I Fiordalisi – Di arte e di poesia

Ultimo appuntamento della stagione, prima della pausa estiva e del ritorno a settembre, con lo spazio curato insieme a Eliana Masulli, esperta d’arte, per salutarci sulle onde della poesia e della rappresentazione iconografica, questa volta di Ensor.

Buona lettura!

 

 

L’artista belga James Ensor fu uno dei primi spiriti ribelli che, avvertendo la profonda crisi di un secolo cui molti ormai davano le spalle, prese le distanze dal socialismo ottocentesco e aderì alla pura dimensione di un anarchismo intellettuale,  “sacrificando la rossa dea delle meraviglie e dei sogni, necessità complementare indispensabile all’artista, ma delitto imperdonabile agli occhi di qualche buon apostolo distributore di rinomanze borghesi”.

Nel suo urlo profondo, intimista e militante, senza voler aggravare le glauche sensibilità “di cefalopodi inchiostratissimi”, Ensor ricercò una solitudine critica, che rasentava lo scherno e la beffa. La sua casa divenne l’unico luogo in grado di raccogliere e accogliere le sue determinate negazioni della massa insolente, delle chiassose piazze in fermento, sempre costellato da umori lunatici e pungenti, pronti a essere trasposti nel solo linguaggio che riteneva libero dagli schemi, l’arte.

Dal teschio al volto del popolano, i suoi cortei orbitarono intorno a un mondo da dominare con irriverente distacco morale e attraverso le crude deformità nate dallo scempio dei falsi costumi e di “alberi” ideologici, che Ensor stesso avvertiva malati sin dalla radice.

Le pulsioni, gli arditi ripensamenti su se stesso, la parsimoniosa bramosia nel manifestare un sé inorridito dai tempi, la morale: tutto questo in Ensor divenne pane quotidiano e poesia solenne, realtà e fuga.

Con Ingresso di Cristo a Bruxelles, tela dipinta nel 1888, Ensor spiccò il volo sulla testa dei ciarlatani, che sempre si sforzarono di trovare in quella rappresentazione l’idea di affermazione a favore di un suffragio universale, quando in verità unico proposito fu quello di rivelare quanta ipocrisia poteva celarsi nelle idolatrie dei suoi amici-nemici contemporanei.

 

James Ensor, L’entrata di Cristo a Bruxelles (1888-89), olio su tela, cm 258 x 431 – Paul Getty Museum, Los Angeles

 

Vive la Sociale- Vive Jesus- Fanfares doctrinaires, queste le scritte sparse sulla tela, quasi a voler segnare il chilometraggio di una beffa in atto. I soldati in sodalizio con gli scheletri, i gruppi di prostitute che chiedono esilio dalle goffe perversioni dei gentiluomini, le autorità tutte, religiose e civili; la folla di Ensor è il fiume inquinato dai rifiuti del tempo, eppure rimane sospesa ed eccitata, riuscendo a fagocitare e far passare inosservato persino il suo cristo, o il Cristo di tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

Con un getto istintivo di colori in dissonanza, senza saperlo o volerlo, Ensor raggiunse la stessa intuizione rivelata dalla grande rivoluzione cromatica dell’Impressionismo parigino, pur rinnegando tanto la scomposizione della luce quanto quel “puntinismo che tende a uccidere il sentimento e  la visione fresca, personale, dove tutte le regole, tutti i canoni dell’arte vomitano la morte”.

La sua tavolozza, paradossalmente, si riaccende in misura direttamente proporzionale alle provocazioni mosse contro il razionalismo e contro un’ispirazione impoverita dalla perdita di uno slancio quasi animico.

La composizione figurativa della grande tela risponde esattamente ad un intuito insurrezionalista, in grado di sabotare tutte le leggi di una pittura realista ottocentesca e dove forma e colore, palmo a palmo, celebrano il tripudio della grande invenzione di una dinamite “anarco-logica”.

Solo in questa prospettiva Ensor riuscì ad esprimere quel che dentro il mondo reale non riusciva a trovare, ovvero una lingua ardita e coraggiosa pronta a rivelare le contraddizioni tipicamente umane, che spesso si risolvono in una guerra combattuta tra poveri di animo.

Egli stesso affermò “dobbiamo essere ribelli alle comunioni! Si brucia sempre ciò che si è adorato. Per essere artisti bisogna vivere nascosti. Ancora cieli duri, cieli sprovvisti di bontà e amore, cieli chiusi ai vostri occhi, cieli poveri, cieli nudi senza conforto, cieli senza sorriso, cieli ufficiali, tutti i cieli infine aggravano le vostre pene, poveri disprezzati, condannati al solco! Oppressi sotto risate e fischi malvagi, voi non potevate credere alla bontà degli uomini, alla chiaroveggenza dei ministri, e i boia degli uffici vi maltrattavano. A volte voi ne morivate, sputando contro le stelle e i vostri sputi di disprezzo costellavano il firmamento dei pittori di allora”.

 

La solitudine dell’artista

Nell’unità del gruppo, nel farsi forza

di intrecci e di mancanze; lì sta

   la solitudine dell’artista

nelle sue braccia conserte

e nel viso stanco di ricomporsi in case

che non hanno il suo profumo.

L’artista vomita parole, rovescia

i calici dell’obbedienza, tieni

i piedi sulla soglia di ogni uscio:

lui sa del rebus l’irrisolutezza

e della soluzione l’inconsistenza,

un passo indietro dalle risa, la mano

stretta all’avventore; lì sta

 

   la solitudine dell’artista.

 

 

 

Alessandra Corbetta
www.alessandracorbetta.net

 

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