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L'arte ci rende immortali

“Carrie” di Stephen King: un intramontabile classico su bullismo ed emarginazione

Quasi nessuno scopre mai che le sue azioni feriscono davvero gli altri. La gente non migliora, diventa solo più furba. Quando diventi più furbo, non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo.

 

Le origini

Era il 1974 quando vide le stampe il primo racconto di un allora sconosciuto insegnante del Maine, il cui nome si sarebbe rapidamente imposto come uno dei più celebri (e controversi) della letteratura contemporanea: Stephen King. Come si può intuire dalla dedica in apertura del romanzo (“A Tabby, che mi ha fatto entrare in questo incubo, e poi me ne ha fatto uscire”), fu proprio la moglie dello scrittore a credere fortemente nel potenziale della storia, incoraggiandolo affinché la inviasse a un editore. “Non mi aspettavo molto da Carrie” dichiarò una volta lo stesso King. “Pensavo: chi vorrà mai leggere un libro su una poveretta afflitta da problemi mestruali?” E invece… “Carrie” si è ormai consacrato come un intramontabile classico su bullismo ed emarginazione adolescenziale. Un’opera lungimirante che merita di essere riscoperta, in un periodo in cui tale problematica emerge finalmente, con prepotenza, tra le pagine di cronaca e i copioni televisivi (“Tredici”).

Una decennale predilezione per gli oppressi

Come è ben noto ai fan dello scrittore di Portland, uno dei tratti più caratteristici della scrittura di King è la sua costante attenzione per gli emarginati e violentati, la cui dolorosa condizione si può tradurre in eroico riscatto (come per il Club dei Perdenti in “It”) o in brutale vendetta: è questo il caso di “Carrie”. Nel personaggio ormai iconico della liceale bruttina, oggetto di ripetuti scherzi (al limite del criminale), vittima delle sevizie di una madre integralista, si possono riconoscere alcuni elementi ricorrenti nelle opere del Re: i traumi dell’infanzia, la crudeltà dell’adolescenza (che non è mai l’adolescenza patinata di certe serie tv americane), gli abusi della famiglia, una religiosità opprimente che intrappola sogni e desideri nella soffocante quiete della provincia americana. Leggere “Carrie” in un caldo pomeriggio d’estate a 15 anni (come nel caso di chi scrive) può essere un’operazione catartica, un “gratias tibi agimus” alla straordinaria empatia del genio kinghiano.

La psicologia femminile

La predilezione di King per gli svantaggiati della società (che si riconduce all’infanzia tribolata dell’autore) lo induce a provare una naturale simpatia per il genere femminile, cui dà sovente voce con sensibilità e maestria. Sarà che il giovane Stephen, dopo l’abbandono del padre, crebbe circondato da donne (la madre e le zie) ed è sposato da decenni con una di sei sorelle, ma il femminismo dello scrittore (da lui stesso dichiarato) risulta evidente in buona parte della sua opera (“Dolores Claiborne”, “Il gioco di Gerald”, il personaggio di Beverly Marsh in “It”), come ricorrente è il motivo del sangue mestruale, sorgente di arcana energia, inaugurato nella scena d’apertura di “Carrie”. Nei personaggi femminili vessati, derisi, oppressi, che trovano infine la forza di reagire a un ingiusto quanto flaccido patriarcato si può riconoscere un desiderio di rivincita che supera la distinzione di genere, dando voce a quanti reclamano una voce, annaspando tra le ingiustizie della vita.

Vittime e carnefici

Se questo prolifico autore è stato spesso liquidato da certa critica snob come uno scrittore di genere (o più blandamente “maestro dell’horror”), basta immergersi in uno dei suoi classici per capire come l’orrore esplorato da King è l’orrore insito nell’esistenza, solo temporaneamente soffocato dalle buone norme del vivere civile. L’angoscia che sorge da “Carrie” è il dramma di un ragazza ordinaria, travolta dall’insensibilità e indifferenza di chi la circonda (il cognome White, scelto dall’autore per il personaggio, sta forse a indicare la sua posizione totalmente pro Carrie, la vera vittima della storia). Ciò che più stravolge noi lettori, che viviamo la vicenda dalla prospettiva di Carrie (e persino desideriamo e godiamo con lei della sua vendetta), è la perenne ignominia cui la consacrano le sue azioni: nessuno dei mostri verso cui si scatena la sua verginale ferocia si porrà la questione di avere creato un mostro. Le vittime sono sempre innocenti, mentre Carrie verrà ricordata da tutti come “lo sguardo di Satana” (infelice sottotitolo italiano dell’adattamento di Brian De Palma).

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