“Stronger”: nulla sarà mai più forte del patriottismo americano

Gli attacchi terroristici degli ultimi anni hanno rappresentato per Hollywood –e, più recentemente, anche per l’Europa- una fonte importante dalla quale attingere per raccontare avvenimenti destinati a passare alla storia: “Stronger – Io sono più forte” di David Gordon Green fa parte di questa tipologia di film. Raccontando i tragici eventi della maratona di Boston del 2013 che hanno cambiato la vita -tra gli altri- a Jeff Bauman, emerge spiccatamente il tema, tipicamente americano, dell’uomo qualunque che diventa eroe.

Nel tentativo di riconquistare l’ex fidanzata Erin (Tatiana Maslany), Jeff, con tanto di cartellone fatto a mano, la aspetta al traguardo della maratona di Boston, alla quale la ragazza ha preso parte. Poco prima che Erin possa tagliare il traguardo, però, due ordigni esplodono, uccidendo e ferendo maratoneti e pubblico: una delle vittime è proprio Jeff al quale, in seguito alle lesioni riportate, vengono amputate entrambe le gambe. Ciò che rende speciale Jeff è il fatto di essere in grado di riconoscere uno degli attentatori: per questo motivo il ragazzo diventa un vero e proprio eroe, destinato a rappresentare il simbolo della resilienza per un’intera nazione. Nonostante l’entusiasmo della sua famiglia per l’improvvisa notorietà, Jeff è però restio a mettersi in mostra e si sente quasi soffocare dall’affetto che riceve da ogni parte del mondo. L’unica a rendersi conto della sua condizione di sofferenza dovuta allo stress post-traumatico è proprio Erin che, dopo l’attentato, si riavvicina a lui.

Il potenziale di “Stronger” è alto, ma si sofferma forse un po’ troppo sulle vicende familiari invece che sull’effettiva condizione di Jeff: il suo DPTS e la sua riabilitazione rimangono sullo sfondo nonostante rappresentino la parte più emozionale del film, mentre i rapporti interpersonali ne rappresentano il vero fulcro. Il film si salva comunque in calcio d’angolo verso il finale, quando i rapporti personali si spostano dall’ambito familiare per dirigersi verso altre persone: in primis Erin, ovviamente, e Carlos Arredondo, l’uomo che lo ha soccorso subito dopo l’attentato. È grazie a loro che Jeff riesce a trovare quella voglia di autonomia che prima di allora gli era mancata, riuscendo finalmente a prendere in mano le redini della propria vita.

Il punto di forza del film è inevitabilmente il lavoro svolto da Jake Gyllenhaal che, privato del blu dei suoi occhi oltre che delle sue gambe in questa pellicola, porta a casa un’interpretazione forte e complicata che, considerato il tipo di ruolo, gli sarebbe valsa sicuramente qualche nomination importante durante la passata stagione degli awards se solo il film si fosse soffermato di più su aspetti più profondi e particolari della situazione nella quale il vero Jeff Bauman si è ritrovato.

È proprio per l’interpretazione di Gyllenhaal che vale la pena di guardare un film che avrebbe potuto essere migliore di quello che in realtà è, ma che è comunque capace di offrire un’interessante quadro della società americana e, in particolare, del loro patriottismo che, probabilmente, è il valore più forte nell’intero film.

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