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La lotta di Gabrielle contro la “grassofobia”

L’obésité, ce n’est pas seulement le petit gros assis au fond la classe, au collège, c’est aussi celui que vous ne verrez pas dans l’amphi à l’université, celle que vous ne croiserez pas dans les cabines d’essayage d’H&M. Depuis l’enfance, l’adolescence surtout, l’obèse apprend à se taire. Il est, à l’image de ses kilos, toujours en trop. Pointé du doigt comme un individu dépourvu de volonté, alors qu’il est souvent en proie à une lutte pour sa survie.”

“L’obesità, non è solo il piccolo paffutello seduto in fondo alla classe, alla scuola media, è anche quello che non vedrai nell’anfiteatro dell’università, quella che non incontrerai nelle salottini prova di H&M. Fin dall’infanzia, in particolare l’adolescenza, chi soffre di obesità impara a stare zitto. È, come i suoi chili, sempre troppo. Gli si punta contro il dito come un individuo privo di volontà, mentre è spesso tormentato da una lotta per la sua stessa sopravvivenza.”

Ospite in Italia due settimane fa, a Lecce, in occasione di Pe(n)sa Differente – Festival dell’espressione creativa e della bellezza autentica, la scrittrice francese Gabrielle Deydier, autrice del libro “ON NE NAÎT PAS GROSSE” (Éditions Goutte d’Or – Parigi, Francia) nota a livello internazionale per la sua personale lotta contro lo stigma e il bullismo nei confronti delle persone che soffrono di obesità e per il suo contributo a far entrare il termine “grossophobie” (letteralmente, “grassofobia”) nei dizionari francesi.
Il best seller di Deydier è un libro di memorie della sua trasformazione da una sedicenne brillante, estroversa e paffuta, a una giovane donna introversa che, mentre il suo peso saliva oltre i 150 kg (per 1,53 m di altezza), subiva pesanti umiliazioni quotidiane. Alla sua storia personale, si aggiunge un’inchiesta condotta sul territorio d’oltralpe, che da un anno a questa parte ha attirato l’attenzione dei media internazionali e dei ricercatori in materia di disturbi dell’alimentazione.
A testimoniare il “peso” che spesso si portano addosso le persone che soffrono di queste patologie, è la voce di Gabrielle stessa, in un’intervista esclusiva per i lettori di MentiSommerse.

Gabrielle, ci racconti per sommi capi la tua storia?

Da bambina, non ero in sovrappeso, ma ho sempre portato una taglia di pantaloni in più rispetto alle mie compagne di classe. Per i miei genitori, invece, sono sempre stata troppo “in carne”. Quando erano giovani loro erano molto magri e mia madre si vantava sempre che il giorno in cui ha incontrato mio padre (all’età di 17 anni) portava una taglia XXS e una maglietta taglia 8 anni.
A 16 anni, ero in sovrappeso (65 kg per 1m53), ma a quel tempo praticavo molto sport: pallavolo, pallamano, ciclismo….da 10 a 15 ore a settimana. Ero molto muscolosa.
Il problema è che il nutrizionista a cui mi sono rivolta all’epoca ha preso in considerazione solo l’IMC (Indice di Massa Corporea, ndt) e non la percentuale di massa grassa. Gli ho detto che volevo perdere 10 kg, e lui mi ha chiesto di perderne 20. Ecco, quello è stato l’inizio del mio inferno. Un bilancio ormonale, un errore diagnostico (mi venne detto che avevo una malattia della ghiandola surrenale). Cocktails di ormoni, di spezzafame, di diete una più restrittiva dell’altra. Tre mesi dopo il primo appuntamento, pesavo 30 kg in più, 9 mesi dopo ero arrivata a 120 kg e il mio rapporto con il cibo e il mio corpo era stato completamente distrutto. In 6 anni ho incontrato in totale 7 endocrinologi. Finalmente poi, dal giusto medico la diagnosi corretta: una sindrome dell’ovaio micropolicistico. Anni e anni di ormoni e di YOYO, di crisi depressive su crisi depressive.
A questo si sono aggiunte, poi, le mie esperienze professionali, le vessazioni al lavoro, i lavori inutili, perché nessuno vuole sentire parlare di un’obesa come impiegata, anche se è un’obesa intelligente e diplomata.
Un giorno ho deciso di creare un magazine online (“Ginette Le Mag”), dato che mi sono resa conto che nessuno mi avrebbe dato la possibilità di lavorare per un giornale. Mi sono trasferita a Parigi per creare questo progetto e, in parallelo, lavoravo come assistente in una classe di studenti con disturbi cognitivi.
Venni immediatamente bullizzata dall’insegnante: mi disse che lei non voleva lavorare con un’ “obesa”. Dopo diversi mesi, è stato il medico a fermarmi, per una depressione nervosa. E un po’ alla volta, ho perso tutti i miei guadagni, il mio appartamento, la mia dignità. La mia voglia di morire era onnipresente, ogni giorno.
Allora, alcuni amici editori mi proposero di scrivere un libro, e io ho accettato…ed eccomi qui!

Qual era il rapporto che avevi con il tuo corpo quando ti sei ammalata? E’ cambiato nel corso del tempo?

Non ho mai avuto la sensazione di essere malata. Prima dell’obesità, il rapporto con il mio corpo era già complicato. Essendo una persona molto sportiva e muscolosa, mi reputavo poco femminile. Avevo l’impressione di non essere degna di essere una donna. Inoltre, soffrendo della malattia dell’ovaio policistico ma non sapendolo, non avevo il ciclo. Avevo l’impressione di non essere una vera donna, di essere una donna enorme, sgraziata, pesante.
Con l’aumento del peso, si sono aggiunti i problemi di acne e di irsutismo. Ho avuto la sensazione di subire una metamorfosi in un mostro. Più passava il tempo e più mi sentivo deformata e orrenda.
Oggi ho fatto pace con la mia immagine. Non ho un’opinione positiva o negativa del mio corpo. Accetto questo corpo, non lo amo, ma non lo odio più.

Cosa significa esattamente il termine “grossophobie”?

“Grassofobia” significa avere un atteggiamento ostile, discriminante o stigmatizzante verso le persone in sovrappeso o che soffrono di obesità.
Si può essere vittime di “grassofobia” in diversi modi: discriminazione e bullismo sul luogo di lavoro; infrastrutture inadatte per le persone in sovrappeso (trasporti, materiale medico, ecc.); bullismo e insulti per la strada.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro?

In realtà, l’idea è arrivata dai miei editori, non da me. Quando ho perso casa, tutti i miei guadagni e non facevo altro che pensare al suicidio ogni giorno che passava, alcuni amici che avevano dato vita ad una casa editrice, e ai quali avevo raccontato le mie peripezie durante una serata “allegra”, mi hanno chiesto di condurre un’inchiesta sulla “grassofobia”. Un anno dopo, lo scorso 15 giugno, è uscito il libro.

Qual è stata la reazione dei media francesi e internazionali all’uscita del tuo libro?

Un’accoglienza inaspettata! E’ da un anno che sono in tournée mediatica!! Sia in Francia che all’estero sono stata accolta molto bene. Il mio libro sembra suscitare dibattiti, fa riflettere. E’ diventato oggetto di ricerche, ho tenuto delle conferenze. E’ stato protagonista dei più importanti media francesi, ma anche internazionali: la cover del “The Observer” (il supplemento del “Guardian” inglese), CNN, BBC, NY Times, The Time, Die Welt, ecc. Sono stati scritti articoli ovunque: in Australia, Israele, Cina, Chili,  Spagna, ecc. Anche in Italia ne sono usciti un paio, su Vanity Fair e Grazia.

A tuo parere, come vengono viste le persone che soffrono di un Disturbo dell’Alimentazione dalle istituzioni e, in generale, dalla gente?

Ho l’impressione che alcuni disturbi siano più tollerati di altri. C’è una maggior tolleranza e un maggior interesse, credo, per i disturbi che riguardano la privazione del cibo, il fatto di mantenere il controllo. Ce n’è meno per le crisi di iperfagia o di Binge Eating Disorder (disturbo da alimentazione incontrollata). Comunque, tutti i D.A. sono gravi e vanno presi in seria considerazione.
Penso anche che si dimentichi che questi disturbi non riguardano solo gli adolescenti, ma anche gli adulti.

Cosa pensi del legame tra bullismo/cyberbullismo e disturbi dell’alimentazione?

Vi consiglio di leggere il romanzo BUTTER, scritto da Erin Lange! Tratta proprio questo tema: un adolescente che non sopporta più il suo corpo in sovrappeso e decide di morire mangiando tutto quello che può in diretta su internet. E’ molto interessante questo libro, secondo me.
La “grassofobia” uccide! Il bodyshaming uccide! Ci sono persone che non sopportano il peso del bullismo/cyberbullismo e che si tolgono la vita per sfuggire a questo!
Qualunque forma di bullismo va punita severamente! Sui social, spesso mi chiedono di suicidarmi…per fortuna questo adesso non mi tocca più, ma può spezzare delle vite.

C’è un aneddoto della tua storia e del tuo percorso di lotta contro la malattia che vorresti raccontare?

Non ho mai lottato contro i Disturbi dell’Alimentazione. Non ne avevo mai parlato con nessuno prima di scrivere il mio libro. Mi vergognavo talmente tanto delle mie crisi iperfagiche[1], che né il mio psicoterapeuta né il mio endocrinologo mi hanno mai sentito nominare questi disturbi.
Ho vissuto tutto questo da sola, con la mia vergogna.
Poi, ho deciso che le mie crisi d’iperfagia o di alimentazione incontrollata non fanno parte della mia vita quotidiana. Ho vissuto quegli episodi in alcuni momenti precisi della mia vita, che erano in genere dei periodi in cui prevalevano pensieri disfunzionali o suicidarii, legate a fasi depressive.

Qual è il messaggio chiave che vorresti trasmettere a chi soffre di un Disturbo dell’Alimentazione?

Prima di tutto, vorrei dirvi di non provare vergogna e, soprattutto, che non siete soli.
Grazie al mio libro ho scoperto che siamo veramente in tanti, anche se non tutti allo stesso livello, ma il numero di persone che soffrono a causa del loro rapporto con l’alimentazione è molto elevato nella nostra società consumistica, che è tanto obesogena quanto obesofobica.
E poi vorrei dirvi di non chiudervi in solitudine di fronte alla malattia, rivolgetevi a dei terapeuti o a delle associazioni che vi possano guidare.
Vorrei dirvi di fare attenzione ai siti internet dove vi potreste rifugiare, ci sono dei forum in cui la gente racconta qualunque cosa, e quando si è vulnerabili, non va bene.
Infine, vorrei dirvi che guarire si può, che i Disturbi Alimentari non sono una fatalità, ma che bisogna prendere consapevolezza del fatto che si sta male per poter tornare a stare bene.

Gabrielle ospite a Pe(n)sa Differente – Lecce, giugno 2018

Intervista di Sandra Zodiaco a Gabrielle Deydier.

[1] l’iperfagia è un’alterazione del comportamento alimentare che consiste in un eccessivo consumo di cibo legato a turbe dei meccanismi fisiologici che regolano l’appetito (ndt).

 

2 thoughts on “La lotta di Gabrielle contro la “grassofobia”

  1. non è vero che l’anoressia è più tollerata, ed essere obesi è esteticamente brutto ed è un fattore di rischio per la salute, il bullismo va condannato ma dire che essere obesi è un fattore di rischio per la salute e in linea di massima esteticamente poco attraente non è bullismo e vale per uomini e donne

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