L’ora di arte: a lezione di emozione da Edvard Munch

Edvard MunchSelf Portrait with Hat Outside the Winter Studio at Ekely, 1930. © Munchmuseet.

Edvard Munch è stato un uomo complicato ed un artista ribelle, diremmo forse punk. Non era difficile, nella sua Norvegia, trovarlo a dipingere su una gelida spiaggia deserta, seminudo, coperto solo da un velo come una statua greca. Non sopportava le costrizioni, le etichette, gli spazi angusti delle parole che determinano: per questo, nell’arco della sua carriera, è stato detto essere un impressionista, un espressionista, poi un naturalista, infine un simbolista, senza essere nessuno di questi. I critici l’hanno rincorso per tutta la vita, mentre lui si divertiva a saltare da una casella all’altra, facendo ciò che solo sapeva fare senza bisogno di indagare come: dipingere.

Allo stesso tempo, Munch teneva un diario che è stato definito dalla storia dell’arte J. Gill Holland “un laboratorio, nel quale Munch ha registrato scene, visioni, storie e meditazioni” scritte così come amava dipingere, senza filtri dalla mente alla pagina. Dall’attenta lettura delle sue parole, possono essere estratte alcune preziose lezioni per essere artisti – e perché no?, esseri umani – migliori.

Lezione #1 – Non aver paura di esporre la tua anima

Death Struggle

Nel 1907, Munch scrive che l’arte “può solo provenire dal mondo interiore dell’uomo”. Il suo mondo interiore fu certamente di quelli complessi, dilaniati da una serie di episodi tragici e sfortunati: la morte della madre e della sorella per tubercolosi quando lui era solo un bambino, gli anni di lotte con disagi psichici e alcolismo hanno sicuramente influito sul modo di esprimere la sua anima nella sua arte, eppure l’hanno fatto in una maniera sorprendente, che l’artista sintetizzò così: “Senza la paura e la malattia, la mia vita sarebbe stata una nave senza timone”. Dipingere fu il mare verso il quale dirigere quell’imbarcazione disgraziata della sua vita. Riguardo ciò che dipingeva, ed in particolare riguardo Sick child, probabilmente un ritratto della sorella perduta, scrisse, infatti: “In queste immagini il pittore regala ciò che di più prezioso possiede: la sua anima, la sua tristezza, la sua gioia – regala il sangue dentro il suo cuore”.

Lezione #2 – Dipingi ciò che hai visto, non ciò che vedi

Det syke barn I (The Sick Child I)

Fino alla fine degli anni ’80 del XIX secolo, lo stile di Munch era vicino all’impressionismo; ma, dopo la morte del padre nel 1889, il pittore norvegese decretò un distacco netto dal realismo, dichiarando che mai più avrebbe dipinto scene d’interni, con “uomini che leggono e donne che fanno l’uncinetto”. Ciò che voleva ritrarre era la gente viva, palpitante, quella che “sente, e ama e soffre”. Per questo, Munch sentiva di non poter più semplicemente dipingere ciò che vedeva, ma ciò che aveva visto, passando ogni visione attraverso le maglie dell’interiorità e dell’emozione: “Io dipingo le emozioni che provavo nell’osservare una scena – scrisse – per cercare di catturare quelle emozioni e restituirle al mondo… Come fa un fonogramma!”.

Lezione #3 – I colori vanno applicati emotivamente, non realisticamente

Puberty

L’approccio di Munch al colore è stato unico nel suo genere: come uno scultore, il colore per lui era un materiale da modellare a seconda delle passioni che voleva imprimervi. Poteva dipingere un volto di verde per comunicare invidia, o un cielo di rosso per sottolineare un sentimento di disagio. Queste scelte vagamente surrealiste lo aiutavano a trasmettere i suoi pensieri alla tela in modo immediato, ed emotivamente pregno. In una pagina di diario datata 1891, Munch scrive: “Provate ad entrare in una sala da biliardo. Osservate con attenzione e per un certo tempo il panno verde del biliardo. Bene. Ora alzate gli occhi… Quanto stranamente vi apparirà rossa l’atmosfera della stanza!”. A quel punto, continuava Munch, l’unico modo realmente sincero di dipingere quella scena, sarà utilizzando il rosso per l’intera stanza, piuttosto che i colori propri degli oggetti. Ciò che bisogna tradire è il realismo, ciò che bisogna preservare è il sentimento.

Lezione #4: Non puntare alla perfezione – ti è solo d’ostacolo

Summer Evening

Munch credeva fermamente nel potere del caos. Era questo il motivo per cui non dipingeva mai in studio, ma all’aria aperta, esposto alle intemperie che spesso graffiavano o mutilavano la superficie delle sue tele: “Trovo sia meglio un’opera buona con dieci buchi, piuttosto che un dipinto mediocre senza alcuna imperfezione”, scrisse. Come pittore, Munch non si è mai interessato dell’immortalità delle sue opere. Ciò che gli interessava, ciò che voleva rimanesse impresso nella mente di chi guardasse ai suoi dipinti, era la patina caotica, incompleta, irrealista dietro la quale s’intravedeva l’emozione che l’aveva scatenata: “I dipinti migliori di Leonardo sono andati distrutti, ma non sono perduti. Un’idea ingegnosa è quella che vive per sempre – conclude il suo diario – E se pure un dipinto cosiddetto espressionista dovesse perdere il suo colore, che importa? Rimarrà la sua anima intatta, e almeno sarà perduto in una morte sublime”.

Marzia Figliolia

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