ESCLUSIVA – Davide Grasso: “In guerra contro l’Isis in Siria: ecco la mia esperienza”

Tutto è partito dal giorno successivo alla strage del Bataclan: bisogna fare qualcosa, scendere in campo in prima persona per combattere l’Isis. È così che inizia la missione di Davide Grasso, che ha militato tra le fila delle YPG e autore di “Hevalen”, che ha gentilmente concesso un’intervista ai nostri microfoni.

Prima di partire per la Siria come militante, è stato prima studente e poi operatore sociale a Torino con senzatetto e disabili. Come nasce la decisione di partire per il medio oriente con le YPG?

Già da liceale avevo scoperto la figura di Che Guevara, quando avevo 16 anni, e avevo ipotizzato di andare a combattere in Colombia appena divenuto maggiorenne, per rovesciare il governo dei narcos appoggiato dagli Stati Uniti. Questi pensieri erano sempre rimasti pensieri, peraltro relativamente diffusi (ma assolutamente non da deridere) che un adolescente ha su una vita avventurosa. Durante gli studi universitari ho avuto modo di impegnarmi politicamente in Italia e in Europa e questa idea è svanita, sebbene non mi sfuggisse che i rischi a cui ci esponevamo in Europa come dissidenti (nel senso che io e i miei compagni non ci opponiamo solo a questo o quel governo, ma al capitalismo come forma di società) erano molto inferiori a quelli che affrontavano i nostri coetanei in altri paesi.

In questo il Medio oriente era una pietra di paragone che per me divenne ancora più immediata dell’America Latina (sebbene la repressione dopo il default in Argentina mi avesse impressionato molto). Quando iniziò l’Intifadah in Palestina iniziai a interessarmi e a leggere sui quei conflitti, e ancor più dopo l’invasione dell’Iraq, che fu un evento che mi sconvolse letteralmente, ed ora quasi tutti riconoscono che è stato un crimine storico di proporzioni immani per le conseguenze umane e politiche, ma allora tutti la appoggiavano, giornali e TV in testa. Mi impressionava il coraggio con cui gli iracheni affrontavano la morte per combattere l’occupazione. Noi in Europa saremmo stati capaci di qualcosa del genere, a tanti anni dalla resistenza? Lo stesso valse per le proteste giovanili in Iran nella cosiddetta Onda Verde. C’era un’Onda anche da noi, ma noi non venivamo gettati dalle finestre dei collegi dai “guardiani della rivoluzione” (nome involontariamente ironico).

Quando nel 2014 l’Isis ha preso il sopravvento in Iraq, ho maledetto ancora la guerra di undici anni prima; tuttavia sono venuto a sapere grazie a un amico che era stato in Kurdistan, Daniele Pepino, e grazie al collettivo Wu Ming, che l’unica forza che realmente si stava opponendo all’Isis era in Iraq il Pkk, un partito comunista; e che forze analoghe resistevano in Siria contro il califfato, le Ypg. Quando ci fu l’attacco a Kobane e la strenua resistenza mi chiesi perché a nessuno tra noi venisse in mente di andare a imbracciare le armi con quelle compagne e con quei compagni. Era la stessa lotta, ma noi non accettavamo un rischio così alto: accettavamo, e accettiamo, una divisione dei compiti tra chi affronta la morte e chi le manganellate e gli arresti. Questa era ed è – immutata – una nostra, una mia contraddizione.

Un anno dopo sono andato a raccogliere le testimonianze dei giovani guerriglieri curdi in Turchia e avere a che fare con loro mi ha molto impressionato. Per la prima volta il divario delle lotte, il confine tra le fionde e kalashnikov, era reale, di fronte a me. Uno dei ragazzi con cui ho parlato è morto, ucciso negli scontri armati con la polizia, mentre io ancora ero in viaggio per tornare. Quella cosa mi sconvolse. Mentre ero in questo stato d’animo Daesh attaccò la città di Parigi e in particolare un concerto rock, al Bataclan, facendo 130 vittime. Mi sentii attaccato in prima persona, perché io sono come quei ragazzi uccisi, e sono un appassionato di rock n’ roll da sempre. Io non avevo il coraggio di andare ad aiutare i compagni che li combattevano, e loro venivano qui a cercarci e ad ammazzarci come cani in nome di concezioni demenziali della realtà. Quella stessa notte (come racconto nel mio libro, Hevalen) ho deciso che dovevo affrontarli con gli stessi mitra che loro avevano utilizzato per attaccarci.

C’è un momento di questa esperienza che l’ha segnata particolarmente e vuole raccontare ai nostri lettori?

I momenti che mi hanno più segnato sono anche quelli che non racconto, perché non si potrebbero comprendere. Soltanto chi è stato in quelle situazioni può forse comprenderli, ma ci sono situazioni, cui ti mette di fronte la guerra, che non riesci neanche tu a interpretare e “comprendere”. Quando aspettavo di arrivare al fronte ero angosciato anche perché non riuscivo a capire come potesse essere “il fronte”, come potesse essere la guerra. Cercavo di capire come si vivesse, cosa si mangiasse, come ci si lavasse; se gli scontri a fuoco fossero a distanza, come mi avevano raccontato alcuni internazionali Ypg, o ravvicinati; cosa si provasse nel vedere in lontananza un camion imbottito di esplosivo che si avvicina a tutta velocità, ed essere obbligati a centrare l’autista prima di saltare in aria. Cose così.

Poi ho capito che ognuno ha la sua esperienza di combattimento. Ad esempio io sono stato ad aspettare notti intere i camion bomba con il lanciarazzi Rpg sulla spalla, ma non ne ho mai visto uno. Al tempo stesso mi sono trovato a tu per tu con il nemico, gli scontri cui ho partecipato non sono stati sempre a distanza, anzi, ho partecipato alla battaglia di Manbij che è stata la prima grande operazione delle Forze siriane democratiche per liberare una città grande dall’Isis. Prima c’era stata Tell Abyad, nel 2015, ma sebbene tutte le battaglie siano terribili, non era durata che pochi giorni, in città. Gli scontri più duri, mi hanno raccontato, erano stati nelle campagne. Manbij no. Manbij l’abbiamo conquistata metro per metro. Ed è stato orribile.

È stato scoprire infine che ciò che è inenarrabile della guerra non sono il cibo, l’igiene, gli spari o le esplosioni. È il dilemma etico: e in un senso che non sono in grado di raccontare e sarebbe inutile, anzi nocivo raccontare, perché darebbe soltanto l’illusione di poter capire. Solo chi c’è passato sa cos’è. E forse sembrerà un discorso troppo raffinato o intellettuale, ma non è né raffinato né intellettuale. È un discorso pratico.

Da sette anni a questa parte, in Siria, 6 milioni di persone sono state costrette a scappare e, soprattutto, oltre cinquecentomila civili hanno perso la vita. Un nuovo olocausto è sotto gli occhi di tutti.

Il fatto stesso che esista una cosa del genere è uno scandalo, è inaccettabile. Ma noi dobbiamo chiederci: chi sono i responsabili? Senza individuare i responsabili come potremo porre fine a questa tragedia e impedirne di nuove? Oggi la gente sa che quello che accade in Siria è inaccettabile, e la gente non vuole che cose del genere accadano. Contrariamente a quel che pensano molte persone, soprattutto a sinistra, la gente nel profondo non vuole il male altrui, benché vi siano eccezioni. Il problema è che la gente non può comprendere e interpretare perché non sa. Quindi la mia risposta è semplice: i miliziani e gli stati coinvolti sono responsabili solo in seconda battuta, i primi responsabili sono i giornalisti.

Il sistema dell’informazione è completamente irregimentato. I giornalisti sono talmente obnubilati che credono realmente di fare informazione sulla Siria perché fanno servizi e scrivono articoli sulla Siria. Ma questo non è fare informazione. Mostrare palazzi distrutti e bambini uccisi dai gas, riportando i commenti dei capi di stato, non è informazione. Informazione è ricostruire il contesto e le responsabilità. Chiarire il quadro e farlo in modo semplice. Questo nessuno lo fa, e sapete perché? Perché non bisogna dire che l’Italia ha riconosciuto da anni come interlocutore istituzionale in Siria una associazione-fantoccio che copre i crimini dei peggiori tagliagole islamisti in Siria (si chiama Coalizione nazionale siriana); né bisogna dire che la Turchia massacra chi ha osato combattere quegli islamisti e l’Isis, e lo fa con armi italiane. L’Italia è collusa con le forze islamiste, con la Turchia, con il regime più reazionario del mondo, l’Arabia Saudita. Questi sono i paesi che hanno gettato la Siria nel baratro e continuano a farlo.

I miei amici italiani nelle Ypg, che ancora coraggiosamente continuano a combattere – non potrò mai esprimere il mio rispetto e la mia ammirazione per loro – si sono trovati ad Afrin a vedere i propri compagni ridotti in pezzi dagli elicotteri italiani in dotazione alla Turchia. Una ragazza inglese, Anna Campbell, è stata uccisa ad Afrin mentre combatteva con le Unità di protezione delle donne, le Ypj, dalla Turchia, che utilizza aerei e tecnologia prodotti nella città dove lei è nata, Bristol.

Perché i nostri governi fanno questo? Perché la guerra fredda non è veramente finita con la caduta del Muro. Già nel Novecento era uno scontro tra due capitalismi, uno di stato e uno liberale; oggi continua come scontro tra due capitalismi liberali, anche se con le dovute correzioni autoritarie e mafiose. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea da un lato, la Russia e la Cina dall’altro. I primi alleati di Arabia Saudita e Israele, i secondi di Iran e regime siriano, con la Turchia nel mezzo. Per giocare questo gioco di potere hanno trasformato la Siria in un macello: gli uni e gli altri, senza distinzioni. Ogni volta che vediamo una bambina morente o una città devastata, dobbiamo ricordarci chi sono le persone responsabili: i nostri capi di governo che continuano la solita folle corsa alla competizione e alla guerra nel capitalismo mondiale. Non c’è alternativa se non rimettere in discussione il capitalismo.

Più volte, riguardo a ciò che sta accadendo in Siria, ha utilizzato il termine “rivoluzione”…

Nel 2011 tantissime persone in Siria hanno sfidato un regime fascista scendendo nelle strade, ma sono state massacrate, arrestate, torturate. Il regime della famiglia Assad è fascista non in senso lato o polemico, ma in senso letterale: tutte le sue caratteristiche ne fanno un esempio molto analogo a quello di Benito Mussolini in Italia, tanto l’ideologia nazionalistica, razziale e spiritualistica quanto le pratiche di polizia, il controllo sull’informazione, la propaganda surreale e il clientelismo classista. Molti siriani sono passati alla lotta armata dopo la repressione, ma per opporsi alla violenza con la violenza sono necessarie pistole, mitra, granate – come minimo. Di fronte a un regime che non esita a bombardare oppositori o anche civili neutrali dal cielo con barili riempiti di nitroglicerina, ci vorrebbero armi antiaeree. Di fronte a uno stato che manda i carri armati a restaurare il suo potere ci vogliono i razzi anticarro. Contrariamente agli egiziani o ai palestinesi, che si sollevavano contro governi amici della Nato, i siriani hanno avuto aiuto dai paesi Nato e dai loro alleati, che hanno fornito loro soldi, addestramento, armi. Attenzione: questo non vuol dire che i siriani non avessero ragione a ribellarsi, né che la loro rabbia sia meno legittima di quella degli egiziani o dei palestinesi. Anzi le persone più avvertite di questi paesi vedono queste lotte come una lotta.

Quando ti ammazzano e ti devi difendere non puoi tanto cincischiare. Chiunque avrebbe accettato quegli aiuti, e quel che poi accade, purtroppo, è che se Turchia e Arabia ti aiutano tu cominci a simpatizzare per le idee della Turchia e dell’Arabia. Quindi il dramma della rivoluzione siriana è duplice. Da un lato, non esistendo movimenti sociali organizzati, nel mondo, in grado di fornire un supporto politicamente “pulito” in termini economici e militari, la ribellione che chiedeva più libertà si è trasformata in una ribellione la cui agenda politica era dettata da regimi se possibile peggiori di quello siriano, e da ideologie che avrebbero imposto nei territori in teoria “liberati” norme peggiori e più restrittive e folli di quelle del regime (a causa del sopravvento politico e militare delle forze islamiste in seno all’opposizione). Dall’altro lato, questo stato di cose ha condotto alla spaccatura della rivoluzione. Nel 2012 ovunque nel paese erano gli islamisti di Al-Qaeda e le loro appendici a prendere il sopravvento contro il regime, mentre nelle zone curde del nord, come Derik, Kobane e Afrin, era un partito democratico e socialista libertario, il Partito di Unione Democratica curdo (Pyd).

Tra il 2012 e il 2014 la situazione è stata questa: l’unica autentica rivoluzione, ossia un progetto organizzato supportato dalla ribellione popolare, è esistito nelle città curde dell’estremo nord. Il resto era o restaurazione del regime o incubo islamista. Non bisogna credere alle favole che raccontano alcuni, ossia il fatto che alcune zone liberate dal cosiddetto “Esercito Libero” fossero amministrate in modo “democratico”. È tutto falso. Tutte le persone che avevano in mente un vero cambiamento, ad esempio ad Aleppo o a Damasco o a Raqqa, sono state messe a tacere da bande islamiste spesso formate da contadini dei villaggi organizzati da militanti salafiti che avevano già combattuto nelle file di Al-Qaeda in Iraq. I tribunali delle zone in teoria “liberate” prescrivevano lapidazioni, decapitazioni e segregazione delle donne là dove prima c’era una vita repressa, ma senz’altro maggiormente accettabile.

Infine tra le forze salafite è emersa come realtà egemone l’Isis, che ha costituito uno stato o califfato ed ha attaccato, oltre alle minoranze religiose e le altre forze politiche siriane e irachene, anche le popolazioni civili in occidente. Per questo le forze che avevano sostenuto gli islamisti (Usa, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar) hanno formato una coalizione non più per attaccare il regime per interposta persona, ma per attaccare l’Isis. Non volendo agire come forze di terra, hanno dovuto affidarsi all’unica forza sul campo in grado di combattere questa battaglia, ossia alle Ypg-Ypj, pur avendo queste ultime idee agli antipodi di quelle sostenute da queste forze. È stato così che, radunando tutti i battaglioni dell’Esercito libero che non erano divenuti islamisti, le Ypg hanno formato le Forze siriane democratiche e, con il supporto delle aviazioni occidentali, hanno distrutto l’Isis tra il 2014 e oggi, quando combattono ancora nel deserto di Deir El Zor. È così che il progetto confederale, radicalmente democratico, del Pyd, allargatosi in Movimento per la società democratica (Tev Dem) con il protagonismo anche di forze arabe, assire e turcomanne, ha liberato gran parte della Siria del Nord ed è divenuta la vera rivoluzione siriana, mentre gli islamisti piano piano hanno dovuto cedere i loro territori sotto la spinta delle Ypg da un lato e del regime dall’altro.

Soltanto l’intervento della Turchia ad Afrin tra il gennaio e il marzo 2018 ha permesso alle forze islamiste di riprendere fiato e territori a spese della rivoluzione confederale.

Vuole spiegarci il coinvolgimento e gli interessi della Russia e della Turchia riguardo la questione Siria?

La Turchia è governata dal 2002 dal partito Akp che ha un’ideologia islamista e neo-ottomana, cioè vuole riportare la Turchia in una dimensione imperiale sotto la bandiera dell’islam. Per questo la Turchia ha fatto di tutto per armare e finanziare le forze islamiste e salafite che hanno combattuto Assad, sperando di rovesciarlo non nell’interesse del popolo siriano, ma per imporre un regime islamico sunnita fedele ad Ankara. Questo piano non è riuscito per varie ragioni. Una di esse è l’emergere dell’Isis e il conseguente complicarsi della guerra a livello internazionale, che ha anche favorito l’emergere delle Forze siriane democratiche. Queste ultime sono guidate dalle Ypg che seguono l’ideologia del leader curdo Abdullah Ocalan, che ispira anche molti di coloro che in Turchia lottano per un paese diverso da quello di Erdogan. Per questo la nuova agenda di Ankara si è limitata alla distruzione della rivoluzione confederale nel nord (vedi invasione di Afrin) e delle Ypg o del Pkk in Iraq e Turchia, ossia i movimenti armati curdi di sinistra.

L’altro fattore che ha frustrato le pretese di Ankara è l’ingresso della Russia nel conflitto dalla parte del regime, prima con il rifornimento di impianti missilistici antiaerei, poi con l’intervento diretto del 2015. La Russia cerca di arginare l’espansione imperialista degli Usa e di produrre una propria espansione. Al di là del fatto che il regime Assad è uno storico alleato della Russia, la dottrina di Putin è che dopo le sommosse e le rivoluzioni del 2011, occorre ristabilire ordine nel mondo e favorire una restaurazione delle strutture statuali. Per questo collabora con l’Egitto in Libia e con l’Iran in Siria, sebbene i due paesi appartengano a sfere geopolitiche diverse. L’alleanza innaturale tra Usa e Ypg ha condotto la Turchia a incrinare i suoi rapporti con l’alleato Nato oltreoceano, e Putin si è inserito in questa lacerazione cercando di approfondirla per portare la Turchia, storico alleato dell’occidente, verso alleanze in oriente.

La vicenda di Afrin va letta in questi termini. La Russia collaborava con le Ypg ad Afrin e aveva anche una piccola forza d’interposizione nel cantone, proprio per dissuadere l’aggressione turca. Tuttavia ha stretto un accordo con Erdogan e ha ritirato i propri uomini per permettere l’invasione. La responsabilità di Putin è enorme. Con la riconquista di Aleppo est da parte del regime nel 2016, e la liberazione di Raqqa da parte della rivoluzione confederale nel 2017, la Siria poteva avviarsi verso una soluzione politica, e la Russia era il mediatore naturale tra regime e Federazione della Siria del nord, l’istituzione creata dalla rivoluzione confederale. Era possibile una mediazione e un cessate il fuoco tendenzialmente su tutto il paese. Una specie di sogno per i siriani. Invece Putin ha messo davanti i suoi calcoli geopolitici e i giochi di potere con Turchia e Stati Uniti. Il popolo siriano, e non soltanto quello di Afrin, è stato sacrificato da Putin sull’altare dei suoi disegni di potere, e questo non dovrà essere mai dimenticato.

Ha raccontato di aver rischiato di morire 3 volte nell’arco di 24 ore, combattendo contro l’Isis. Lo ha fatto schierandosi al fianco dei rivoluzionari, che probabilmente sono le sole vere forze che stanno combattendo l’Isis. Quanto l’ha cambiata questa esperienza? Ha intenzione di tornare in Siria in futuro?

In verità, il rischio di morte l’ho vissuto in maniera continua durante gli scontri di Manbij per un periodo molto più lungo. Quello che è accaduto in quelle 48 ore, a fine giugno 2016, è stato che io per tre volte mi trovassi non in pericolo, ma spacciato. Non ho alcuna idea del perché io non sia morto almeno in una di quelle occasioni. Queste esperienze ti cambiano completamente, come l’esperienza della guerra e della rivoluzione in generale, anche se non sempre la persona in questione è in grado di capire perfettamente come. Sono già tornato in Siria nell’autunno del 2017 con altri venti italiani, una delegazione del movimento politico autonomo legato al sito Infoaut di cui io stesso faccio parte, e tornerò ancora, ma non come militare: l’informazione e la rottura dell’isolamento politico della Federazione (e anche iniziative umanitarie) sono ora il campo in cui vorrei contribuire.

A Davide va un sentito ringraziamento da parte della redazione di MentiSommerse.it

Intervista realizzata da Corrado Parlati e Giuseppina Aversano

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