La vostra vita è un racconto di Alice Munro

 

 

[…] e provavo una fitta di paura, come quando in un sogno ci si ritrova dentro un edificio che non è quello giusto, oppure si è dimenticato l’orario di un esame e si sa che tutto ciò non rappresenta altro che l’estremità visibile di un oscuro cataclisma, un errore irreparabile.”

VITE ALL’INSEGNA DEL DISASTRO

Il primo impatto di un lettore con Alice Munro è decisamente duro, come provare a lanciarsi dalla CN Tower sperando di avere un atterraggio soffice o, perlomeno, di salvarsi la pelle. Non è così: Alice Munro (10 luglio 1931), canadese, premio Nobel nel 2013, non risparmia nessuno, tantomeno in questa raccolta di otto racconti datata 1998: Il sogno di mia madre. Il titolo originale, The Love of a Good Woman, riprende quello del primo racconto della raccolta, mentre il titolo della traduzione italiana coincide con quello dell’ottavo racconto. Ed è senza dubbio quest’ultimo, My mother’s dream, il più appropriato a rendere appieno il crescendo di allucinazione in cui la mente del lettore si trova calata fin dalle prime righe della prima storia.

Uno stato di allucinazione riconducibile a quella tecnica di racconto nota come “realismo magico”: nelle storie di Alice Munro si parla di persone di tutti i giorni e di vite di tutti i giorni, ma la scrittrice, con la sua scrittura meticolosa, estrapola dall’intreccio i fili più oscuri e stranianti, che portano il lettore a chiedersi cosa sia vero e cosa non lo sia, di quale punto di vista ci si possa fidare davvero e fino a che punto l’autrice sia pienamente sincera con lui. Tutto ciò che è oscuro, macabro e a tratti surreale penetra nella narrazione di episodi all’apparenza quotidiani. Il fatto è che, così facendo, la Munro riproduce un ritratto perfetto di quella che è la vita di tutti noi: un intricata intelaiatura di fili dai colori brillanti e seducenti, che se ribaltata rivela tutte le trame oscure destinate prima o poi a emergere in superficie.

 

  • “Ma vale per tutti la stessa cosa. Il male ci prende nel sonno: dolore e disintegrazione sono in agguato. Orrori bestiali, tutti peggiori di quelli che riusciamo a immaginare in anticipo.”

 

VITE DI DONNE

Le protagoniste di questa raccolta sono tutte quante donne e mai, nemmeno per un momento, siamo spinti a credere che Alice Munro si identifichi appieno con una di queste: Pauline, Kath, Enid, Jill, Rosemary sono sacchi vuoti al cui interno possiamo infilarci con facilità e poco importa il sesso del lettore. Ciò che conta è che della vita di queste donne la Munro riporta con tono leggero le sofferenze più pesanti, le scelte più terribili, i segreti più reconditi per dirci schiettamente che non siamo i soli a pensare che la vita si sia rivelata più dura del previsto. Questi otto racconti sono storie di tradimenti e inganni, di omicidi e aborti, di follia e incomprensione. Sono storie di donne, è vero, perché in ognuna di esse la scrittrice ha voluto riversare un po’ di se stessa, tuttavia senza mai sfociare nell’autobiografismo, ma questo non impedisce loro di essere fondamentalmente storie di esseri umani, con tinte di sangue, di sesso, di turpitudine e ossessione, così come di gioia e di condivisione. A tratti, per brevi, brevissimi barlumi, storie che potrebbero essere storie d’amore, ma di un amore a sua volta quotidiano e demistificato.

 

  • “Caro R., Robin – qual è l’ultima cosa che ti dovrei dire? Ciao e buona fortuna. Ti mando il mio amore. (Che succederebbe se la gente lo facesse sul serio – se davvero mandasse per posta il proprio amore per liberarsene? Che aspetto avrebbe la cosa che si manda? Quello di una scatola di cioccolatini dal ripieno giallo come tuorlo d’uovo? Una bambola di fango con due buchi al posto degli occhi? Un gran fascio di rose tra il profumatissimo e il marcescente? Un pacco avvolto in carta di giornale sporca di sangue, che nessuno avrebbe voglia di aprire.)”

 

E poi ancora storie di vita e storie di scelte. La scelta è un elemento essenziale dell’esistenza quotidiana che prende vita dalle parole della Munro: delle protagoniste non viene presentata solamente la logica stringente (e personale) che porta ciascuna alle proprie decisioni, ma anche il loro inevitabile costo, come avviene in Le bambine restano, dove il dolore per ciò che è stato fatto costituisce un peso che la protagonista Pauline dovrà “[…] portarsi appresso e farci l’abitudine fino a quando è solo del passato che si soffre e non di qualsiasi presente possibile”.

È difficile tuttavia accorgersi che questi personaggi sono colti in momenti che, per quanto estremamente ordinari, sono destinati a segnare un punto fermo e di svolta nelle loro vite. Nelle otto storie il lettore attento potrà trovare momenti di illuminazione che ricordano da vicino le epifanie di The Dubliners. La maestria di Joyce fa da sfondo allo stile della Munro, con un ritmo incalzante, che spinge il lettore a chiedersi il significato di quanto ogni protagonista realizza in questi momenti di comprensione totale. Il senso di queste storie però può essere afferrato solo lasciando cadere qualsiasi barriera e calandosi completamente dietro alle maschere dei personaggi.

 

VITE LABIRINTICHE

Alice Munro poi sfida apertamente i suoi lettori: ogni racconto presenta un finale inaspettato e al tempo stesso variamente interpretabile. Non si tratta mai di storie chiuse, circolari, riconducibili a una logica comune. Per comprenderle bisogna leggere e rileggere e ancora non capire, arrendersi all’idea che il punto non è capire, quanto piuttosto scegliere a cosa vogliamo credere, cosa noi, lettori ignari, vogliamo pensare che sia accaduto.

Basti come esempio la trama del primo racconto, Una donna di cuore: questa storia sembra essere destinata fin da subito a costituire una conclusione per l’intera raccolta, la suspense è evidente nel finale del racconto in cui nulla ci viene più detto riguardo ai tre ragazzini protagonisti della prima parte, Jutland. Ci aspetteremmo di ritrovarli più avanti, magari in un colpo di scena finale che leghi a sé tutti i racconti, ma la realtà è che di loro non sapremo più nulla: la scrittrice ha puntato per un momento l’obiettivo della propria telecamera zoomando sulla loro esperienza, ma il loro destino non è quello di chiudere il cerchio, la loro vita prosegue al di fuori delle pagine coperte d’inchiostro, a nostra insaputa. Come nella vita reale il cerchio non si chiude, anzi, lascia aperta una sorprendente quantità di domande.

Così terminato ogni racconto, il lettore si accorgerà che la storia non ha seguito il percorso preannunciato (proprio come la vita), ma che ha cambiato impercettibilmente direzione, in modo così discreto che l’evidenza si fa chiara solo quando non è più ritrattabile, quando l’ultima parola è stata detta e il colpo fatale della Munro assestato.

Una scrittura degna di essere caratterizzata letale: audacia e delicatezza in un unico tratto. La penna di questa scrittrice è affilata, terribile e genera sofferenza: ci ferisce, è vero, ma senza che ce ne accorgiamo riesce anche a consolarci per il semplice fatto che grazie ad Alice Munro ci rendiamo conto di non essere più vittime di un tenace e sempre seducete solipsismo.

 

LE VOSTRE VITE

Leggere questi racconti di Alice Munro vi farà così tanto male da rendervi migliori, perché in essi la scrittrice è riuscita a incapsulare la vita, la nostra, a racchiuderla in un contenitore ermetico, sigillato per i prossimi cent’anni e destinato a essere aperto per rivelare ai posteri un significato antico e latente, dal profumo così familiare da risultare acre, come tutto ciò che ci ricorda quello che non possiamo riavere più.

E poi, a differenza dei grandiosi racconti minimali di Raymond Carver, in cui ogni finestra di ogni cucina si affaccia su strade di quartieri statunitensi e ogni sofferenza affogata nell’alcol è destinata a essere sostenuta solo da spalle americane, i racconti della Munro invece non inchiodano al muro la vita canadese e soltanto canadese, no, questi racconti sono un auto esame che ciascun lettore può condurre su se stesso. La scrittrice ha fatto un passo indietro, ha allargato la visuale su una quotidianità umana e familiare per ciascuno. Familiare e acre, come quelle cose che ogni notte ci tormentano e che alla luce del giorno non vogliamo ammettere di conoscere fin troppo bene.

Se un insegnamento c’è dietro ognuno di questi racconti, se lo si vuole cercare al di là del brivido generato da una scrittrice che è maestra eccelsa nella narrazione breve, ebbene questo insegnamento è che ogni scelta, persino la più piccola, è tesa a cambiare il corso delle nostre vite in modo irrevocabile. Questo ci rende degli eterni condannati al pentimento e al ripensamento ma, allo stesso tempo, ci rende davvero padroni di noi stessi: dei e prigionieri, in una vita sola.

Una visione del mondo così truce che davvero possiamo dire che Alice Munro è per lettori navigati. Non per chiunque, ma per quei coraggiosi che abbiano la stoffa di scattare una panoramica della propria vita e decidere se valga la pena o meno di farne un racconto. Un racconto alla Alice Munro.

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