A ognuno i suoi Malaussène

“Se volete veramente sognare, svegliatevi…”

[“Si vous voulez vraiment rêver, réveillez-vous… “]

 

UN FALSO ROMANZO PER RAGAZZI

Nella maggior parte dei casi verrete a conoscenza di Daniel Pennac nel momento in cui ai vostri figli/fratellini/sorelline verranno assegnate le letture scolastiche o quando sistemando la vostra stanza troverete polverosi ricordi di un’estate passata su capolavori come “L’occhio del lupo”, “Abbaiare stanca” et similia.

La realtà è che, come ogni scrittore per ragazzi che si rispetti, Daniel Pennac ha compiuto il miracolo: ha scritto un libro (a dire la verità ne ha scritti diversi) per adulti che si presenta come un libro per ragazzi.

L’impresa è simile a quella di Philip Pullman e della sua saga “Queste oscure materie”, ma la differenza è che Daniel Pennac non ha avuto bisogno di attingere dall’inesauribile bacino del fantastico, ovvero di ciò che può esistere solo nella nostra mente: per scrivere la sua saga si è limitato a guardare alla realtà con occhi totalmente nuovi. I romanzi della saga Malaussène infatti richiedono al lettore di abbattere qualsiasi muro di idee preconcette e cambiare la sostanza della realtà con uno sforzo di immaginazione che però non supera il confine del possibile.

Il paradiso degli orchi”(“Au bonheur des ogres” – letteralmente “alla felicità degli orchi – 1985) è il primo romanzo di questa miracolosa saga e al suo centro, come avverrà per i suoi seguiti, ha la famiglia Malaussène: un complesso e originale sistema di pianeti in orbita intorno al personaggio di Benjamin Malaussène, di professione Capro Espiatorio.

 

UN FALSO ROMANZO GIALLO

La storia si presenta sotto le spoglie di un giallo, gli elementi sono tutti presenti e calibrati alla perfezione: una serie di scabrosi omicidi, un serial killer misterioso, agenti di polizia e un indiziato innocente. Ma è difficile concentrarsi sulla trama della storia, come se si fosse alle prese con un qualsiasi giallo, molto più importante che scoprire il colpevole sembra essere comprendere le dinamiche complesse che regolano la vita di questa famiglia sregolata.

È così che non ti accorgi di star leggendo un giallo se non quando nelle ultime pagine il serial killer viene smascherato. Il nucleo più concreto della storia è appunto quello di una dimensione famigliare atipica e unica ai massimi livelli: una famiglia di soli fratelli, senza padri (che comunque sarebbero troppi e tutti diversi, a dirla tutta) e con una madre che fa capolino, solo tramite la voce, in mezzo alle loro avventure, oppure occasionalmente di persona per lasciare sulla soglia di casa la nuova pagnotta appena sfornata. Un nuovo piccolo Malaussène, per intenderci.

Così Benjamin –  una volta chiuso il libro, vi sorprenderete a volerlo chiamare Ben come i suoi amici e fratelli –  si ritrova nella condizione di non poter essere né figlio né fratello, ma piuttosto un bizzarro capo famiglia senza schemi né direttive. Per essere solo non è solo: al suo fianco troverete la bella Clara con i suoi occhi indagatori della realtà, della quale Ben si innamorerebbe in quattro e quattr’otto … se solo non fosse la sua piccola sorellina che ancora deve fare l’esame di maturità. Troverete Thèrese, una cartomante-dattilografa sempre pronta a pronunciare le sue profezie, anche quando non le vengono richieste. Gli altri uomini di famiglia poi vi conquisteranno: il Piccolo, unico e  vero detective della storia, e il tremendo e rocambolesco Jeremy. Anagraficamente più vicina a Ben, ma sempre lontana in termini di chilometri e di condivisione di responsabilità c’è Louna, alle prese con la presa di coscienza di aspettare un figlio e di non sapere scegliere tra l’amore per un uomo e quello per la creatura che sta iniziando a svilupparsi nel suo grembo. Non bisogna dimenticare poi Julius, un cane puzzolente e epilettico, il migliore amico del protagonista, che a modo suo lo aiuta nelle situazioni più difficili e lo avvisa dei pericoli, anche se questo significa stare per giorni immobilizzato da un attacco di epilessia e con la lingua a penzoloni fuori dalla bocca.

“[…] il Piccolo ha avuto la sua storia di orchi, Jerémy il suo racconto di guerra, Clara la sua dose di umorismo; quanto a Thérèse, rigida come una cancelliera dietro una scrivania, come al solito stenografa integralmente il racconto, digressioni comprese. […] Racconto quindi, fino a quando un generale sbattere di ciglia annuncia l’ora del coprifuoco. Quando chiudo la porta alle mie spalle, l’albero di Natale scintilla nell’oscurità. Non me la sono cavata troppo male; nemmeno per un istante hanno pensato di avventurarsi sui regali. Salvo Julius, che si ingegna da due ora a disfare il suo pacchettino senza strappare la carta.”

In questo caotico puzzle Benjamin sembra dover fare da collante, ma ben presto il lettore si rende conto che, anche se è lui a portare a casa lo stipendio necessario a tirare avanti, gli altri sono indispensabili alla sua sopravvivenza e alla sua felicità. Pagina dopo pagina comincerete a scorgere il loro fragile equilibrio e scoprirete che l’unico modo per prendere sul serio questi personaggi è diventare esattamente come loro: bisogna soffrire come fanno loro, con discrezione, in maniera concreta; bisogna amare come fanno loro, in modo assoluto e a qualunque prezzo, persino essere per tutta la vita Capro Espiatorio quando si era giurato a se stessi “mai più”.

 

SPOILER ALERT! (citazione inevitabile, spoiler assicurato, lettura sconsigliata ai pionieri del romanzo)

“A casa mi attendono alcune sorprese. Anzitutto, un enorme pacco di lettere con offerte di lavoro. Che ho cestinato subito dopo averle lette tutte. Tutte le ditte del paese avevano l’intenzione di allevare un Capro Espiatorio. Niente da fare, chiuso, “mai più”, come diceva un papa a proposito della guerra. […] Mamma! Era la mamma. E ancora giovane come una mamma. Ed era incinta fino ai capelli, come una giovane e graziosa mamma. […] Ho alzato la cornetta del telefono e ho chiamato la Regina Zabo.”

E poi bisogna cominciare a sentire il bisogno di leggere quelle stesse storie che Ben racconta ai suoi fratelli e alle sue sorelle prima di dormire, bisogna nutrirsene per passare una notte serena, senza Orchi che vengano a fare capolino nei sogni.

 

FALSI ORCHI, VERO ORRORE

Questa è una storia che non è realtà e non è finzione, ma esiste in un universo parallelo strettamente collegato al nostro, al quale possiamo accedere solo smettendo di guardare alla realtà con i soliti occhi stanchi che la vita ci costringe a utilizzare.

Pennac  ci mostra come trasformare le brutture della vita in racconti degni della più straordinaria delle avventure. Nella trama non manca infatti l’orrore, quello puro generato dall’efferata crudeltà umana e non dai fantasmi della nostra mente. È tutto vero ciò che esce dalla penna di Pennac (tutto vero e serio nonostante il poco divertente gioco di assonanze) e in quanto vero va affrontato senza negare l’orrore che ne scaturisce. Proprio qui, nel grido disperato ma taciuto del protagonista –  “The horror! The horror!” –  di fronte alla devastante e assoluta crudeltà dell’uomo il lettore inizia a capire che Pennac non è scanzonato e che quello che sta leggendo non è un libro per bambini, ma è un libro per noi. Sì, per noi studenti universitari o lavoratori in pensione, per noi impiegati pendolari che guardiamo con ansia all’inizio della nostra giornata lavorativa, per noi che sperimentiamo l’orrore e la crudeltà del quotidiano senza nemmeno rendercene conto, o forse rendendocene fin troppo conto. Per noi che ne siamo a volte vittime e a volte carnefici.

“Dopo che Théo se n’è andato e ho ficcato la foto in un cassetto del comodino, mi addormento come un sasso. Quando sono immerso nel sonno più profondo una specie di gorilla con una bocca da inceneritore si prepara una frittura mista di bambinetti che guizzano in padella. È a questo punto che gli Orchi Natale fanno il loro ingresso. Gli Orchi Natale…”

 E poi, tra tutto quello che gli piomba addosso, il protagonista di questa saga si dimostra essere estremamente debole, estremamente malleabile, estremamente umano, estremamente vero. Non si può fare a meno di calarsi nei suoi panni e pensare “è, così anche a me è successo” quando riflette sulla portata delle proprie sventure e per affrontarle non fa nient’altro che una passeggiata nel circondario col suo fido Julius, convinto che lamentarsi sia l’unico modo per dare una svolta ai fatti. (E se qualcuno osa dire non aver mai provato questo metodo di risoluzione dei problemi, sta solo mentendo a se stesso)

“Gli orari della vita dovrebbero prevedere un momento, un momento preciso della giornata, in cui ci si potrebbe impietosire sulla propria sorte. Un momento specifico. Un momento che non sia occupato né dal lavoro, né dal mangiare, né dalla digestione, un momento perfettamente libero, una spiaggia deserta in cui si potrebbe starsene tranquilli a misurare l’ampiezza del disastro. Con queste misure davanti agli occhi, la giornata sarebbe migliore, l’illusione bandita, il paesaggio chiaramente delineato. Ma se si pensa alla propria sventura tra due forchettate, con l’orizzonte ostruito dall’imminente ripresa del lavoro, si prendono delle cantonate, si valuta male, ci si immagina messi peggio di come si sta. Qualche volta, addirittura, ci si crede felici!”

 

FALSE FACCIATE, VERO AMORE

L’importanza della famiglia è però il centro focale di questo romanzo: l’unica forma di amore puro esistente al mondo. Quando una famiglia si ama non chiede agli altri componenti null’altro in cambio se non la loro esistenza e vicinanza. Persino quando il mondo intorno a Ben sembra crollare lui sa – e grazie ai suoi pensieri espliciti anche se inespressi, noi lettori sappiamo – che la sua casa, col ticchettio della macchina da scrivere di Thèrese e i flash della macchina fotografica di Clara e i bisticci di Jeremy e del Piccolo e il latrare di Julius, quella casa è il porto sicuro a cui Ben può sempre fare ritorno. Risolvere l’intricato enigma su cui si basa la fabula sarebbe impossibile per il capo famiglia Malaussène senza l’aiuto dei suoi piccoli ma sagaci detective, che con naturalezza gli mostrano l’evidenza lì dove i suoi occhi adulti sono troppo ciechi per vedere. I Malaussène saranno anche una famiglia strana, una famiglia non famiglia, se giudicata a prima vista, ma, come detto in cima a questo articolo, per leggere questo romanzo bisogna smettere di pensare per schemi e facciate predisposte. Sotto a ciò che è unico, qui si nasconde un amore vero.

“Quando raggiungo i bambini, […], l’albero di Natale brilla di tutte le sue mille luci, come si suol dire. Jérémy e il Piccolo lanciano strilli di gabbiani in un oceano di carta da regalo. Thérèse, sopracciglia professionali, ricopia il racconto di ieri sera su una macchina con margherita nuova fiammante. Louna, in visita, guarda il quadretto di famiglia, l’occhio lucido e i piedi a papera come se fosse incinta di sei mesi. […] Clara mi veleggia incontro, in un abito di jersey che le fa un bel corpo da fiamma. […] -Tieni, Benjamin, è per te – Quel che Clara mi prge è graziosamente impacchettato. sta in una scatola di cartone, sta nella carta velina. un paio di pantofole ripiene di panna montata, proprio quello che desideravo, è Natale.”

Si potrebbe a questo punto cercare di spiegare come venga risolto il mistero e catturato il serial killer, si potrebbe cercare di spiegare in che cosa consista davvero la professione di Ben, quella di Capro Espiatorio, si potrebbe ragionare su quanto i cattivi della storia siano davvero gli Orchi della nostra mente. Si potrebbero dire moltissime cose su questo romanzo, ma optiamo per una sola: leggetelo.

Provate a riconoscervi in uno dei membri della famiglia Malaussène, scegliete il vostro preferito, perdetevi per le vie della loro cittadina inesistente ma verosimile, Belleville, scoprite chi è Thèo e come si veste, sfogliate le pagine dell’Actuel, il giornale su cui scrive zia Julia.  Il risultato sarà che alla fine del libro avrete voglia di tornare a far visita ai Malaussène e alla loro scombussolata famiglia passando subito al secondo romanzo della saga. Oppure correrete a chiedere scusa ai vostri famigliari per qualunque torto commesso, espresso o pensato nei loro confronti.

E in qualche modo avrete capito che cos’è una famiglia Malaussène.

Martina Toppi

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *