C’era una volta la moda che sognava di diventare arte

Chi ama la moda, di solito, è additato dai più “intellettuali” come una persona che si occupa di una cosa frivola, leggera. Per la sua attitudine effimera, pratica e popolare, la moda per lungo tempo non è stata inclusa tra le forme di espressione artistica. L’arte esposta in spazi adibiti ad hoc ed elitari, la moda tra le strade, sotto gli occhi e alla portata di tutti.

Tuttavia la moda – così come l’arte – è sempre stata espressione del tempo che interpreta.

Come riusciamo a collocare in uno spazio temporale definito un’opera di qualsiasi tipo, riconoscendone lo stile, allo stesso modo lo stile di un abito è quello che a colpo d’occhio ci permette di riconoscere un’epoca storica.

Lo stile si riflette nell’architettura, nella scultura, nella pittura e, a sua volta, nell’individuo che cerca di armonizzare anche il modo di vestirsi al mondo che lo circonda. Chi fa moda, al pari dell’artista, è in grado di interpretare lo stile del tempo, sentire le variazioni e realizzare una visione del tutto personale attraverso i capi d’abbigliamento.

La moda ha accompagnato la storia dell’uomo ma solo nell’Ottocento, con l’avvento della borghesia, lo sviluppo dell’industria tessile e la distribuzione commerciale, diventa alla portata di tutti e gli artisti del secolo iniziano ad interessarsi alla moda come strumento per raffigurare la realtà.

È un periodo storico in cui l’ottimismo mondano e le ambizioni internazionali della borghesia hanno la massima espressione. In questo clima nasce l’houte couture, l’alta moda, e può contare su clienti sempre più attente e artisti che con la loro arte ne favoriscono lo sviluppo. Emblematici sono i dipinti di Giovanni Boldini che rappresentano tutta l’eleganza della belle époque, gli abiti sono riprodotti fedelmente ricchi di dettagli e accessori. Gli artisti collaborano con l’industria tessile per realizzare tessuti, merletti, ricami.

Nel Novecento la moda viene eletta l’Undicesima delle Muse. Si assiste ad una vera e propria cooperazione tra artisti e stilisti. Famose sono la collaborazioni di Schiaparelli con Dalì, Yves Saint Laurent con Mondrian: l’arte diventa un’ispirazione per lo stilista che cerca anche un’alternativa alla tendenza corrente.

Ma dobbiamo ad Andy Warhol la moda e il modo con cui comunica così come la conosciamo oggi presenziando a feste, vernissage, sfilate. La sua carriera inizia con la moda negli anni ’50 come disegnatore di moda e pubblicitario per Vogue, Glamour e Harper’s Bazaar e non la lascerà mai definitivamente in tutta la sua carriera artistica. Warhol, con la Pop Art, entra nella vita quotidiana dell’americano medio con opere che raffigurano prodotti di uso comune, crea The Souper Dress, un abito di carta, cellulosa e cotone ispirato alla famosa Campbell’s Soup fondendo moda, arte e industria.

Negli anni ’80, i confini tra arte e moda si fondono. Nel 1983 Saint Laurent espone le proprie opere al Metropolitan Museum di New York, nel 1985 Ferragamo espone a Palazzo Strozzi a Firenze: il designer di moda legittima la sua opera come artista esponendo in un museo. Da questo momento c’è un interesse reciproco tra moda e arte: vengono adibiti musei e mostre dedicati agli stilisti e le grandi griffe accolgono e finanziano le esposizioni artistiche.

Oggi assistiamo ad un fluido gioco di ruoli e alla piena legittimazione della moda come forma d’arte, gli artisti si prestano alla moda opere d’arte o prodotti in edizione limitata appositamente per mostre o eventi speciali.

Anna Vollono

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