“They”: un nuovo pronome per una nuova identità

Con il Pride Month alle porte (il mese di giugno è per antonomasia il mese in cui, in tutto il mondo, si svolgono le più colorate parate dell’anno, dove a sfilare è l’orgoglio di appartenere alla comunità LGBT) mi è sembrato d’obbligo parlare, questa settimana, di un film che si avvicinasse proprio alla tematica LGBT, perché personalmente credo che il cinema non sia soltanto un mezzo di intrattenimento, ma che al contrario sia uno strumento attivo, capace di informare (e anche formare) le persone.

Il film in questione è “They”, al cinema da martedì 15 maggio, ed è uno di quei film che non impressiona per le immagini mozzafiato o per la storia avvincente: “They” è piuttosto un film che apre una finestra su un argomento relativamente nuovo e lo fa in punta di piedi, in modo delicato e quasi impercettibile.

La trama sembra davvero semplice, ma nasconde strati ben più profondi.

J. è un ragazzino alle soglie della pubertà e sua sorella e il suo fidanzato arrivano in città per badare a lui mentre il resto della famiglia è via per un viaggio.

J. però non è un ragazzino qualsiasi: sta infatti affrontando un percorso di transizione e, per il momento, assume dei bloccanti ormonali affinché possa avere più tempo a disposizione per prendere la sua decisione definitiva.
Emblematico è, in questo senso, il titolo: il pronome they viene, infatti, utilizzato in Inglese come un pronome neutro, che non specifica alcun genere, a differenza di he o she.

Per quanto possa sembrare una questione difficile da affrontare, comunque, il film si focalizza solo in parte sull’identità di genere di J. e quasi per nulla sul suo effettivo percorso di transizione. Sono questioni che, per quanto centrali al film, riescono in qualche modo a restare sempre sullo sfondo: sono perpetuamente lì, ma non sono al centro di alcun dialogo o azione.

Sono, ad esempio, presenti a modo loro nella serra dove J. trascorre il suo tempo circondato da piante, dove l’attenzione si focalizza, ad un certo punto, sui bonsai cui crescita è contenuta, proprio come quella di J. a causa dei bloccanti. Gli stessi temi ritornano ogni volta che J. ripete la poesia “The Mountain” di Elizabeth Bishop, dove le frasi “I do not know my age” (non conosco la mia età) e “Tell me how old I am” (ditemi quanti anni ho) vengono ripetute ad ogni strofa. Sono presenti, ancora, quando J. ammette che il suo fiore preferito è la Bella di Notte, cui pianta non dà fiori di un unico colore, ma al contrario ogni suo fiore può avere un colore o una combinazione di colori differenti, proprio come lui/lei si sente a volte ragazzo, a volte ragazza e altre volte ancora semplicemente J..

Ma lo stato di “sospensione” di J. non può durare in eterno e quando gli/le viene comunicato che le sue analisi non sono più ottimali e che deve smettere, per questione di salute, di assumere i bloccanti, J. si ritrova a dover compire la scelta decisiva del suo genere. Deve farlo da solo, però, come se fosse separato dal mondo esterno proprio come in una serra e, infondo, è probabilmente giusto che una decisione così importante provenga da lui/lei soltanto.

La regista di origine iraniana Anahita Ghazvinizadeh affronta senza fretta e con una semplicità disarmante una questione complicata, spogliandola di qualunque dramma esterno o interno alla famiglia e di ogni pregiudizio e riesce a donare, in un contesto in cui dubbi, decisioni fondamentali e caos adolescenziale dominano nell’interiorità del/della protagonista, 80 minuti di calma e serenità.

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