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L'arte ci rende immortali

I Fiordalisi – La meraviglia

Ivan Fedeli è un maestro; e non perché sia insegnante di professione, o non solo per quello almeno. Fedeli incarna una versione moderna dell’antico magister, con quella voce calma e densa in grado di spiegare l’inspiegabile e capace di lasciare spesse volte a bocca aperta. Le pagine de “La meraviglia”, sua ultima produzione poetica edita per Puntoacapo Editore (2018), sono pervase dal tono caldo e avvolgente di chi, pur senza saccenza, ha qualcosa di basilare importanza da insegnare, e dallo sguardo, puntato su un reale circostante, di cui il cinismo e la vacua superficialità vengono ignorate e sostituite da flussi di frammenti in cui abbonda la pienezza quotidiana dell’esistenza. C’è bisogno di meraviglia, sembra ripeterci l’autore con pazienza, senza urla né pretese, in ogni sezione componente la raccolta e a ogni componimento.

Gli scenari del paese, di Lambrate, della provincia sono lo sfondo-protagonista su cui si diramano personaggi e storie permeati di una straordinaria normalità, temeraria nel suo essere così autentica e priva di fronzoli artificiosi. Il versificare di Fedeli, studiato eppure scorrevolissimo, accompagna il lettore in un fluire tra mondi familiari di cui spesso viene sottovalutata la portata simbolica e non, la forza prepotente con cui costruiscono, giorno per giorno, il vivere di tutti. Girando le pagine qualcosa scuote e qui sta la grandezza di Fedeli: smuovere con ricercata semplicità e scenari comuni il profondo, instillare il dubbio del come potrebbe essere se, suscitare l’emozione nel rivedere ciò che abbiamo visto già ma che non abbiamo osservato con sufficiente cura e c’è sfuggito tra le mani.

“La meraviglia” ridà tutto indietro: la contropartita è solo il piacere di leggerla.

 

La meraviglia, Puntoacapo Editore 2018

 

La suora di Savona

Chissà a chi pensa la giovane suora

mentre legge L’arciere del re e aspetta

il treno per Loano. Forse vuole

un caffè ma non osa e sta tutta

lì come il mondo non ci fosse. È bella

nella divisa azzurra e passa gli occhi

qua e là tra pagina venti e un silenzio

solo suo. Si tocca dopo il polpaccio

spostando i sandali di cuoio e vive

in quel gesto quasi l’eternità

rimanesse incagliata nel sudore

delle mani. Ma ha l’età dell’amore

dentro e sembra dire non muoio mai

se qualcuno la guarda e s’innamora

un po’. Allora sorride e anche tu sai

che lo sa mentre la terresti in te

per sempre, anche dopo Savona o il cielo.

E deve essere così il paradiso,

un momento irripetibile e pieno

che spiegano accada per caso, ora

che va via lasciando un odore intenso

di lavanda e l’idea di una vita

lenta, che presto o tardi ti asseconda.

 

 

Quanto manca alla fine del mondo

canta mentre incespica il traffico e

la strada sta tutta tra Radio Italia

e i palazzoni di periferia

a trafiggere l’aria. Spiazza un po’

il ragazzo al volante, ciuffo in mostra

e l’idea di un orizzonte lì,

a portata di mano. Ma è la forza.

dei suoi anni dentro e s’immagina il giorno,

lo splendore del cielo. Sono cose

così sembra mimare da lontano

come un appuntamento in centro

o i libri di latino un po’ sciupati

per un diciotto allo scritto. Ha l’età

dell’illusione forse, quando anche

il tempo non conta e Seneca va

con il pareggio nel derby e un maggio

che promette amore. E sta nella vita

quasi la coda non gli appartenesse

e godesse in sé dei metri strappati

una marcia dopo l’altra. Accarezza

l’asfalto allora pensando alle donne,

i baci che saranno. Essere lui

per un soffio, uno scambio di corsia

si dicono dietro prima del rosso,

quel semaforo che scatta preciso

a fare precedenza, dare un senso

alterno a chi passa, a chi poi rimane.

 

Pensarla un po’ come all’ultimo banco

la Federica di turno, quel mondo

alle spalle di un venerdì di maggio.

Accorgersi allora della fatica

delle parole tra un verso a matita

e il senso della Ginestra sospeso

nell’aria fuori, dove tutto scivola

via. A volte sta alla finestra la vita,

non c’è poesia che tenga: è forza

senza freno, si nutre degli sguardi

di chi corre lontano, all’uscita

quasi il cielo non fosse mai abbastanza.

Deve essere così invecchiare: amare

per solo amore anche le loro frasi

sconnesse, i cappelli buttati qua

e là, la presenza di idee che

verranno prima o poi. Da sempre accade

dicono e si passa senza rumore

nonostante i compiti in classe e il testo

con gli appunti da leggere di sera

prima delle preghiere da studente

con le medesime cose da chiedere,

gli stessi desideri di oggi, di ieri.

 

Il tempo passa e passiamo anche noi

dicono dal corso gli uomini in blu

pensando all’ufficio e alle donne in giro

a guardarle senza peccato. Aggiustano

la cravatta dopo come a restringere

la vita in un respiro che non basta

mai. Bevono un caffè tra loro mentre

l’autunno già si sente tra un semaforo

e l’umido del Lambro più in là, dove

qualcuno cerca il mondo con lo sguardo

al sole. Si aspetta un sabato buono

con l’anticipo di serie a e l’invito

dai suoceri per pranzo quando va

bene tutto, anche la coda da Grossi

e i pasticcini in piazza Udine pronti

da portare ai nonni. Ci si avvicina

all’idea che ogni età vuole il suo

nonostante il prurito dei capelli

bianchi o la città intorno che un po’ invita

a stare giovani, tanto si fa

sempre in tempo a invecchiare. Si sorride

insomma a chi sorride, basta un attimo

o il quartiere in festa per il patrono

che a settembre dà un cielo così bello

e nessuno si sottrae a un saluto

anche se manca il mare o si comincia

a mettersi una maglia sotto, prendere

i figli sotto braccio e poi svegliarsi

presto, che viene lunedì e c’è scuola.

 

 

Ci vorrebbe un inventario ogni tanto,

dividere il bianco e il nero, le cose

fatte e quelle senza conto. Spuntarle

allora secondo un ordine, un verso:

la pensione Carlotta a luglio, il fritto

un po’ indigesto di tua moglie, il figlio

e la condotta a scuola che non va.

L’elenco è il punto, quanta vita cedere

e quanta trattenere a conti fatti:

eccoli lì i giorni distratti o gli attimi

in cui c’eri nonostante la pioggia,

un mal di denti eppure percepivi

l’assenza e il resto a scivolare via.

Dicono sia della poesia

questa età senza padrone e nessuno

sa se finirà presto o tardi. È tua

comunque come il mare e Genova o

la tosse d’inverno. Forse così

è per tutti, forse si prende in giro

il tempo a raccontarsela alla meglio

e viene un silenzio assordante prima

o poi che sorridere ci sta. Vivere

si fa di suo, del resto: basta il mondo

e il coraggio di starci, tanto rose

a maggio ci saranno sempre qui

dove ci si bacia o i bambini giocano

al pallone con i calzini bassi,

barando sul nome del capitano

o su chi tira, chi para, chi passa.

 

Ivan Fedeli (1964) insegna lettere e si occupa di didattica della scrittura. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui Dialoghi a distanza in Sette poeti del Premio Montale (Crocetti), Virus (ed. Dot.Com.Press) e, per i tipi di puntoacapo editrice, Campo lungo (2014, Premio Casentino), Gli occhiali di Sartre (2016, ,Premio san Domenichino) e, nel 2018, La meraviglia. Gli sono stati assegnati il Premio Montale, il Premio Luzi per l’inedito, il Premio Gozzano.

 

Alessandra Corbetta

One thought on “I Fiordalisi – La meraviglia

  1. Rispetto alle due ultime raccolte pubblicate da puntoacapo, Campo lungo e Gli occhiali di Sartre, quest’ultima raccolta di Ivan Fedeli mi ha convinto di meno, e anche se il libro è scritto con maestria, in un tono se vogliamo colloquiale, narrativo, da osservatore attento ma distaccato della realtà e degli uomini, purtuttavia quello che mi sono mancati nel complesso sono stati proprio la meraviglia e l’emozione, vuoi per la troppa omogeneità delle tematiche e vuoi per una scrittura sempre uguale a se stessa e che tende poco a osare a lasciar immaginare di più il lettore.

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