I Fiordalisi – Di arte e di poesia

Torna, con la classica cadenza bimestrale, l’appuntamento con Eliana Masulli e le sue ricercate analisi artistiche, questa volta dedicate a una peculiare evoluzione del movimento futurista.

A concludere l’articolo, come sempre, alcuni miei versi ispirati a quanto scritto da Eliana, per perpetrare il connubio tra arte e poesia.

Buona lettura!

 

 Futurismo pugliese

“Storicamente vivete come al tempo dei Borboni. Invece di guardare in uno slancio d’amore meccanico-bramoso di possesso in direzione del sole-acciaio-domani, preferite riposarvi di un lavoro che non fate, all’ombra della Magna Grecia o del periodo bizantino o secolo del dominio normanno o francese o spagnolo. Da quasi un secolo i vostri orizzonti sono tutti retrospettivi…

ebbene! Dovete riconquistare il tempo perduto. Siete piatti e lisci! Come la vostra regione”

-Vittorio Bodini, in Manifesto ai Pugliesi di provincia.

 

“Una Puglia futurista dove non vorrei morire, dove vivere mi tocca, mio paese, così sgradito da doverti amare…”; nel 1932 il giovane Bodini fonda a Lecce il suo Futurblocco, dedicando nel 1933 una mostra d’arte in onore dell’aeropittura dell’amico e collega futurista Mino Delle Site.

Si, perché come poté giungere il Futurismo in Puglia, partendo dall’alta Milano, se non spaccando il cielo? Se non con 1/5 di dinamite in grado di distruggere l’inerzia culturale di questa favolosa terra?

La Puglia dell’agricoltura e di un’economia rurale, per lo più, dove conciliare il nuovo linguaggio dello sviluppo scientifico e tecnologico era compito ben arduo. Ritardataria e provinciale, rispetto ai tempi cosiddetti nazionali, anche se la vita dei suoi figli futuristi tradirà per bene questi banali luoghi comuni.

Ma riflettendoci, l’idea stessa del movimento futurista ha sempre creato una profonda confusione ideologica. Un fenomeno folcloristico, Futurismo e Fascismo. O meglio Futurismo era anche Fascismo, per i molti poco informati.

Si ritenne per troppo tempo che il Futurismo nacque, si sviluppò e morì in venti soli anni, dal 1909, data di pubblicazione del primo Manifesto Marinettiano, sino al 1920. Ma fu davvero così? No, assolutamente. Le concezioni cronologiche furano errate perché capitò la scomparsa di Boccioni e Sant’Elia, e ancora, perché Palazzeschi, Carrà e Soffici abbandonarono il movimento. Ma quella non fu la fine del Futurismo.

In verità, finché visse Marinetti -e questo accadde fino al 1944- era fuori dubbio che il movimento potesse quietarsi. Vi sembra possibile che Filippo Tommaso non avrebbe riservato almeno due tre righe di testamento sull’eredità del suo Futurismo? Impossibile. Quell’eredità continuò e anzi, il Futurismo si lasciò sbirciare da ogni Avanguardia storica europea. Noi stessi, siamo in fondo, ancora un bel po’ futuristi.

E allora perché tutto questo marasma? Effettivamente il Futurismo non può che vantare diverse fasi, accompagnate sempre da numerosissimi Manifesti pronti a dare voce, anzi gridare, i principi fondanti del movimento, aggiornati e sviluppati in ogni ambito toccato e affondato dall’esperienza umana, in una piena visione globale e totalizzante. In Puglia, l’arrivo ufficiale del Futurismo culmina con gli sperimentalismi dell’aeropittura e dell’aeropoesia, ma un’attenta analisi delle fonti può senz’altro dimostrare i rapporti tra il Marinetti fondatore e adepti e seguaci in territorio pugliese proprio a partire dall’anno di fondazione. È questo il caso del futurista Saponaro, che visse tra S. Cesario di Lecce e Napoli, il quale pubblicò il manifesto del movimento sei giorni prima rispetto l’ufficializzazione edita nel Figaro di Parigi, e questo avvenne sulla rivista “La Tavola rotonda”.

La verità è che il Futurismo pugliese va compreso e studiato secondo un aspetto globale. Fino agli anni ’50-’60 il campo d’azione del movimento veniva ristretto alle aree più industrializzate, diremo oggi; come se venisse dato per assodato che un movimento così tanto sprovincializzato potesse rivolgersi solo alle città della macchina e della velocità, dei mezzi messi a disposizione, degli strumenti avanzati con lo guardo proteso sempre non al domani, ma al dopodomani, come direbbe Marinetti.

La Puglia, il Meridione venivano scartati a priori e, se studiati, sminuiti. Ma questo fu falso. Fu falso perché i futuristi pugliesi appoggiarono e favorirono di gran lunga il movimento. Fu falso perché il Futurismo pugliese ebbe sviluppi differenti persino dal movimento stesso lombardo, piemontese, toscano, e differente da quello siciliano e napoletano. Differente perché i futuristi pugliesi rimasero sempre vigili e attenti più all’idea di rinnovamento che a quella di una civiltà della macchina. Ai futuristi pugliesi interessava quello, principalmente: trovare il modo per spazzare via l’arretratezza e dare luce alla cultura della propria terra. Anche. Inserire quella cultura nella cultura del mondo, passando dalle azioni provocatrici e irruenti che il movimento stesso usava per trovare spazio in un “Universo” che andava “ricostruito”.

Ed è per questo, anche per questo, che mentre la Puglia formava la nuova coscienza futurista, il Futurismo in sé riuscì a diffondersi molto più in là del tempo, ritrovandosi coerente con l’epoca del XX secolo, dei media, della fotografia, del cinema, della radio.

Lo abbiamo detto, Futurismo non fu solo letteratura, non fu solo arte, non fu solo politica di protesta per lo svecchiamento. Futurismo fu anche design, moda, arredamento, pubblicità, comunicazione postale, giornalismo. Il Futurismo fu persino cucina!

Futurista era, in fondo, l’intera vita quotidiana, tutta l’esperienza che toccava l’uomo e la sua nuova vita, lontano dalla mentalità borghese, dalla gonfiezza di stili e merletti, lontano, molto lontano da tutto ciò che riguardava un’esistenza da “passatisti”. Fu parodia e scherno di tutto ciò che non riusciva a seguire i tempi che cambiavano, o meglio di tutto ciò che non trovava ancora il coraggio di farlo.

Nel Salento si parla di un primo Bodini, di Mino Delle Site, di Mimì Frassaniti, di Antonio Serrano, di Emilio Notte, Mario Carli, Sebastiano Arturo Luciani, Casavola, Michele Saponaro, Luigi Fallacara, per citarne alcuni. Nel 1989, presso il Museo leccese Sigismondo Castromediano una mostra. E poi l’unico numero della rivista futurista pugliese “+-2000”, custodito presso la Biblioteca di Bari, mentre i restanti acchiappati tra le pareti di quella di Firenze.

Il Dizionario del Futurismo di Giannone chiarisce indubbiamente i quesiti in merito a tutti i nomi e tutte le personalità pugliesi che fecero parte del movimento. Ma chi erano, nello specifico, questi personaggi di trincea pronti a battersi per prendere a cazzotti l’arretratezza e il conformismo che non permettevano a questa bella e forte terra pugliese di spalancare le proprie finestre e affacciarsi al mondo. Ed è proprio dal cielo e in direzione del sole che occorreva spingersi. Ci fosse stato uno solo dei futuristi pugliesi a rimanere esclusivamente nella propria terra. Impossibile, la civiltà futurista chiamava fuori, a volte molto fuori.

Nel 1933 Bodini scrisse a proposito dell’aeropittura di Mino Delle Site:

“non presenta mazzi mazzi e mazzi di fiori né cocomeri carote pesci o raccontini a colori, ma presenta brani della sua anima profondamente mistica, che si manifesta in sinceri quadri sacri… finalmente in aeropitture in cui l’anima delle stratosfere felicemente intuita si compenetra con quella dei velivoli ebbri di velocità, di conquista dello spazio orizzontale-verticale, di lotta aerea (…)”.

Il Futurismo di Bodini e degli amici alleati fu davvero un grande riscatto e apertura al mondo. Prendiamo ad esempio Mino Delle Site, nato a Lecce nel 1914 e morto a Roma nel 96. Proprio qui, a Roma la prima mostra di aeropittura, nel 1931. Qui, dove conosce Marinetti, Balla, e Dottori. E poi le sue esposizioni anche all’estero, a New York. Per Delle Site vigeva il gusto dei visioritmi e lui stesso dichiarò che “il Futurismo è uno dei principi essenziali dei quali si compone la vita, un’idea, che si rinnova quotidianamente come il sorgere del sole in ogni latitudine”.

E ancora Sebastiano Arturo Luciani, compositore, musicologo e critico cinematografico, di Acquaviva delle Fonti, vicino Bari. Anche Sebastiano si spostò. Prima a Napoli, poi a Roma. Dedicò la sua vita allo studio di un rinnovamento del sistema armonico-tonale. Per farla semplice, Luciani volle rivoluzionare i mezzi di espressione, superando il dissidio tra visione e musica e lo fece servendosi della luce e dei colori. Parlerà di sensazione musicale e affermerà che la storia del dramma musicale è anzitutto storia dell’evoluzione della tecnica. Via gli attori appesi sulla scena, che la sala venga inondata da suoni, luci, colori!

Di Michele Saponaro ho già accennato. Scrittore di S. Cesario di Lecce, morì a Milano nel 1959. Ebbe rapporti con Marinetti, Sarfatti, Pirandello, Moscardelli, e questo per far comprendere quanto fosse calato sin da subito negli ambienti culturali italiani di quegli anni. Egli stesso afferma che “per scoprire il frutto bisogna rompere l’involucro ispido…”; il suo involucro lo ruppe per bene, ma non dimenticò mai la sua terra, anzi l’involucro fu proprio la sua terra, divenuto territorio di una dialettica sempre protesa tra città e campagna, mondo fermo e intronato dal un lato e evoluzione dall’altro.

Mario Carli e Luigi Fallacara, il diavolo e l’acqua santa. Carli, futurista militante, talmente ardito da arruolarsi come volontario nonostante la sua miopia. La sua ambizione, del tutto futurista, lo portò a diventare persino capitano del Regio Esercito, gestendo con il suo dinamismo essenziale una rivista, futurista, per i giovani dei reparti d’assalto. Fallacara, invece, nasce a Bari e muore a Firenze nel 1963. A Firenze entra come parte attiva nel gruppo di Lacerba, conoscendo da vicino Campana, Ungaretti, Soffici, Palazzeschi. Ma vive la guerra e ne fu segnato, al punto da desiderare un ritiro spirituale ad Assisi. Siamo negli anni 30 e per Fallacara ebbe inizio la sua Metafisica della poesia, con Io sono, tu sei, sfociando poi nell’ansia dell’assoluto con Notturni, testo ermetico degli anni ‘40, e nei ‘60 con un’esperienza in pittura: I residui del tempo e Il frutto del tempo.

Frassaniti e Serrano, invece, morirono prima ancora di poter sviluppare pienamente le loro idee, ma finché vissero, più che della tecnologia, si preoccuparono di esortare, ancora una volta, la Puglia verso un risveglio collettivo e meno ancorato al passato.

In ultimo, ma ultimo non fu, Emilio Notte, di Ceglie, morto a Napoli nel 1982. Pittore dapprima, e professore con cattedra in Pittura, Figura e Decorazione, prima a Roma poi a Napoli, dove in seguito alla firma apportata sul Manifesto futurista seguì un lungo periodo di isolamento indotto dal corpo docente. A Emilio Notte si devono le andate e i ritorni, ma in senso futuristico. Nel senso che la sua ricerca quasi liturgica di un sapere lontano da ogni forma di omologazione, lo condusse a rivedere continuamente il proprio apporto intellettuale e dialettico, tanto in pittura quanto nella vita. Pausa renoiriana, ripresa di un post cubismo, fino al recupero di una dimensione sintetica e arcaica, che potesse fare riflettere su tematiche a lui carissime, quali il destino dell’uomo e il lavoro come forma di assillo e riscatto. Celebri le sue astropitture Intorno alla Luna o degli anni ‘60 i suoi quadri neri del periodo di Vulcano.

Per i futuristi pugliesi che riuscirono a viverli, il ‘59 fu certamente anno di bilancio. I Futuristi erano scrupolosamente ostinati a prendere la realtà plastica dell’esistenza, scostandosi una volta per tutte dall’Impressionismo e dal Divisionismo, ma in modo differente dagli amici cubisti. Si, perché i futuristi erano attenti alla simultaneità, allora più di prima. In poche parole l’oggetto, non importa quale, veniva osservato, scomposto e restituito al suo moto. Sempre.

Le parole in libertà dei futuristi, soprattutto di quelli pugliesi, vanno intese così, esattamente come un modo, per dirla alla Bodini e con un pizzico di nostalgia, di rovistare l’azzurro nella ricerca d’una dolce vocale nel cielo.

 

Emilio Notte, Autoritratto, 1970

Emilio Notte, Bagnanti, 1922

 

 

Mino delle Site, New York Bridge, 1964

 

Mino Delle Site, il pilota Aliluce, 1932

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Russolo, La rivolta dei rumori, 1911

 

Intonarumori

 

Emilio Notte, Nello studio, 1932

 

Rintocchi

Il cimelio scoppiettante sopra il capo

indora battiti e rintocchi: nel pugno

non c’è apertura e la sillaba si sdoppia

in grida di rotaia e marmo. La festa riparte

nel Paese di fianco e il bianco sulle porte

segna la risalita al cielo

del fumo in disuso.

 

Alessandra Corbetta
www.alessandracorbetta.net

Alessandra Corbetta

Alessandra Corbetta è nata a Erba il 4 dicembre 1988. È dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media e collabora come Web/Social Media Master e come Content Writer con La Casa della Poesia di Como. Ha scritto per la rivista culturale Alfabeta2. Per Flower-ed ha pubblicato la monografia poetica L’amore non ha via e per Silele Edizioni il romanzo Oltre Enrico (Cronistoria di un Amore sul finale). Scrive di poesia, società e cultura per il blog Tanti Pensieri e di New Media per il giornale online Gli Stati Generali.Tutta la sua attività scientifica e poetica, completa di segnalazioni, premi e pubblicazioni è disponibile sul sito web http://www.alessandracorbetta.net

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