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L'arte ci rende immortali

ESCLUSIVA – Roberto Colella: “ParcoSofia, un passo verso nuove direzioni. Il mio approccio alla musica? E’ arrivato molto tardi…”

La musica è come un continuo viaggio. Ogni brano ci porta in un posto nuovo, un susseguirsi di emozioni, gioie, paure e sensazioni che ci trasportano inconsciamente dove vogliano. Le emozioni sono soggettive, proprio come la musica, ognuno vive il proprio viaggio in modo diverso, senza vincoli, senza alcun tipo di condizionamento. Il viaggio musicale ci rende liberi.  Oggi, noi di Menti Sommerse, abbiamo avuto il piacere di intervistare Roberto Colella, frontman de “La Maschera” che, dopo averci portati ne “O’ vicolo e l’alleria”, ci guida nel suo “ParcoSofia”. Quest’ultimo arrivato in finale del “Premio Tenco” per la categoria .Album in dialetto”.

Partiamo da “Te vengo a cercà”, canzone scritta insieme a Laye Ba, che ha aperto il vostro ultimo concerto a Napoli. Ti va di raccontare ai nostri lettori il vostro primo incontro e quanto quest’incontro abbia influenzato la tua musica?

Ci siamo conosciuti circa tre anni fa. Ci conoscemmo in occasione del concerto che si tenne a “Piazza Dante” a sostegno degli operai cassaintegrati della Fiat, organizzato da Daniele Sepe. Alla fine del concerto si avvicinò questa persona (Laye Ba ndr) che disse: “Ho sentito parecchia Africa nella tua musica e mi farebbe piacere conoscerti”. Mi diede il suo numero di telefono e il giorno dopo ci vedemmo a casa sua. Senza nemmeno conoscerci ricordo che mi preparò un caffè, mentre io maneggiavo la chitarra. Iniziai a suonare e nacque “Te vengo a cercà”, di punto in bianco, senza conoscerci.

Da “O’ vicolo e l’alleria” a “Parco Sofia”, le differenze sono evidenti, soprattutto musicalmente, ma per te, cosa è cambiato umanamente ed artisticamente?

E’ difficile dire cos’è cambiato umanamente. Ci vogliamo sempre molto bene. Le persone che lavorano al progetto sono legate da un rapporto umano profondo. Musicalmente c’è un’evoluzione, una ricerca. A tutti noi piace suonare, siamo malati di musica, ossessionati dagli strumenti. Sicuramente c’è un passo, non in avanti, ma verso altre direzioni e, nei prossimi lavori, ci saranno ancora altre direzioni. Ci annoia fare sempre la stessa cosa, preferiamo sperimentare. In questo disco c’è la contaminazione africana. Ultimamente mi sto appassionando alla musica argentina e sudamericana. Ci saranno sempre modi nuovi per influenzare la musica.

 

I testi sono tutti scritti da te e, si sa, i brani sono come i figli, non si può decretare il “preferito”. C’è però, una canzone che emotivamente ti dà quel qualcosa in più quando la esegui?

Personalmente, vado a periodi: ci sono periodi in cui mi emoziona di più una canzone piuttosto che un’altra. Sicuramente una che mi emoziona suonare è “Senza fa rummore”, se pensiamo al secondo disco. E’ una di quelle che mi da un brivido, forse per la storia importante che ha dietro ed è l’unica storia che non ho mai raccontato, sarà questo che mi emoziona.

In Parco Sofia la componente più grande è, ovviamente, il tuo vissuto. “Vulesse turna’ a essere criaturo mentre m’assetto pe’ terra”, “Hai voglia ‘e perdere ‘na vita sana appriesso a me, ca nun so’ mai crisciuto”. Diversi riferimenti all’infanzia e alla famosa “sindrome di Peter Pan” che accomuna un po’ tutti. Ti va di raccontarci come il Roberto Colella bambino si è avvicinato alla musica?

Il Colella bambino secondo me c’è ancora (ride ndr). Mi sento ancora parecchio “bambino”. Mi sono approcciato molto tardi alla musica, mi fu regalata una chitarra a diciassette anni, da un amico che suonava a “Parco Sofia”, questo posto dove siamo cresciuti, un posto difficile, di periferia, dove ci sono parecchi problemi sociali, ma esistono anche molto miracoli e, secondo me, questo è uno di quelli.

Un amico che, successivamente, ha preso altre strade, mi regalò una chitarra, mi girò le corde, dato che sono mancino, da quel momento rimasi folgorato e iniziai a suonare di tutto, dal pianoforte ai flauti, passando per le armoniche, ho suonato moltissimi strumenti a corda e, ultimamente mi sto divertendo con gli strumenti a fiato.

Il Colella bambino ha scoperto di avere un orecchio musicale solamente dopo, perché dopo qualche anno che iniziai a suonare, vidi delle riprese fatte a me da bambino con una tastiera, grazie alla quale riproducevo tutto ciò che vedevo alla televisione, come ad esempio i cartoni animati, ma non ricordavo questa cosa.

Parliamo del vostro concerto all’ex Opg. Per un gruppo napoletano, suonare a Napoli ha sempre un sapore particolare. L’energia messa sul palco e la sinergia tra voi e il pubblico ha raggiunto un grado incredibile. 10 anni fa, Roberto Colella avrebbe mai immaginato di essere così amato dalla sua gente?

Nemmeno cinque anni fa l’avrei mai immaginato. E’ vero, si è creato un rapporto molto bello, intenso. C’è un affetto reciproco. La cosa che mi entusiasma più di tutte è proprio questa. Io all’inizio non ero propenso a suonare le mie canzoni in pubblico. Scrivevo qualcosa, ma preferivo tenere tutto per me. “Me’ mettevo scuorno”, ad essere sincero (ride ndr), fù Vincenzo, il trombettista, a dirmi “Dai suona queste canzoni”, le provai una volta e da quel momento non ci siamo più fermati.

Parlando di “Premio Tenco”, è impossibile non pensare al mondo dei dischi. Qual è la “top five” dei dischi che hanno influenzato particolarmente Roberto Colella dal punto di vista artistico e perché?

Questa è una bella domanda. E’ complicato rispondere. Mi sono avvicinato alla musica grazie a qualcosa che va nella direzione opposta rispetto a quello che faccio io. Ho ascoltato intere discografie, dai Led Zeppelin ai Queen, passando per i Pink Floyd, i Beatles, Rolling Stones, le ascoltavo tutte con grande piacere. Queste discografie mi hanno fatto innamorare della musica.

Poi, ovviamente, ci sono dei dischi che mi hanno folgorato come ad esempio “Bridge over Troubled Water” di Paul Simon e Garfunkel. Un disco spettacolare. Di Paul Simon potrei dirti tranquillamente tutta la discografia a memoria e in qualche modo tutto ciò ti influenza.

Poi abbiamo “Closing time” di Tom Waits se devo pensare a dei dischi che amo particolarmente, c’è James Taylor, è veramente complicato sceglierne cinque, non saprei. Ci sono dei dischi che in qualche modo ti danno uno schiaffo e ti dicono “Guarda, la musica è anche questa” e non sono pochi. “My peaple” di Joe Zawinul è un disco meraviglioso.

Tra le cose che mi hanno aperto la mente, c’è sicuramente Paul Simon, mi ha fatto innamorare. “Pet Sounds” dei Beach Boys è un disco che quando l’ho ascoltato per la prima volta sono rimasto senza parole, scoprire la genialità di Brian Wilson mi ha sicuramente segnato.

A Roberto Colella e Chiara Ricci va un sentito ringraziamento da parte della redazione di MentiSommerse.it

Intervista a cura di Gennaro Bianco

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