ESCLUSIVA – Micaela Tempesta: “Napoli è la mia meravigliosa disperazione”

Incontro Micaela Tempesta durante una sera di fine maggio, a Caserta. Il suo primo album, “.Blu.”, è stato appena rilasciato su Spotify e mi dice di essere felicissima. “La possibilità di fare ascoltare dei brani scritti da te a un pubblico potenzialmente infinito è un qualcosa di magico”, rivela.

Ha indosso un paio di jeans, un giubbino blu e una maglia di filo blu. I capelli sono biondo ossigenati.

Un’immagine tosta, penso.

Eppure, nel momento in cui inizia a rispondere alle mie domande, rivela un animo più timido: parla sommessamente, in netto contrasto con quella voce che sovrasta con energia gli arrangiamenti delle sue canzoni, così potente, espressiva, calda.

Una piccola domanda introspettiva: chi è Micaela Tempesta?

Micaela Tempesta è una persona come tante, forse. Sono un’accanita fan di Pirandello, per cui la risposta che potrei darti è “Una, nessuna e centomila”: io mi vedo in un modo, l’immagine che tu hai di me è completamente differente, mia madre ha un’altra idea … chi lo può dire esattamente chi siamo?

 

Si analizza, Micaela. Ma non è assolutista: lascia agli altri la libertà di trovare altre chiavi di lettura e interpretazione. Interessante.

“.Blu.” è il tuo primo album. Ti va di parlarcene?

“.Blu.” l’ho realizzato un po’ tardi, rispetto agli standard tradizionali. Eppure, credo che sia uscito nel momento giusto: quando, cioè, sono riuscita ad accumulare la giusta esperienza di vita e l’opportuna gavetta. Questo mi ha permesso di confezionare una buon prodotto. Anche da un punto di vista produttivo, ha richiesto del tempo, ovviamente.

 

Invincibili”, il singolo estratto, è una ballad dal vago sapore sixties. Un brano molto orecchiabile, anche se il testo è decisamente triste …

Una volta chiesero a Luigi Tenco il perché scrivesse solo cose tristi. La sua risposta fu “Perché quando sono felice, esco”. È una cosa che accomuna tutti noi cantautori: è difficile mettere su carta la gioia. Al momento, l’unico a farlo in maniera convincente è Jovanotti, che io considero un grandissimo comunicatore. “Invincibili” ha un testo che rappresenta una presa di coscienza, di quelle che non vorresti mai e poi mai prendere. Quando entri in sintonia con una persona, quando tutto si incastra alla perfezione … farla andare via è difficilissimo. Parlo soprattutto dell’aspetto mentale, sia chiaro.

La canzone è nata proprio dall’impossibilità di comunicare a chi avevo perduto come si sentissi davvero.

 

Le canzoni dell’album affrontano spesso il tema dell’amore. Dai testi, si intuisce che abbia sofferto tanto. Non mi sorprende molto, ora che l’ho incontrata: chi si traveste da leone, nella maggior parte dei casi, è anche chi riceve le peggiori pugnalate.

“060607 (Napoli)” ha un testo molto bello in cui non beatifichi o santifichi la città in cui vivi. Quanta ispirazione ti dà Napoli, artisticamente, con le sue contraddizioni?

Napoli è la mia meravigliosa disperazione. La amo in tutto, anche nella sua violenza, nei suoi capricci … non è una santa di certo. Noi artisti la spremiamo fino all’osso e beviamo ciò che otteniamo per trarne ispirazione. Ti dà e toglie contemporaneamente. Io la paragono spesso a Marilyn Monroe: una donna bellissima, ma incapace di essere amata del tutto.

 

Parla poco, senza troppi fronzoli. Arriva dritta al punto. La verità non ha bisogno di effetti speciali. È così anche nelle sue canzoni: ecco perché arrivano allo stomaco.

E a proposito di Napoli: non canti in dialetto. Anche questo è uscire un po’ dagli schemi e dai cliché vero?

Non è per uscire dagli schemi: io scrivo come parlo. A casa mia non si parla in dialetto. Ammetto, però, di non scrivere in dialetto perché ho estremo rispetto per il napoletano che non mastico bene. Se lo usassi per le mie canzoni, sarebbe solo un modo per arruffianarmi i napoletani e la cosa sarebbe imperdonabile. Credo che si possa diffondere la cultura napoletana e la propria città anche con la lingua italiana.

 

E arriva, poi, il pragmatismo di “Favole” …

Tutti abbiamo trascorso buona parte della nostra vita a farci infinocchiare dalle fiabe che ci hanno raccontato. Adesso, invece, la trascorriamo con gli occhi incollati sugli smartphone.

“Favole” l’ho scritta di getto, dopo aver visto il film “WALL-E” della Pixar; quasi dieci anni fa … un futuro così possibile che mi sono spaventata e arrabbiata allo stesso tempo: ho iniziato a pensare alla frasi fatte sulla vita che ci vengono donate. E tutto ciò è ancora più grave, quando a darti questi insegnamenti c’è qualcuno che non è in grado di vivere la vita.

 

Il disco termina con la delicatissima “Ci vediamo domani”. Una chiusura che profuma di positività …

(Ci pensa su) “Ci vediamo domani” è l’unica cosa che mi sentirei di dire a chi mi sta accanto. È un appuntamento molto più sincero del per sempre, una cosa più realizzabile. Poi, magari, se dura per sempre … che ben venga no? (Ride).

 

Sì, questa risposta conferma la mia ipotesi: ha decisamente sofferto in amore.

Cosa augura Micaela Tempesta a “.Blu.”?

Che non perda la rotta, così da arrivare dove è destinato: magari andrà lentamente e da solo, ma spero che compia il suo viaggio.

Ora è il momento di marzullare: Micaela Tempesta , fatti una domanda e datti una risposta

“Ne vale la pena?” “Per me, assolutamente sì!”.

 

Sì, ne vale la pena: lasciarsi trasportare dalle emozioni, viverle intensamente, soffrire magari e convertirle in parole, musica, melodia.

Che il tuo viaggio sia sempre produttivo e ricco di soddisfazioni!

 

A cura di Christian Coduto

Foto di Gigi Reccia

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