ESCLUSIVA – Stefano Bonazzi: “Mi intrigano le persone. Tutto ciò che faccio ha a che fare con l’individuo”

Stefano Bonazzi scende dal treno con un trolley a fargli da compagnia. È vestito di un nero che fa da contrasto alla sua pelle piuttosto chiara. Occhiali da sole di ordinanza e un bel ciuffo in testa. Dritto dritto dagli anni ’80. “Sembri Marian Gold, lo sai?” gli dico “Chi?”. Provo a fargli capire chi siano gli Alphaville, ma desisto: piega la testa stranito.

Mi dice di essere già venuto a Caserta in precedenza, ma di non aver ancora visitato per bene la città. Mentre parla volge lo sguardo altrove, forse è soprappensiero.

Nel momento in cui accedo al registratore di suoni sul cellulare lo vedo irrigidirsi: “Cosa devi fare con quello?”. Mi racconta di avere un brutto rapporto con la sua voce: anni fa, durante la sessione di laurea, alcuni amici registrarono la discussione della sua tesi. Lui, dopo aver sentito il suono della sua voce, decise di rimanere in silenzio per un lungo periodo.

Ci sediamo su una panchina, all’ombra.

Si toglie gli occhiali, ma continua a guardarsi intorno.

 

Una domanda introspettiva: chi è Stefano Bonazzi?

(Sorride imbarazzato) Stefano Bonazzi è un ragazzo che, fino a dieci anni fa, aveva paura di uscire di casa. Un giorno ha iniziato a paciugare (pasticciare N.d.R.) con la carta, poi è passato al photoshop. A mano a mano è riuscito a superare questo timore di confrontarsi con gli altri e con il mondo. Ora va in giro per l’Italia a promuovere il suo nuovo libro.

Mi affascina tutto ciò che riguarda le insicurezze: il non riuscire a comunicare, per esempio.

Mi intrigano le persone … tutto ciò che faccio, sia a livello di immagini sia a livello di ciò che scrivo, ha a che fare con l’individuo. Di solito lo prendo e lo posiziono in un’immagine caratterizzata da un ambiente ostile oppure lo inserisco in un racconto in cui è costretto a confrontarsi con le sue paure.

 

Le cose iniziano a prendere una nuova forma: non è distratto, è timido. Parla a bassa voce, ma ciò che dice ha un senso, una forma, un colore e un calore incredibili. Chissà se ne è consapevole.

Le parole che scrive sono la sua voce.

Parliamo un po’ del tuo secondo romanzo, “L’abbandonatrice”?

“L’abbandonatrice” è la storia di Davide, Oscar e Sofia … tre ragazzi che si incontrano a Bologna all’inizio degli anni ’90. Una città ricca, stimolante, fervente da un punto di vista artistico. Una Bologna alla quale sono estremamente affezionato, che ho vissuto e vivo un po’ con gli occhi innamorati di chi proviene dalla provincia (Ferrara, per la precisione N.d.R.). i tre protagonisti hanno dei problemi da affrontare, situazioni con cui devono convivere: Davide soffre di attacchi di panico, Sofia è reduce da una situazione familiare piuttosto complessa. Oscar, invece, è in continua lotta con le aspettative del padre. Non sono sereni, non riescono a trovare un equilibrio nella loro vita. Ecco perché, quando si incontrano in seguito a un evento casuale, si fiutano … si riconoscono e si incastrano.

La storia si evolve fino ai giorni nostri. Non a caso, il romanzo inizia con un Davide oramai adulto che riceve una notizia improvvisa.

 

Leggendo il romanzo, io ho avuto questa impressione: Davide, Oscar e Sofia è come se dovessero affrontare dei demoni, delle colpe che non sono dovute ad azioni compiute da loro, ma da chi fa parte della loro vita …

Giustissimo, hai centrato in pieno. Gli attacchi di panico di Davide sono il risultato della non accettazione della sua omosessualità da parte dei suoi familiari. La madre di Sofia ha avuto un tracollo psicologico e le ha accollato delle responsabilità incredibili, che lei a stento riesce a gestire. Oscar, infine, soffre per il peso della fama di suo padre.

I tre protagonisti de “L’abbandonatrice”, per quanto possano essere amici, sono lasciati da soli ad affrontare le loro paure. Facciamo un parallelismo con il tuo precedente romanzo, “A bocca chiusa”: anche in quel caso il protagonista è solo. Questo elogio della solitudine è una scelta legata alle storie che hai voluto raccontare o ha altre motivazioni?

Sì, è una sorta di tributo: come ti dicevo prima, amo lavorare sull’individuo. Spero che, leggendo entrambi i romanzi, si riesca a notare un’evoluzione: nel mio primo romanzo il protagonista non ha valvole di sfogo, se escludiamo Luca, il vicino di casa che, però, è un personaggio obliquo. In questo caso i tre hanno diversi momenti di scambio.

 

Quanto c’è, di Stefano Bonazzi, nei personaggi dei suoi romanzi? Sono anime inquiete, tentennanti, insicure … eppure curiose, intelligenti, sensibili. Scrivere gli permette di esorcizzare le sue paure o di affrontarle meglio?

 

Come nel tuo romanzo di esordio, anche questa volta le famiglie sono assenti …

Il tutto si rifà molto ai miei gusti letterari: tutti i romanzi che leggo, sono quelli che mettono al centro la famiglia. Famiglie disagiate, famiglie in pericolo e così via. Molti pensano che io provenga da una situazione analoga, ma in realtà ho una contesto familiare assolutamente sereno.

Nel corso degli anni mi è capitato spesso di venire a contatto con famiglie poco equilibrate, prive di stabilità … credo che il 90% dei problemi dell’uomo maturo sia stato seminato proprio durante la sua adolescenza, nel contesto familiare.

Mi piace scavare a fondo in quel contesto.

Poi, come dice Tolstoj in “Anna Karenina” “Le famiglie felici sono tutte uguali” (sorride).

 

Un po’ più a suo agio, ogni tanto solleva per qualche secondo lo sguardo.

Nei ringraziamenti del libro dici che “Basta passare sotto i porticati di Bologna per innamorarsene”. Però la Bologna che descrivi ne “L’abbandonatrice” non è divertente, soffre molto insieme ai protagonisti, vero?

Assolutamente sì. La Bologna che descrivo nel libro è ostile. Considera che il libro è ambientato agli inizi degli anni ’90 e, da allora, sono stati fatti passi da gigante nel contesto dell’accettazione; anche se, rispetto al resto dell’Italia, la città era già di per sé una sorta di Eden da questo punto di vista.

Ancora più precisamente: è ostile perché gli occhi di Davide la vedono così.

È anche vero, però, che la città risplende in alcuni punti del romanzo: faccio riferimento, in particolare, ad un episodio del libro … quello della tangenziale. Per quanto quel posto sia quasi post-apocalittico spero che arrivi ai lettori tutto l’amore che ho per questa città.

 

Stefano Bonazzi si illumina: parlare di Bologna, la “sua” amata Bologna, lo fa sentire vivo. È un qualcosa che percepisci, è un qualcosa di vero.

Nel libro, però, c’è un quarto protagonista: la musica. Tu parli di note blu. Un musica dolente, sofferta che, come Bologna, segue di pari passo il mood di Oscar, Davide e Sofia …

Sì, in primis, la musica è la forma di espressione di Oscar. Lui dà vita alla musica attraverso il suo pianoforte.

Lo stile predominante è il jazz. Grazie al Jazz club di Ferrara ho avuto modo di conoscere meglio questo tipo di musica … sai, all’inizio tendevo un po’ a snobbarlo … pensavo fosse difficile, persino noioso. Poi, a mano a mano, me ne sono innamorato.

La jam session è pura improvvisazione. Gli stessi protagonisti sono in una sorta di jam session perché non sanno dove andare, cosa fare.

In aggiunta a ciò: un brano jazz può avere una introduzione con il pianoforte, poi entrano in gioco tutte le altre componenti per addentrarsi in una parte sperimentale, quasi distorta poi, magari, si ritorna al solo pianoforte. È un ritmo che non si può né prevedere né ripetere. Questa è una delle cose che mi piace di più del jazz: l’imprevedibilità … si adatta alla personalità dei tre personaggi.

 

Ha un animo molto profondo, Bonazzi. Raffinato, nella sua semplicità. A ogni domanda che gli pongo risponde con un sorriso impacciato, ma quasi riconoscente. Spalanca spesso gli occhi, come a confermare la validità delle mie affermazioni …

 

Bonazzi

Stefano Bonazzi ascolta musica nei momenti in cui scrive?

Molto spesso. In genere jazz sperimentale: alcune tracce sfociano nel noise e ti mettono quasi a disagio. Ti ritrovi in un contesto sfavorevole.

Tra le altre cose: nella prima versione de “L’abbandonatrice” ogni capitolo iniziava con il titolo di una traccia jazz, proprio quella che ascoltavo durante la stesura del capitolo.

 

Per “L’abbandonatrice” ti sei affidato alla casa editrice Fernandel, in cui collabori con lo scrittore Gianluca Morozzi, che so essere un tuo grande amico …

Io e Gianluca ci conosciamo da oltre dieci anni. Il mio primo corso di scrittura l’ho fatto proprio con lui!

L’ambiente editoriale non è sempre trasparente, purtroppo: ci sono personaggi che si avvicinano solo perché vogliono qualcosa da te. Lui, invece, è così come lo vedi … una persona limpida. Nelle interviste, durante le lezioni, quando fa una presentazione o passiamo del tempo in un pub … è coerente con se stesso.

Mi sono legato molto a lui perché è una persona buona.

L’editing del libro, però, l’ho fatto con Giorgio Pozzi il direttore editoriale della Fernandel, che ha apprezzato tanto la storia che ho raccontato.

 

“L’abbandonatrice” ha una solidissima valenza cinematografica. Se ti proponessero un film tratto dal tuo romanzo, chi vorresti nel cast?

Oscar per me è un Riccardo Scamarcio da giovane. Per Sofia ho pensato a Sharon Van Etten che, in realtà, è una cantautrice che adoro. Per Davide un Tobey Maguire di qualche anno fa. Alla regia vorrei Ferzan Ozpetek o Luca Guadagnino.

 

A un certo punto della storia, c’è una nuova location: Londra …

Londra e Bologna sono strettamente collegate: sono entrambe molto giovanili e molto ferventi da un punto di vista artistico … anche se la prima è immensa e la seconda più piccolina. In questo, credo che Londra richieda un dispendio di energie maggiore. Ci sono stato molte volte eppure, durante il mio ultimo viaggio, mi sono sentito “vecchio”: considero Londra una sorta di discoteca a cielo aperto. A venti anni ti diverti da morire, ma adesso che ne ho più di trenta, l’idea di trasferirmi lì non mi entusiasmerebbe.

Domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo cd acquistato, ultimo libro letto, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Ultimo film: “Les 7 jours du Talion”, che ho amato tantissimo. In realtà, durante il viaggio in treno, ho rivisto “Cani arrabbiati” di Mario Bava. Ultimo cd: “Truth is a beautiful thing” dei London grammar che, a tal proposito, credo sarebbe un’ottima colonna sonora per un eventuale film tratto dal mio romanzo. Ultimo libro letto: “Gli annientatori” di Gianluca Morozzi. Di recente ho visto “A dream of passion” al Ferrara off: una rivisitazione di un manoscritto di Don DeLillo

Cosa augura Stefano Bonazzi a “L’abbandonatrice”?

Vorrei arrivare a chi, come me, ha sofferto o soffre di attacchi di panico.

Qualcuno mi ha detto che, nel romanzo, io parlo di omosessualità senza sviscerarla in pieno. Ma scrivere un trattato sociologico non era il mio scopo.

Desideravo concentrarmi proprio sugli attacchi di panico.

In quei momenti sei davvero solo, isolato.

Tempo fa scoprii un fumetto, una graphic novel “Quando tutto diventò blu” di Alessandro Baronciani, che descrive proprio quello che stavo vivendo io in quel periodo. L’ho letto e riletto in continuazione: mi è stato di grandissimo aiuto.

Spero che “L’abbandonatrice” diventi un “Quando tutto diventò blu” in versione Bonazzi. In realtà è già successo: recentemente ho fatto un firmacopie alla Mondadori di Casalecchio. All’improvviso si è avvicinato un ragazzino … molto spaventato … “Non so mai con chi parlarne” mi fa. Siamo diventati amici su facebook, si è creato un rapporto di fiducia, mi ha chiesto dei consigli. Ora sta leggendo il libro, mi auguro che gli possa dare una mano.

Poi, ovviamente, se “L’abbandonatrice” dovesse diventare un film o un best seller, triste non sarei (sghignazza).

 

Stefano Bonazzi torna a indossare gli occhiali da sole: la sua arma di difesa. Da lì, può continuare a osservare il mondo, senza essere visto. Il modo migliore per incamerare, trarre esperienza e spunto per le nuove storie … sarà un uomo dal passo incerto, una giovane donna con in braccio un bimbo, un cagnolino che cerca riparo dalla pioggia a dargli lo spunto per un nuovo racconto? Non lo possiamo sapere, ancora. Ma di una cosa possiamo essere certi: in qualunque direzione dovesse andare, sarà una storia che non dimenticheremo tanto facilmente …

 

Intervista a cura di Christian Coduto

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close