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L'arte ci rende immortali

L’inconsapevole Vestale – Una meditazione (illustrata!) sulla Memoria

Da pochi giorni, Netflix ha rimesso in programmazione un film splendido, criminalmente tradotto per il pubblico italiano Se mi lasci ti cancello. Il titolo originale, The eternal sunshine of the spotless mind, invece, era un riferimento ad una potentissima poesia di Alexander Pope:

Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale!

Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata.

Infinita letizia della mente candida!

Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio.

La poesia, come tutto il film, è un’ode ai sobbalzi della memoria. Non sarebbe meglio, si chiede Kate Winslet, coloratissima nei panni della protagonista femminile, cancellare dalla memoria quei ricordi dolorosi, che alla fine di un amore ci sembrano solo ostinati e contrari allo sforzo di ricominciare? Essere felice e dimentica, come la Vestale?

D’altronde, “La memoria meno contaminata – scrive l’autrice americana Sarah Manguso – potrebbe trovarsi nel cervello di qualcuno che soffra di amnesia: nel cervello di qualcuno che non può contaminarla, ricordando”.

Ma le contaminazioni di cui parla la Manguso sono, provocatoriamente, l’accadere stesso della vita: sono quelle fallibilità, quelle fragilità, quelle imperfezioni della memoria che generano creatività e flessibilità nel nostro sforzo di riempire con l’immaginazione i vuoti di ciò che non riusciamo a ricordare, o che ricordiamo troppo, e male.

Io ho una pessima memoria. Non ho tesori nascosti perché me ne dimenticherei; non dico bugie, mai, perché non ricordo le mie storie e poi finisce che mi sgamo da sola. Perdo qualsiasi cosa: chiavi, password, penne, il senso dell’orientamento, le parole, le persone. Sono disperatamente d’accordo con Oliver Sachs, quando diceva che la mente è un colabrodo e le maglie trattengono quel che possono.

Anche quando ho provato a scrivere, a tentare quest’impossibilità di scrivere tutto, c’era sempre qualcosa – qualcosa! – che mi sfuggiva: un contesto, un’inflessione, un particolare che non so tradurre in parole e che inevitabilmente sbiadiva un po’ di più ogni volta che provavo a riportarlo alla mente.

Questo è il limite della memoria umana: senza bisogno che qualcuno dall’esterno la modifichi – come suggerito, promesso dal film – essa stessa si modifica, da sola, nel tempo. I ricordi cambiano, a seconda del momento in cui proviamo a ricostruirli. Il ricordo – forse, addirittura, il fatto stesso – di un bacio, comincia a cambiare nel momento stesso in cui due bocche si allontanano l’una dall’altra.

Ma andare così, alla deriva in un arcipelago di memorie inaffidabili, può far approdare in posti inaspettati. È questa la premessa di The book of memory gaps, un libricino illustrato firmato da Cecilia Ruiz, artista sudamericana. Dalle piccole dimenticanze alle grandi patologie, le quattordici delicatissime vignette della Ruiz esplorano in modo divertente quanto pregnante tutte le isole dei fallimenti della memoria umana. Per cercare, se non di dar loro un senso, quantomeno di sorriderci su.

Incontriamo Simon, il Pastore che confonde i propri ricordi con quelli dei suoi parrocchiani, e si strugge giorno e notte per peccati che non sono i suoi.

Nadya, che non ha mai visto l’oceano, eppure ha un ricordo fortissimo dell’acqua salata.

E poi c’è Viktor, che torna a casa dal mare ogni sera pensando di essere stato via per mesi, e non si spiega il poco entusiasmo della moglie nell’accoglierlo dopo quello che a lui è parso essere tanto tempo.

Natashya ha sempre le parole sulla punta della lingua, ma non le scivolano mai nella voce. Così, passa le sue giornate cercando nei dizionari tutte le parole che le mancano.

Infine, c’è Veronika, la mia preferita. Veronika non ha memoria per i volti, ma ha un olfatto formidabile. Decide allora di imparare a fare profumi, e regala boccette tutte diverse alle persone che ama, così da sapere quando le sono vicino.

Il breve epilogo è affidato alle parole di Jorge Luis Borges, che gettano una luce fortissima sul messaggio di questo breve libretto, sul film che me l’ha fatto ricordare, e su tutti i piccoli difetti ed i piccoli miracoli di cui è capace la nostra memoria:

Noi siamo la nostra memoria

Siamo quel chimico museo di mutaforma

Siamo quella pila di specchi rotti.

Marzia Figliolia

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