I Fiordalisi – Zero al quoto

A Fabrizio Bregoli va, da subito, riconosciuto il grande merito di aver scelto la poesia che lo rappresenta e da cui farsi rappresentare.

Come ogni presa di posizione decisa porta con sé l’apertura dello spartiacque tra a chi piace e chi no, ma nessuna diatriba può accendersi sulla constatazione della qualità dei suoi versi e del certosino lavoro di ricerca che li precede. Già ne Il senso della neve (Puntoacapo Editore 2017) lo stile di Bregoli emergeva in maniera chiara e distinta; ora in Zero al quoto (Puntoacapo Editore 2018) ci troviamo di fronte a un raffinamento ulteriore e a una demarcazione ancora più netta dei confini all’interno dei quali l’autore stabilisce di muoversi.

Zero al quoto è un’espressione mutuata dall’ambito matematico, dove designa un’operazione che dà come resto zero, usata qui per indicare la confluenza al nulla dell’agire umano impegnato nella ricerca di senso. Un abbraccio al nichilismo sembra quello che Bregoli vuole dare con la sua opera e un’ammissione della perdita di speranza, quasi doverosa di fronte a una contingenza che la toglie in continuazione, l’aura da cui i versi sono accompagnati; eppure, questo richiamo al niente che echeggia di continuo, molto si avvicina a essere una provocazione raffinata a credere ancora nella possibilità di sottrarre l’uomo, e quindi noi stessi, a un processo di sfinimento/neutralizzazione identitaria, relazionale ed emotiva. Anche il più piccolo suono toglie il silenzio, lo cambia, lo trasforma; così l’appello al vuoto e alla sua presenza costante diventa il primo strumento per tentare di eliminarlo, di renderlo altro. Bregoli lo fa a gran voce, con poesie metricamente e musicalmente strutturate, in cui la parola fa da padrona nel suo essere ricercata, tecnica, straordinaria rispetto al linguaggio comune. Non importa se si parla di “Questioni giurisdizionali” o della “Pietà Rondanini“ o de “I Limoni del Garda”: tutto viene trasposto in una dimensione altra, più alta, lontana dall’omologazione e volutamente complessa, intessuta da trame che per essere sciolte necessitano di attenzione, profondità, conoscenza.

È vero che in Zero al Quoto, nonostante l’analisi pregressa sia anche tematica e non solo linguistica, la cura e la dedizione al significante sembrano imporsi su quelle al significato (ed è qui che si apre lo spartiacque di cui sopra) ma è altrettanto verso che Zero al quoto si distingue, e con lui Fabrizio Bregoli, a cui va l’onore e l’onere di abitare, a tutti gli effetti, l’universo Poesia.

 

Fabrizio Bregoli, Zero al quoto, Puntoacapo Editore 2018

 

Dasein

(Number 18 – Jackson Pollock, 1950)

S’inabissò nella sua prigionia
di buio e polline, l’intatto calice
del suo silenzio, lo spazio insondabile
dove spettò soltanto a lei decidere
se esistere, o rimpiangerlo.
Non la lusingò il prillare dell’aria
nell’ovvia congiuntura equinoziale,
non la incuriosì l’apprenderne il volto
sereno o di tempesta, il crepitio
lieve delle rugiade
l’algore d’una brina.
Si seppe assillo di voli, elitre e pioggia
né la scosse il desiderio di forma
il doversi campire stilla a stilla,
quel suo farsi colore, darsi un fine.

Ma presagì il teatro
d’Essere e Tempo, e seppe in un istante
che solo trattenuta nel suo ovario
socchiusa in quelle ciglia
avrebbe lei potuto preservare
quella bellezza dalla consunzione.
E scelse di non esser mai una rosa.

 

Banlieue Shahīd

Certi viali hanno speroni di nebbia
e l’andatura spenta della sera
nella sua carovana di silenzio,
vi consacrano a un breviario d’attimi
cuori scalzi sul periplo del nulla.
Nel crepitio del sale che rinfocola
l’ardire delle lingue sulle briciole,
mani arrese da cui pregare è porgere
lische d’istanti all’amo delle labbra
nell’arrovescio cupo delle sillabe.

Svanire è un attimo ti dicono
e con nenia di zucchero ripetono
è un lampo impercettibile di buio.
L’innesco è un pane caldo
un lievito sull’azzimo dei passi,
l’esplosivo fardello d’una piuma
che s’abbandona al vezzo del suo vento.
Vivere è la calibratura esatta
di un’orologeria millimetrica
a scandire il rintocco della fine
– non è misura o dono da comprendere –
svanire sai è docile amnesia
e dissolversi estremo brillamento,
baleno su un quadrante opaco d’ore.

 

Destinazione d’uso

Ditta, la chiamano ancora i dispersi
o i reduci d’una Brianza braccia e
cambiali, ai tempi del futuro mite.
A rate. Un’insegna divelta ne dice
la grammatica sconnessa, l’opaco
dei passi. È questa l’ora di rade orde
di sbandati, nel minimo bivacco
d’incerate, fra lampade a carburo
raccolti a una cucina tutta avanzi,
o la solita combriccola di giovani
alle prese con la loro argonautica
delle rovine, a battesimo
di non sai quale primogenitura.

Presto ne faranno – dicono – un centro
commerciale, di certo ciò che merita
un’epica industriosa. Variazione
nella destinazione d’uso recita
il galateo del millennio pratico.
Ne faranno un’arnia buona di luci
garbate, un traslucido di vetrine.
Teche, per la reliquia d’occasione.

 

E ripetevi non ancora, non
adesso – e intendevi una desinenza
nuova, tu che temevi i congiuntivi
quel loro vivere solo d’ipotesi,
e il futuro, buono come esercizio
scolastico, a rinviare sempre a un dopo.
I verbi e quel loro vizio: alterare
le radici, sovvertire grammatiche
quel poco che trattiene a terra certa.
Preferivi gli avverbi – non ancora
non adesso – Schietti. Immodificabili.

Ti sentirai a casa
dove il tempo non ha coniugazione.

 

 

Fabrizio Bregoli, nato a Leno, risiede a Cornate d’Adda in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, master in Marketing, lavora a Milano nel settore delle telecomunicazioni. Nel 2016 pubblica, per Puntoacapo Editore Il senso della neve con prefazione di Ivan Fedeli e nota critica in postfazione di Tomaso Kemeny (Finalista al Gozzano e al Merini) Suoi lavori sono stati pubblicati in antologie di Lieto Colle, della Fondazione Mario Luzi e sulle riviste Euterpe, Alla Bottega e Versante Ripido. Partecipa a letture poetiche e dibattiti culturali e ha preso parte ad alcuni eventi mitomodernisti e avanguardisti. Ha conseguito numerosi riconoscimenti in premi di poesia, fra i quali merita ricordare i Primi Premi al Letteratura d’Amore (2013 e 2014), all’Aurelio Goretti (2013), al Marietta Baderna (2014), all’Eridanos (2014, 2015 e 2016), al Lino Molinario (2014 e 2016), al Daniela Cairoli (2015), al Giovanni Descalzo (2015), al Piemonte Letteratura (2016), all’Anna Kuliscioff (2016), al Terre di Liguria (2016), al Città di Triuggio (2015), al Città di Rescaldina (2016), il Premio della Stampa al Città di Acqui Terme (2013), la segnalazione al Guido Gozzano (2014). Il suo ultimo lavoro è Zero al quoto (Puntoacapo Editore, 2018), con prefazione di Vincenzo Guarracino)

Alessandra Corbetta

 

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