Dal mito all’arte: l’unicorno, dai dipinti del ‘400 a Damien Hirst

In tempi piuttosto bui e dolorosamente reali come quelli che corrono, a cosa ci si può rivolgere in cerca di sollievo se non ad un po’ di sana meraviglia? Non è un caso che, dopo il miraggio negli anni ’80 e ’90, gli unicorni abbiamo scelto proprio gli ultimi anni per tornare tra noi. Li ritroviamo ovunque: tra le pagine dei romanzi fantasy, nei cartoni per bambini, disegnati sul retro degli smartphone all’ultima moda.

Eppure, la nascita del mito dell’unicorno precede di molto Harry Potter ed il merchandising de My Little Pony. Nel 389 a.C., infatti, lo storico greco Ctesia descriveva un animale il cui unico corno possedeva poteri guaritori, e 500 anni dopo Plinio il Vecchio parlerà di uno strano animale ibrido che rifugge ogni tentativo di catturarlo.

Più tardi, nel Medioevo, l’unicorno diventerà il simbolo di castità e purezza, un animale feroce capace di essere domato solo da una vergine.

Nonostante l’esistenza dell’unicorno sia stata definitivamente ritenuta una fantasia nel XVI secolo, cionondimeno la sua influenza è rimasta forte e visibile nella storia dell’arte, come testimoniano queste opere provenienti da ogni tempo e da ogni luogo.

# 1 – Martin Schongauer, The Mystic Hunt of the Unicorn, 1489

Martin Schongauer, The Mystic Hunt of the Unicorn, 1489. Courtesy of the Pushkin Museum of Fine Arts, Moscow, via Wikimedia Commons.

Questo dipinto ad olio dell’artista tedesco Martin Schoungauer fa parte di una serie di Annunciazioni, nelle quali il soggetto è l’Arcangelo Gabriele che discende a rivelare alla Vergine Maria che aspetta il figlio di Dio. Trasgredendo i canoni di rappresentazione tradizionali, qui l’artista inserisce nell’immagine una scena di caccia all’unicorno, trasformando l’Arcangelo nel cacciatore accompagnato da alcuni cani da caccia che rappresenterebbero le virtù cristiane di giustizia, verità, pietà e pace.

Nella rappresentazione di Schoungauer, l’unicorno salta, docile, in grembo a Maria, sottolineando così la credenza popolare che queste creature potessero essere addomesticate solo dalle vergini, che i cacciatori avrebbero dunque utilizzato come esca.

# 2 – Anonimo, The Unicorn Tapestries, 1495–1505

The Unicorn is Found (from the Unicorn Tapestries)

Uno dei più prestigiosi possedimenti del Metropolitan Museum of Art, questa serie di sette drappi elegantemente intrecciati con fili di seta d’oro e argento ha richiesto per sé un’intera stanza, nella quale è possibile seguire il racconto di un’altra caccia all’unicorno, ancora con cacciatori, vergini e cani da caccia, che si conclude con la cattura e l’uccisione della creatura mitologica. In molti hanno rivisto in quest’opera un’allegoria della Crocifissione, soprattutto in luce di un’altra credenza popolare che associava la figura dell’unicorno a quella di Gesù Cristo, ma quello del significato della scena è solo uno dei misteri che circondano i sette drappi, di cui non si conosce l’autore se non per quelle due lettere, “AE” ricamate su ognuno degli arazzi.

#3 – Raffaello, Ritratto di donna con unicorno, 1505

Portrait of a Lady with a Unicorn

Dall’ambigua espressione alla posa familiare, sembra piuttosto chiaro che modello di riferimento per questo ritratto di una giovane donna bionda con gli occhi chiari sia stata la Monna Lisa di Leonardo da Vinci. Ad accomunare i due dipinti, ci sarebbe anche l’incertezza riguardo l’identità della donna rappresentata, anche se probabilmente questo ritratto fu commissionato a Raffaello in occasione di un matrimonio. Un esame a raggi X rivelò che, inizialmente, al posto dell’unicorno era rappresentato un cane, accoccolato in grembo alla ritratta: il cane era notoriamente simbolo di fedeltà, mentre l’unicorno simbolo di castità. È allora di nuovo incerto il motivo della sostituzione dell’uno con l’altro, se sia avvenuto perché il fidanzamento venne rotto o per rappresentare semplicemente la purezza con la quale la sposa di presentava all’altare.

#4 – Gustave Moreau, Les Licornes, 1887

Les Licornes (The Unicorns)

Con il gusto tipico del Simbolismo per il racconto delle passioni e dei desideri tramite scenari biblici o mitologici, qui Moreau dipinge un gruppo di donna – principesse – accompagnate da quelli che sembrano docili unicorni addomesticati dai loro poteri virginali. A sottolineare la purezza delle dame concorre anche il giglio che una di loro stringe tra le mani. Tutta la scena sembra una citazione ai ritratti che era uso fare della famiglia reale, con le donne vestite in decadenti abiti color rosso, oro e argento, e ingioiellate in pendant con i loro animali.

#5 – Rebecca Horn, Unicorn, 1970-72

Rebecca Horn, Unicorn, 1970-2. © Rebecca Horn / Artists Rights Society (ARS), NY / VG Bild-Kunst, Bonn. Courtesy of Harvard Art Museums/Busch-Reisinger Museum, gift of the artist.

Ispirata dalla realtà surreale dei racconti di Kafka e dei film di Luis Bunuel, la performer tedesca Rebecca Horn propone realtà alternative che ottiene da sculture estensive del corpo. È quanto succede in Unicorn, performance video dell’inizio degli anni ’70 ideata appositamente dalla Horn per una sua compagna di classe del liceo, la cui eleganza ed il cui portamento le ricordavano quelli di un unicorno. Sotto la regia dell’artista, la donna indossò un paio di corna e un corpetto, per poi semplicemente passeggiare attraverso un bosco nei panni della creatura mitologica, mentre la Horn finiva col suggerirsi come la vergine a cui riesce di sedurre e domare la bestia fantastica.

Trasformando la sua compagna di scuola nell’animale, inoltre, Rebecca Horn pone l’accento su quanto poco controllo abbiamo sul modo in cui il nostro corpo viene percepito dall’altro.

#6 – Damien Hirst, The Dream, 2008

Damien Hirst, The Dream, 2008. Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images.

Damien Hirst c’aveva già provato, con gli animali galleggianti nella formaldeide, quando aveva creato The physical impossibility of death in the mind of someone living, una… scultura… performance… idea che aveva per soggetto uno squalo tigre. In The Dream, Hirst gioca invece con l’immaginario dello spettatore, con un possibile non verosimile ma ottenuto dalla realtà che è un cavallo, ancora una volta immerso nella formaldeide, dalla cui fronte Hirst fa emergere un lungo corno. Al contrario dello squalo, l’immagine suggerita in questo caso non è minacciosa, non è feroce, richiama piuttosto la fantasia e i giochi di associazione fatti dai bambini, contrastando amaramente con la meditazione sulla morte sempre in agguato nei lavori dell’artista inglese.

Marzia Figliolia

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