La pace: un’eco distorta dalla voce dell’uomo

La parola che analizziamo oggi è la parola “pace”. Uno dei termini usati più di frequente data la situazione che, purtroppo, viviamo a livello mondiale. La sua derivazione è di origine latina (“pax”) e si ricollega alla radice sanscrita “pak-” o “pag-”, ossia “fissare”, “pattuire”, “legare”, “unire” ecc. È chiaro, dunque, fin dalla sua etimologia, il significato che assume e che possiamo facilmente sintetizzare nella condizione e soprattutto nell’atteggiamento di tolleranza, comprensione, rispetto e amore reciproco utilizzato in ogni circostanza e come base per risolvere ogni problema esistente. Un modo di essere e di comportarsi che ha come suo fondamento il ripudio di tutte le forme di violenza fisica o morale immaginabili.

Essere tolleranti vuol dire guardare le cose con un occhio abbastanza maturo e pragmatico da essere in grado di non lasciarsi coinvolgere dalla situazione, riuscendo così a sopperire all’istinto di contrapporre il proprio punto di vista a quello altrui.

Essere comprensivi, invece, esprime un comportamento che tende a giustificare un certo modo di agire, arrivando anche a condividerne le motivazioni o le cause. In questa accezione, quindi, non si parla di un tollerare o sopportare, ma di un riuscire a capire maggiormente il principio che muove la ragione di quell’individuo o addirittura di essere d’accordo con quest’ultimo.

Essere rispettosi, poi, rappresenta un avvalorare il pensiero o l’azione di una persona anche se, in alcuni casi, non si condivide il suo atteggiamento o modo di fare, di pensare e così via. Significa avere considerazione di chi ci sta accanto in quell’occasione.

Infine, l’amore reciproco può essere visto come una sintesi dei tre elementi oggetto di analisi. Non può esservi amore reciproco se non esistono la tolleranza, la comprensione e il rispetto per chi ci circonda. Esso è l’emblema della pace e di ciò che serve affinché questa possa prevalere. Se non ci si ama a vicenda manca ogni tipo di presupposto alla sua affermazione.

Un concetto tanto chiaro da esprimersi quanto difficile da realizzarsi in concreto. La pace è senza dubbio uno dei traguardi più utopistici che si possa provare a raggiungere. Sono troppe le divergenze e le avversità che caducano ogni buon proposito e giusto ideale, soprattutto se consideriamo come la situazione peggiori con il passare del tempo.

Diciamo che il presente è un pessimo allievo di ciò che il passato ha insegnato e tramandato. Nulla sembra essere tanto forte da riuscire a superare quanto di marcio e sbagliato ci sia nel nostro modo di rapportarci.

Quello che veramente regna è l’egoismo e la volontà di prevalere e sopraffare gli altri. L’idea di essere migliori, più grandi, più meritevoli, più adatti, più capaci. La presunzione che i propri diritti siano più importanti e che debbano avere la meglio. Nessuno è disposto a fare un passo indietro e a lasciare spazio a chi può pensarla diversamente.

Che ciò venga fatto per motivi ed interessi di natura politico-economica, per quanto ugualmente sbagliato, è senza dubbio più “normale” rispetto ad un’assurda e quanto mai insensata guerra combattuta per affermare la propria superiorità religiosa in quella che viene definita jihād, “guerra santa” appunto. Una battaglia esistente fin dall’antichità, nella quale l’unico obiettivo è combattere colui che professa una religione o un credo diverso, chiamato kāfir, cioè infedele.  Non è pensabile far prevalere un senso di odio e di brutalità verso chi crede in qualcosa di diverso. Non può, chi si definisce un credente, farsi portavoce di uno sterminio e di una crudele lotta giustificata, dal suo punto di vista, da una visione inevitabilmente troppo eccessiva ed esuberante per essere parte di un culto. Un paradosso talmente grande e forte da diventare purtroppo realtà.

Dunque, in relazione a quanto detto, sembra banale poter immaginare di avere un’applicazione concreta della pace. Sono troppe e troppo profonde le spaccature esistenti per poter pensare di praticarla. Troppa è la distanza che separa il bene comune dall’interesse individuale, la voglia di dominare dal porgere una mano a chi ne ha bisogno. Certo, perdere del tutto la speranza non è di sicuro la soluzione né serve a raggiungere un risultato. Ma di strada da percorrere ce n’è veramente tanta e il primo passo consiste nel partire da noi stessi. È del tutto privo di logica credere di poter arrivare alla pace nel mondo se prima non si raggiunge una pace interiore. Siamo noi per primi, guardando dentro il nostro animo, a dover cambiare il nostro modo di vedere e di pensare. Immaginiamo la pace come una carrozza trainata da più cavalli e paragoniamo questi ultimi agli esseri umani. Se ognuno di loro va in direzioni opposte, senza seguire ciò che il cocchiere, ossia il buon senso, dice loro di fare, il risultato sarà un inevitabile tracollo. Il tutto per capire come la pace non esista per conto proprio, ma è una conseguenza di un determinato comportamento dal quale essa inevitabilmente discende. Il problema è che, di base, la pace non c’è. L’umanità, fin dalle origini, non ha mai versato in condizioni di pace totale, anzi. Non ha mai provato a tendersi la mano di fronte alle incomprensioni. Non ha mai cercato di capire cosa ci fosse dietro determinati gesti. Non è mai andata al di là della propria spada, del proprio fucile o dei propri cannoni. Ecco perché pensare di raggiungere un traguardo che, con il passare del tempo e nonostante il continuo progresso scientifico, si allontana sempre di più, è veramente pura utopia.

Luciano Goglia

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