“A Beautiful Day”: un nascondiglio in piena vista

Parlare di un film tratto da un libro è spesso complicato: eventi che nella letteratura riescono a trovare il giusto spazio e ad essere esplicitati senza particolari problemi, non sempre riescono a trovare il loro posto nei film, sia per motivi empatici che per motivi propriamente pratici.

A beautiful day”, adattamento cinematografico della regista Lynne Ramsay del libro “You Were Never Really Here” di Jonathan Ames, ne è un esempio lampante.

Joe è un veterano di guerra che lavora come sicario e, quando non è via per lavoro, accudisce l’anziana madre nella loro casa di New York. I suoi servizi vengono richiesti dal senatore Williams, un politico newyorkese cui figlia alle soglie dell’adolescenza è scappata ed è stata immischiata in un giro di prostituzione minorile.

Questa è, in sostanza, la storia che il film racconta.

Quella che viene proiettata sullo schermo è una storia cruda e violenta, un tipo di immagini alle quali Lynne Ramsay ci ha abituati (basti pensare a “…e adesso parliamo di Kevin”), catturate con il suo solito sguardo imprevedibile, ma nuovo e fresco.

Eppure c’è qualcosa che va oltre la violenza, che non viene reso esplicito come nelle pagine di un romanzo, ma che viene lasciato intravedere attraverso dei flash brevissimi, come se lo spettatore riuscisse ad entrare nella testa di Joe per qualche secondo, per poi uscirne immediatamente appena Joe riprende il controllo di se stesso.

Perché sebbene il titolo italiano riprenda una battuta del film che vuole evidentemente dare una speranza o, quantomeno, una nota di leggerezza, il titolo originale “You Were Never Really Here” (letteralmente “non sei mai stato davvero qui”) è decisamente più cangiante e offre sicuramente uno spunto interpretativo più profondo.

La frase “non sei mai stato davvero qui” ha un duplice destinatario: è riferita al pubblico che “spia” il passato di Joe attraverso i flashback sul suo passato, ma è sicuramente funzionale per la caratterizzazione dello stesso Joe.

Joaquin Phoenix offre un’interpretazione monocorde e ovattata, rende Joe un uomo che, con qualche piccola eccezione, non è mai presente al 100% e quella di nascondersi dal mondo pur rimanendo in piena vista è un’abitudine che Joe ha imparato con gli anni.

Il vero Joe resta ben nascosto durante quasi tutto il film e riusciamo a capire che il fantasma che è diventato è solamente opera della depressione della quale evidentemente soffre, palesata dalle cicatrici sul suo corpo che potrebbero essere i segni del suo lavoro decisamente poco tranquillo, ma che potrebbero benissimo essere manifesto di una violenza che è stata autoinflitta.

L’interpretazione di Phoenix è lodevole proprio per la sua monotonia, perché le sue espressioni sempre uguali sono ricercate e d’effetto -a dispetto di quelle di alcuni suoi colleghi- e non a caso è stato proprio lui ad aggiudicarsi allo scorso festival di Cannes la Palma d’Oro per la migliore interpretazione maschile, riconoscimento con il quale è stata premiata anche la sceneggiatura, sempre della regista Ramsay.

Un film d’azione che, però, si coniuga alla perfezione con un sottotesto psicologico e che non è solamente una gara a chi dà più botte, né tantomeno una banale lotta del bene contro il male, con un finale decisamente sorprendente.

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