I Fiordalisi – Dolore minimo

A ben pensarci, poche sono le cose quantificabili, i prodotti dell’agire e sentire umano a cui è possibile affibbiare una numerazione; lo sono ancora meno le emozioni traumatiche, quelle ascrivibili di bruttura.

Sapreste voi valutare quantitativamente il dolore?

Operazione non comune, forse futile, a tratti fallace. Eppure, la raccolta di Giovanni Cristina Vivinetto ci costringe fin da subito a fare i conti con il concetto di soglia e di limite, paradossalmente non presentato per eccesso, bensì per difetto, in riferimento a ciò che per sua natura e conformazione esistenziale non dovrebbe (né potrebbe) avere alcuna forma di misurazione. Così Dolore minimo (Interlinea 2018) ci provoca, prima ancora di iniziare, e ci costringe a scavarci dentro e metterci di fronte a ciò che, se non abbiamo vissuto con tale drammaticità nella nostra vita, non possiamo ignorare di aver visto o magari provocato. Il dolore versificato dalla Vivinetto è infimo e intimo, un eccesso ricondotto, con ironia sofferta, all’ambito delle minimalia e presentato come generazione non richiesta di una scissione occorsa senza averne fatto domanda.

Chiedereste voi di essere brutalmente staccati dal vostro io?

Sarà la scrittura stessa dell’autrice a impedirvi di ridurre la raccolta al racconto poetico sul cambio di identità sessuale, poiché quello  a cui Giovanna Cristina costruisce intorno versi di intensità straordinaria e magistrale incisività poetica è un topos assai più disarmante; la Vivinetto parla del ciclo di perdita di appartenenza alle cose e a sé, dà voce alla tragedia del processo caduta/ri-sollevamento che costantemente ciascuno di noi è chiamato ad affrontare per continuare a vivere: lasciamo un’età e ne troviamo un’altra; ci riconosciamo in un corpo e poi dobbiamo fare i conti con un altro; dobbiamo lottare con le presenze assidue che si trasformano in assenze all’improvviso quando mai avremmo voluto.

Dolore minimo è soprattutto questo: un viaggio sofferto ma inevitabile dentro di sé, in cui la metà è ancora il sé così come il tramite per arrivarci, accompagnato dalla scia di malinconia di ciò che si lascia ineluttabilmente e dall’aura di ciò che ineluttabilmente si trova.

A Giovanna Cristina Vivinetto il merito, doppio considerata la giovane età, della condivisione finemente elaborata del suo sentiero intricato ma foriero di libertà, la stessa a cui tutti noi non dovremmo mai temere di auspicare.

Dolore Minimo, Interlinea 2018

 

Finché non è arrivato il transito
a rivoltare le zolle su cui il passo
aveva indugiato, a rovesciare
il secchio dei giochi – richiamando
la poesia invisibile che mi circondava.

Non mi sono mai conosciuta
se non nel dolore bambino
di avvertirmi a un tratto
così divisa. Così tanto
parziale.

 

Quando nacqui mia madre
mi fece un dono antichissimo,
il dono dell’indovino Tiresia:
mutare sesso una volta nella vita.

Già dal primo vagito comprese
che il mio crescere sarebbe stato
un ribelle scollarsi dalla carne,
una lotta fratricida tra spirito
e pelle. Un annichilimento.

Così mi diede i suoi vestiti,
le sue scarpe, i suoi rossetti;
mi disse: «prendi, figlio mio,
diventa ciò che sei
se ciò che sei non sei potuto essere».

Divenni indovina, un’altra Tiresia.
Praticai l’arte della veggenza,
mi feci maga, strega, donna
e mi arresi al bisbiglio del corpo
– cedetti alla sua femminea seduzione.

Fu allora che mia madre
si perpetuò in me, mi rese
figlia cadetta del mio tempo,
in cui si può vivere bene a patto
che si vaghi in tondo, ciechi
– che si celi, proprio come Tiresia,
un mistero che non si può dire.

 

La traccia del passaggio – mi dici –
da qui non si vede. Non è evidente.
Tu non sai, ma ci sono solchi
estranei alla luce degli occhi.
Benedico il tuo non comprendere,
l’innocenza con cui ti arresti
un poco prima del dolore
– l’istinto di tirarti fuori.
Non chiedere: non ho sintagmi
con cui adornare la realtà delle cose.
Non ho perifrasi per salvarmi.

La traccia del passaggio – non la vedi
perché il mio sentiero è troppo
stretto per starci in due.

 

Noi eravamo fra quelli chiamati
contro natura. Il nostro esistere
ribaltava e distorceva le leggi
del creato. Ma come potevamo
noi, rigogliosi nei nostri corpi
adolescenti, essere uno scarto,
il difetto di una natura
che non tiene? Ci convinsero,
ci persuasero all’autonegazione.
Noi, così giovani, fummo costretti
a riabilitare i nostri corpi,
obbligati a guardare in faccia la nostra
natura e sopprimerla con un’altra.
A dirci che potevamo essere
chi non volevamo, chi non eravamo.
Noi gli unici esseri innocenti.
Gli ultimi esseri viventi, noi,
trapiantati nel mondo dei morti
per sopravvivere.

 

 

Giovanna Cristina Vivinetto è nata a Siracusa nel 1994. Laureata in Lettere, vive attualmente a Roma, dove studia Filologia moderna all’università La Sapienza. I suoi testi sono apparsi e sono stati recensiti sul n. 86 della rivista di poesia e critica letteraria “Atelier”, sulla rivista online “Pioggia Obliqua” e “La Tigre di Carta”, sui siti web “Poetarum Silva”, “Atelier online”, “Carteggi letterari”, “Nazione Indiana” e sul blog della Rai dedicato alla poesia e diretto da Luigia Sorrentino.

 

Alessandra Corbetta

1 thought on “I Fiordalisi – Dolore minimo

  1. Testi molto incisivi, poesia concreta e va dritta al fondo delle cose con pacatezza ed espressività. L’elemento autobiografico, sebbene dominante, riesce così ad essere condivisibile per diventare patrimonio comune, vissuto dal lettore.

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