MentiSommerse.it

L'arte ci rende immortali

I segreti di Wind River e i confini tra giusto e sbagliato

Nella riserva di Wind River in un innevato Wyoming, il cacciatore di predatori Cory Lambert è alla ricerca di tre puma che attaccano il bestiame locale. La sua caccia lo porta, però, ad una macabra scoperta: il corpo senza vita di una ragazza nativa, che inevitabilmente riporta a Cory il ricordo della figlia morta tre anni prima. L’FBI invia sul luogo l’agente Jane Banner in quella che è la sua prima esperienza sul campo e che, nonostante la sua testardaggine e buona volontà, si rende conto di non essere capace di sciogliere la matassa di quel delitto da sola. Si affida quindi a Cory, l’unico con le necessarie conoscenze del luogo e della gente che ci abita.

Vincitore del premio per la regia nella sezione un certain regard della scorsa edizione del festival di Cannes, il film è un thriller semplice e lineare: il delitto viene scoperto, si seguono diverse piste, si arriva al colpevole.

Ciò che rende affascinante il film, più che la trama stessa, sono i particolari che arricchiscono il filone principale.
La riserva dove nativi e bianchi, nemici per ragioni storiche, diventano alleati contro una natura più che ostile, il dolore di due padri che affrontano lo stesso lutto in diverse fasi, l’empatia di una donna nei confronti di un’altra donna: sono tutti elementi che danno ad una storia alquanto semplice quel quid in più che funziona e che la rende diversa.

Il film propone una coppia di protagonisti che funziona, anche perché non inedita sul grande schermo: Jeremy Renner ed Elizabeth Olsen fanno, infatti, entrambi parte dell’universo Marvel.

Renner, che praticamente regge l’intero film, è incredibilmente convincente nel personaggio di un bianco perfettamente integrato nella comunità nativa, molto più vicino a loro di quanto lo potrebbe essere a quelli che nel film sono la rappresentazione dell’uomo bianco. Elizabeth Olsen è una co-protagonista che non è assolutamente sullo stesso livello di Renner sia per la quantità che per la qualità delle scene in cui appare, ma che riesce nei suoi spazi ad affermarsi come una donna forte e coraggiosa, pronta ad affermarsi in un ambiente (e in un mondo, se si vuole ampliare il discorso) dove a farla da padrone sono perlopiù uomini, senza mai dimenticare però quella componente che la lega a tutte le altre donne del film, per le quali non può evitare di soffrire in prima persona.

È la frontiera il punto sul quale l’intero film si focalizza e “I segreti di Wind River”, che affronta il tema sotto forma di frontiera che divide nativi e bianchi, una frontiera mentale più che un vero e proprio confine fisico, è solo l’ultimo tassello che va a completare un trittico cinematografico.

Taylor Sheridan chiude infatti proprio con questo film la sua trilogia che si può, appunto, definire di frontiera. Se però di “Sicario”, che analizza il tema concentrandosi sul confine tra gli Stati Uniti e il Messico, e di “Hell or High Water”, che si focalizza invece sul divario tra i ricchi e i poveri della Comancheria (la regione che comprende il New Mexico, la parte occidentale del Messico e, in generale, le terre che erano una volta occupate dai Comanche), cura soltanto la sceneggiatura, con “West River” Sheridan si dedica anche la regia, non volendo affidare ad altri un film che tocca un tema così importante per lui.

Il risultato è ottimo e lo conferma il fatto di aver ricevuto ben otto minuti di applausi dopo la sua proiezione a Cannes, conferma che un film di per sé semplice riesce comunque, grazie all’originalità del contorno, a conquistare il suo pubblico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *