginario della nuova Europa».
Il passato (1935-1961) è raccontato attraverso la voce di  Edmond Charlot, giovane ventunenne, che dopo aver soggiornato a Parigi, decide di far rientro in patria così da aprire, ad Algeri, una piccola libreria-casa editrice. La volontà è quella di pubblicare opere provenienti da entrambe le sponde del mediterraneo, combattendo il pregiudizio di lingua e di nazionalità.
È il ritratto di un’intera generazione, illusa e spezzata dall’idea che la malsana supremazia francese possa a breve terminare.
Al popolo algerino, in cambio di un’ultima guerra contro i tedeschi, era stata promessa la libertà; ma nulla nel territorio di Algeria mutò. E peggio è che nell’immaginario collettivo occidentale non vi è alcuna traccia di un solo algerino morto sotto la bandiera francese.
Alla storia passata, già filtrata e interpretata dall’occhio un poco imparziale del tempo che scorre, si affianca il presente e un nuovo giovane, Ryad. Studente universitario a Parigi, disinteressato alla bellezza che lo circonda, più che un abile condottiero, com’era Edmond Charlot, appare un banale e inetto passeggero, diffidente e lontano dalla corrente degli eventi.
Ryad ha il compito di svuotare e chiudere per sempre la libreria in Rue Charras.
Per il giovane, Algeri è un luogo esotico, distante, impuro, una città senza storia, senza arte, non è l’occidente, non è casa sua.
Kaouther Adimi è attenta, intima e giusta nel narrare le contraddizione della sua terra nativa. Lo è anche nella sua prima opera, vero caso editoriale in Francia: Le ballerine di Papicha (Editrice il Sirente, 2017).
Di nuovo siamo davanti ad atmosfere arabe e popolari, ma con figli ormai perfettamente integrati nella rete globale.
È un romanzo famigliare, drammatico e malinconico, in cui una madre arranca per crescere da sola i suoi tre figli. La famiglia abita in un vecchio e decadente stabile al centro di Algeri, loro dentro quel palazzo sono la perfetta incarnazione dell’intera città.
L’autrice, attraverso le sue prime due opere, ci fornisce una serie di strumenti per meglio interpretare il destino di un’intera nazione e di un intero popolo, seppure al di là del Mediterraneo, a noi affine. Ci mostra il peso della disuguaglianza sociale e morale, che l’identità è sì importante ma non il fine ultimo per riconoscere se stessi e gli altri. Ci insegna che un paese colonizzato è un paese al quale viene negata la storia passata, lo spazio presente; e meglio possiamo comprendere i sentimenti d’odio verso l’occidente, ma mai possiamo giustificarli.
Dobbiamo impegnarci a promuovere un mischiarsi pacifico delle razze, delle tradizioni, delle bellezze, della storia, così da superare il concetto della proprietà esclusiva.
I francesi in Algeria, oltre al dolore, hanno lasciato in eredità, ad una giovane e promettente scrittrice, una lingua, utile a far della poesia e della denuncia. E non c’è niente di più inclusivo delle parole.
Un’autrice consigliata a chi vuole scoprire un nuovo paese, non solo figlio della nostra tragica informazione; a chi ama i libri, oltre le storie che vanno a narrare, come puri oggetti; a chi non sa come funziona il mondo dell’editoria, ma ne è affascinato; e soprattutto a chi non si impegna abbastanza per realizzare i propri sogni.

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