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L'arte ci rende immortali

Respiriamo Arte – Napoli in seta

Di Simona Trudi

Nel 1477, senza intenti competitivi, ma solo “per honore e stato di essa Maestà della Repubblica della città di Napoli”, venne ufficialmente istituita l’Arte della Seta, con la quale la svolta data alla manifattura serica napoletana, e meridionale, era radicale e a tratti rivoluzionaria. La lavorazione della seta venne incentrata a Napoli, “il solo centro del regno, oltre Catanzaro, presso il quale sarebbe stato possibile svolgere quest’attività”.

Tra il 1580 e il 1630 Napoli diviene una tra le principali città italiane della seta, capace di concorrere sul mercato internazionale, la scalata sociale della corporazione avvenne sia con la distribuzione del prodotto serico sui mercati sia con la sua diffusione negli usi e costumi dei napoletani. La seta veniva utilizzata nelle Chiese, sulle pareti, nelle cerimonie e per i paramenti sacri: cortine di broccato ricamato d’oro e d’argento erano le preziose scenografie dei sacri riti. Nelle sfarzose cerimonie pubbliche la seta rappresentò il simbolo del potere dei Re e dei suoi dignitari. Furono soprattutto i Re Aragonesi a stringere con le più importanti famiglie di artigiani e mercanti stranieri, Di Cataponte, De Nerone e De Converso, numerosi privilegi che, ad esempio, concessero all’Arte l’esenzione dai dazi doganali. In questa maniera si attrassero nel Regno di Napoli nuovi capitali e nuove tecniche di lavorazione delle stoffe facendo iscrivere anche i mercanti stranieri alla Corporazione napoletana, più di tutti fu Alfonso V D’Aragona ad appoggiare e far crescere la corporazione che in breve tempo divenne ricca e potente grazie ai privilegi concessi dal sovrano stesso.

Il potere e la ricchezza raggiunti dalla corporazione divennero tangibili nei primi decenni del XVII secolo quando la corporazione acquistò due palazzi nel centro storico prima quello del Principe di Caserta D’Acquaviva e dopo pochi anni quello del Duca Scipione Spinelli di Castrovillari che affacciava direttamente su via san Biagio dei Librai.

A partire dal 1641 percorrendo il decumano inferiore, proprio affianco al prestigioso palazzo di Diomede Carafa, ci si sarebbe imbattuti nella Chiesa dell’Arte della Seta dedicata ai santi Filippo e Giacomo. Varcandone la soglia si accedeva a un piccolo scrigno di seta: drappi, tendaggi, paramenti sacri, paliotti in seta dai colori sgargianti e dalle numerose sfumature di rosa, celeste, verde… tutto doveva raccontare la ricchezza e la bellezza di questa manifattura e per ogni occasione festiva la Chiesa veniva abbellita con paramenti ad hoc, come quando in occasione della festa dei Santi Filippo e Giacomo del 3 maggio venne realizzato un cielo stellato in seta e posto a copertura della volta.

Uscendo dalla chiesa si respirava in ogni sua strada o vicolo quanto la seta fosse diventato il settore trainante dell’economia: nel 1549 le botteghe che producevano e vendevano la seta erano circa 28, situate nel cuore della città tra il Seggio di Porto e gli Armieri, dislocate tra il mare e il suo centro commerciale e artigianale, non lontane dalla zona del mercato. Se ne trovano tre ai Lanzieri, tre a San Pietro Martire, due alla Loggia, due alla Piazza Larga, tre agli Armieri, una al seggio di Montagna, tre a San Lorenzo, due alla Sellaria, una a Sant’Agata, una a Sant’Arpino, tre alla Porta del Caputo, una al Ponte dei Costanesi, una all’Ammiragliato Vecchio, una alla Fontana di Porto. Le botteghe che vendevano seta non erano le uniche presenti in città, la lavorazione di questo tessuto richiedeva diverse fasi, in particolare dopo la filatura le sete erano sottoposte alla tintura.

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Con il provvedimento di liberalizzazione della tintura adottato da Ferrante nel 1483, le botteghe dei tintori si diffusero in tutta la città. Nel 1549 erano concentrate ai Ferri Vecchi, a Porta Nova, e a Santa Palma, le “tinte” di seta si trovavano nei primi decenni del 1600 anche nei pressi del Pendino di Sanata Barbara, nella via dei Cortellari, nei pressi della piazza di Mezzo Cannone, nella strada dei Lanaioli, ai Miroballi, ai Conciari, a Santa Caterina ai Trenettari, alla salita di S. Severino, alla strettola di San Pietro Martire, sotto il monastero di San Marcellino e in molti altri luoghi della città. Intorno al 1650 erano concentrate in sei strade principali: Ferri vecchi, Orto del conte, Arte della Lana, Santa Caterina Spina Corona, Mezzo Cannone, Pendino di Santa Barbara. Nel 1680 le botteghe di tinte di colore si concentrarono nei pressi dei Formali Reali, perché avevano bisogno di acqua abbondante e pendente che ricreasse quasi l’andare di un fiume.

I locali adibiti a tinta si trovavano in genere nel piano basso delle abitazioni dei tintori, e alle botteghe dei mercanti, ma in vicoli e strade poco praticate a causa dei cattivi odori emanati dalle sostanze e dai materiali utilizzati. Un altro vantaggio dell’ubicazione all’interno della città era che le mogli dei tintori, che abitavano sopra le botteghe di tintura, potevano collaborare al lavoro dei loro mariti. Dopo aver dato colore alla sete, i tintori le affidavano subito alle “loro donne … che con prestezza e attenzione spandono le sete … per le loro finestre e se sopraggiunge il maltempo le ritirano subito dentro le camere e appena rasserenato le ricacciano per asciugarle che altrimenti il colore svanisce“.

In quei vicoli che si coloravano delle sete tinte in quel momento, nei fumi, nei forti odori, nel rumore dei filatoi c’è un volto di Napoli per troppo tempo dimenticato quello di capitale della seta, reso ancora più evidente dal rifacimento della Chiesa dell’Arte della Seta iniziato nei primi anni del settecento che vide lavorare li artisti tra i più conosciuti a Napoli come i fratelli Massa e Chiaiese per le maioliche, Giuseppe Sammartino per le statue in facciata, Jacopo Cestaro e Alessio D’Elia per gli affreschi.

Tutto questo rivive ormai da circa tre anni grazie all’impegno dell’ Associazione culturale Respiriamo Arte che ha riaperto e reso accessibili gli antichi luoghi del potere della seta che conservano molte altre storie.

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