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“Il sacrificio del cervo sacro”: una tragedia greca sul grande schermo

Il sacrificio del cervo sacro” non è di certo un film per tutti e, per chi deciderà di andare a vederlo, sicuramente non sarà un film facile, che potrà essere amato o odiato: non potrà esserci alcuna zona grigia. Già i primi fotogrammi metteranno a dura prova lo spettatore che si troverà davanti una scena tanto semplice quanto raccapricciante e il film continuerà a stuzzicare il suo pubblico, seppur in modo diverso, non facendo mai calare l’attenzione per tutte le due ore del film.

Steven è un cardiologo affermato che con la moglie Anna e i due figli Kim e Bob conduce una vita perfetta, in una casa bellissima e senza alcun tipo di preoccupazione. Ma fin dall’inizio c’è un’ombra intorno a Steven: Martin, un ragazzo al quale il medico è legato, ma la natura del loro rapporto non trova una spiegazione fino a che Bob, il piccolo della famiglia, perde improvvisamente l’uso delle gambe.

La malattia di Bob segna una linea di confine ben definita nel film che lo divide nettamente in due parti.

Nella prima parte del film tutto ci appare ovattato e confuso, quasi senza senso: si fanno ipotesi sul perché Steven conosca Martin, su quale sia il loro legame, si intuiscono i rapporti interpersonali nella famiglia di Steven, ma alla fine della fiera non c’è nulla accada davvero. Anche la recitazione assorbe appieno questa aria di nonsenso: due attori formidabili come Colin Farrell, qui nel suo secondo ruolo per il regista Yorgos Lanthimos, e Nicole Kidman sono praticamente degli automi che fanno sembrare Steven e Anna come ipnotizzati o, per essere più in linea col film, anestetizzati.

È quando Bob si accorge di non poter più muovere le gambe che il film e i suoi interpreti si risvegliano, come se il regista-ipnotizzatore avesse schioccato le dita: una volta capita la causa dei disturbi di Bob e dopo che anche Kim ne subisce gli effetti, una volta svelato quel legame tra Steven e Martin che fin dall’inizio del film ha incuriosito lo spettatore, l’azione diventa una corsa contro il tempo per salvare l’integrità della famiglia messa in pericolo da un desiderio di vendetta che mai ci si sarebbe aspettati. In particolare il personaggio di Anna sembra prendere in mano la situazione, decisa a tutti i costi a salvare la vita dei suoi figli anche se, nel momento in cui prende consapevolezza del fatto che probabilmente non riuscirà a farlo, propone una soluzione orrenda e un rimedio altrettanto assurdo al marito. Ma è proprio Steven che, alla fine, dovrà trovare una via d’uscita dall’impasse nella quale la sua famiglia si trova, sacrificando, usando la stessa metafora del titolo, il più sacro dei cervi.

Come anticipato, questo film non presenta zone grigie.

Lo si odierà se il principale criterio di giudizio è quello di paragonarlo alle opere dei grandi registi, in particolare Kubrick: è sicuramente l’intento del regista stesso quello di essere paragonato alle sue opere e molti elementi del film sono manifesto di questa volontà, ma non c’è nulla che vieti a Lanthimos di rincorrere l’ambizione di ispirarsi a maestri che hanno avuto un impatto sulle vite di ciascuno di noi.

Per questo, se si prescinde dall’ambizioso progetto di raccogliere l’eredità di grandi maestri, non si potrà far altro che amare il film.

Decisamente non fine a se stesso, ci troviamo davanti ad una tragedia greca che ricorda molto l’Ifigenia in Aulide di Euripide sotto forma di thriller psicologico profondamente disturbante (che sfocia anche in alcuni passaggi in un horror relativamente soft) come se ne vedono pochi, che riesce a lasciare allo spettatore un milione di emozioni contrastanti: dallo smarrimento iniziale si passa per la tenerezza e poi per il dolore causato dalla perdita di quel cervo più bello fra tutti gli altri, per terminare poi con un sentimento di vendetta che ci farà sentire esattamente come i membri di quella famiglia che, un tempo perfetta, è ormai stata distrutta.

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