MentiSommerse.it

L'arte ci rende immortali

Esclusiva – Mario Di Fonzo “Alla ricerca di me, degli altri e della realtà che mi circonda”

Il detto Marzo è pazzo non è mai stato così pertinente con ciò che sta succedendo qui a Caserta: in pochi giorni si è abbattuta la neve, la grandine è scesa a frotte ed è passata a salutarci una piccola tromba d’aria. Oggi, invece, un bel sole occupa buona parte del cielo. Roba da matti, appunto. Io e Mario Di Fonzo camminiamo a passo spedito lungo Via Mazzini, in cerca di un posto dove sederci per chiacchierare un po’. Mario sorride, si gira intorno, osserva voracemente. Come se si stesse nutrendo di ciò che vede.

Ad un certo punto si ferma. Proprio in mezzo alla strada. “Andiamo alla villetta comunale per piacere? Ho bisogno di godermi un po’ di verde, voglio stare in contatto con la natura.” Lo accontento all’istante. Mario si toglie il giubbino e rimane con una maglietta di colore nero, in netto contrasto con uno sguardo che sprizza luce e colori.

Ci sediamo su una panchina e iniziamo la nostra chiacchierata …

Raccontaci un po’ di te. Chi è Mario Di Fonzo?

Questa è la domanda più importante, per me. Quella che, solitamente, dimentichiamo di farci. Una cosa che ho imparato dal lavoro che svolgo è stata questa: ogni volta che interpreto un personaggio, mi rendo conto di ESSERE quel personaggio. Anche quei personaggi che sembrano più lontani da me mi appartengono. Credo che ognuno di noi abbia tutto, dentro. Siamo noi a decidere cosa fare emergere. Poi, è chiaro, se interpreto un serial killer non è che vado a uccidere la gente (ride), pur riconoscendo che in ognuno di noi ci sia la luce e l’oscurità: sono due facce della stessa medaglia. Non dico più di essere un attore, io sono in primis un essere umano; amo viaggiare non solo per il mondo. Io vado alla ricerca di me, degli altri e della realtà che mi circonda.

 

Nella tua carriera, tantissimo teatro. Alla regia nomi del calibro di Marina Confalone, Tato Russo e Alvaro Piccardi. Cosa ti donano quelle tavole magiche quando reciti, che la vita (inevitabilmente) non sempre riesce a regalarti?

Può sembrare un controsenso, un paradosso, però il teatro ti obbliga a non fingere. Se vivi il teatro in maniera totale, sei costretto a metterti a nudo. È l’unico modo per arrivare alle persone. È una verità, questa, che talvolta la vita ci sottrae a causa di tutte le sovrastrutture che la società richiede. È un percorso che sto seguendo: non voglio essere più vittima della società, ma padrone della mia vita.

 

Vivere la vita e non lasciarsi trasportare dalla vita. Mario Di Fonzo è un ragazzo che profuma di consapevolezze. Se ha dei dubbi, delle incertezze, non le lascia trasparire. Un’arma di difesa? Non l’ho ancora capito, indagherò con le prossime domande.

 

Mario Di Fonzo lavora spesso anche in tv. “Un posto al sole”, “Sirene”, “Sette vite” … molti attori di teatro tendono ad essere un po’ altezzosi nei confronti del tubo catodico. Tu come vivi queste forme di spettacolo?

Il teatro e il cinema sono i miei due grandi amori. Però non credo che la televisione sia il male: esiste, per fortuna, anche la televisione di qualità. In quanto attore, spero sempre di dare la mia professionalità ad ogni progetto al quale prendo parte. Poi, viene da sé: vorrei che la mia vita di attore mi permetta sempre di poter scegliere progetti più affini alla mia visione dell’arte, senza essere costretto a fare delle scelte per sopravvivere.

 

Nel 2008 il tuo primo lungometraggio: entri nel cast de “Il grande sogno” di Michele Placido. Il film è ambientato a ridosso del ’68, tu sei troppo piccolo (Mario è del 1983 N.d.R.) … ti sarebbe piaciuto vivere quel periodo storico così rivoluzionario?

Ma magari! Però, ti dirò: credo che il ’68, in quanto tale, sia stata un’occasione mancata per quella generazione … probabilmente, avrei vissuto quegli anni in maniera differente … purtroppo si crede sempre che, per fare una rivoluzione, siano necessari gli atti violenti. La rivoluzione dovrebbe partire da qualcosa di molto più profondo, soprattutto quando parlo di rivoluzione dell’educazione, dell’essere umano. Se io, in quanto essere umano, inizio a rivoluzionare la mia vita e tu mi accompagni nel viaggio, facendo altrettanto e altri ci seguono, si rivoluziona la società. Io avrei agito così.

 

È un discorso, quello di Mario Di Fonzo, fortemente ascetico. Filosofico. Le parole possono fare sicuramente di più rispetto alle mani. Forse, se fosse vissuto in quegli anni, nessuno lo avrebbe preso sul serio o (nel peggiore dei casi) lo avrebbero picchiato. Glielo dico: ride rumorosamente e dice che ho ragione.

Nel 2011 arriva il momento di “Il volto di un’altra” di Pappi Corsicato …

Ho un bellissimo ricordo di quella esperienza: sul set venne a crearsi una vera e propria comitiva. Nel film io interpretai il ruolo di uno degli amici di Lino Guanciale, un attore bravissimo e una persona meravigliosa. Facevo parte di una band di ventriloqui: cantavamo con questi pupazzi (scoppia a ridere) … preparammo una coreografia con Pappi Corsicato e andammo in sala di incisione per registrare il brano, fu molto divertente. Tra le altre cose, girammo in Trentino, in una location spettacolare, in mezzo alle montagne.

 

Sei il protagonista di un horror indie “Road to Calessi”, accanto ad Elena Starace che ho avuto l’onore di intervistare qualche mese fa. Il film, diretto da Marco Sommella, non è ancora uscito nelle sale. Puoi darci qualche anticipazione? Quali sono i pregi e i difetti di un progetto indipendente secondo te?

Road to Calessi lo abbiamo girato alcuni anni fa, nel 2014. È un mockumentary, un finto documentario che oscilla tra realtà e finzione. Una bellissima esperienza: ho lavorato con Elena, che è una grande professionista. Il film affronta la ricerca di un luogo misterioso, Calessi appunto. C’è un professore universitario che organizza una troupe per raggiungere questo luogo, attraverso degli studi esoterici. Questa troupe, però, scompare … non posso andare oltre. Spero che Marco Sommella riesca a completare il tutto e che presto le persone possano vederlo.

Guarda, la maggior parte delle mie esperienze sono nell’ambito indie. La bellezza del cinema indipendente è la possibilità di lavorare a stretto contatto con tanti giovani, quindi c’è tanto entusiasmo. Non ci sono gerarchie, c’è maggiore libertà. Mantenendo tanta professionalità, ovviamente. Si ritrova in pieno lo scopo del cinema come lavoro di gruppo.

Aggiungo una cosa: quando parlo di giovani, non faccio solo riferimento agli aspetti anagrafici, ma piuttosto alla freschezza mentale.

Tra i limiti, inevitabilmente, quelli legati alla distribuzione.

 

Da anni ti sei avvicinato alla disciplina buddista. Cosa ti ha donato questo percorso che hai deciso di intraprendere?

(Si illumina) sono davvero molto felice che tu mi abbia fatto questa domanda perché il buddismo è la mia vita. Mi sono avvicinato al buddismo nel 2009, in quel periodo vivevo a Roma: ha completamente ribaltato la mia visione della vita, con uno dei principi più importanti, secondo il quale io, in quanto essere umano, ho la responsabilità al 100% di ogni cosa che accade nella mia vita.

Si chiama legge di causa ed effetto. Non do più peso a ciò che un’altra persona può aver fatto o non fatto, se sono stato fortunato o sfortunato … devo mettermi ogni volta in discussione piuttosto, accettare che è mia la responsabilità, che esiste sempre una ragione profonda per ciò che mi accade e che, partendo da me, ho il potere di ribaltare qualunque situazione, al fine di trarne la migliore lezione per il mio miglioramento come essere umano. Tutti noi siamo alla ricerca di una sola cosa: essere felici e io voglio riuscire ad esserlo ogni istante.

Ecco da dove nasce la sua visione filosofica della vita: le esperienze e la disciplina che ha abbracciato hanno dato come risultato un uomo completo, orgoglioso, fiero, ma perennemente in discussione.

Il Gohonzon dove lo ha posizionato?

Da quando mi sono avvicinato al buddismo, ho cambiato tre case. A Roma era al centro della casa, perché è una metafora della vita. E dove ti posizioni nella tua vita? Al centro, ovviamente. Al momento sono a casa dei miei e l’ho messo nella mia stanza, dove trascorro la maggior parte della mia giornata.

 

Mario Di Fonzo è nato e vive a Caserta. Da un punto di vista artistico, come vede la situazione della sua città?

 È vero che vivo a Caserta, ma ho vissuto maggiormente la realtà napoletana, sin da quando ho scelto la recitazione. Giusto per dire, ho frequentato l’Accademia d’arte drammatica del Bellini … anche se, ad essere sincero, ho iniziato con una scuola qui a Caserta, il Pendolo di Antonio Iavazzo. Lì conobbi Carmen Pommella, che è poi diventata una grande amica.

Sicuramente non c’è il fermento culturale che puoi trovare a Napoli, ma ci sono tante realtà che stanno crescendo a mano a mano: Spazio X, Officina teatro di Michele Pagano e così via. Ancora non basta, è chiaro. È necessario far crescere il pubblico, offrendo sempre nuovi spettacoli di qualità, che lancino messaggi educativi. Gli spettatori hanno bisogno di capire che andare a teatro non è qualcosa di noioso, ma che è parte della nostra realtà sociale e culturale.

 

A proposito di Carmen Pommella: lei ti ha diretto ne “La trilogia della villeggiatura”, in cui ti cimenti anche nel canto. Ti sei divertito? Se avessi la possibilità di entrare nel cast di un musical, quale sceglieresti?

Non voglio ripetermi, ma anche in questo caso mi sono ritrovato a lavorare con un gruppo di giovani ricchi di entusiasmo. Una bella esperienza.

A dire il vero io avevo già affrontato un musical, “Masaniello – Il musical” di Tato Russo. Tanti anni di repliche in teatri enormi. La mia prima esperienza, già iniziata durante l’Accademia.

Però, se qualcuno mi chiedesse di scegliere tra un musical e la prosa, sceglierei la seconda. I musical li vado a vedere con piacere, ma la prosa occuperà sempre un posto particolare nel mio cuore.

 

Di recente ti sei imbarcato in un nuovo viaggio, che ti ha portato lontano dall’Italia per alcuni mesi …

… il cammino di Santiago è stata una delle esperienze più straordinarie della mia vita, che rifarei un milione di volte. Non a caso, fra poco mi imbarcherò nel mio secondo cammino: l’anno scorso feci il cammino del nord, quest’anno mi tocca il cammino francese, uno dei più famosi. Definirei questa esperienza l’università della vita. Sono partito completamente da solo … ero spaventatissimo, arrivai lì e mi chiesi “E ora? Che faccio?”, ma la risposta è arrivata subito: ho iniziato a camminare, passo dopo passo. Ho imparato a parlare con il mio corpo e ho lasciato andare alcuni dolori che mi portavo dietro da tempo. Il cammino è fatto di persone, di infinite umanità e di incontri. Ognuno è lì per un motivo diverso, ma ci si riconosce in un unico linguaggio, quello dell’amore.

 

Per un attimo, Mario Di Fonzo lascia trasparire dei bagliori di dolori e delle chiusure che fanno parte di sé. Lo guardo con attenzione, se ne accorge e riprende la sua postura di sicurezza …

 

Mario Di Fonzo e il doppiaggio …

Ne ho fatto un po’, ma sempre in progetti indie. Ho prestato la mia voce ad un documentario bellissimo sull’India “Nel Dio dalla pelle azzurra” di Franco Berdini.

 

Com’è dare emozione solo con la voce? Un attore recita con il corpo, con lo sguardo …

Tramite il doppiaggio arriva solo la voce, ma io non smetto mai di utilizzare il resto. È vero, siamo davanti a un microfono, però l’attore continua ugualmente a stringere i pugni, digrignare i denti e così via. La voce è il tratto finale di un qualcosa che parte molto, molto prima.

 

Il meta teatro: “Do not disturb” e il voyerismo nelle camere d’albergo. “All I want” è il nome della tua stanza …

Un bell’esperimento a cura di Mario Gelardi e Claudio Finelli. All’epoca eravamo tutti molto curiosi di come sarebbe andata. Non era teatro in senso stretto e nemmeno cinema, ma  un ibrido che stava nascendo: il pubblico era invitato a spiarci, a seguire la nostra storia raccontata in una camera d’albergo. Con le persone a meno di un metro da te, che riesce a respirare le tue emozioni, è tutto diverso. Recitammo in maniera intimistica e minimalista, dando vita ad un realismo sorprendente. Lavorai con Gennaro Maresca. Quella storia me la porto ancora dentro.

 

Protagonista assoluto di “Era giovane e aveva gli occhi chiari”, una commedia di Giovanni Mazzitelli. Il film si appresta ad uscire nelle sale ….

Giovanni Mazzitelli è un giovane regista di Portici. Il film è un lungometraggio prodotto da Cinema fiction – Centro di produzione e formazione, la cui sede è Napoli, in zona Chiaia. È un viaggio dell’eroe: il protagonista si chiama X … si chiama così affinché chiunque decida di vedere questo film, si possa riconoscere in lui.

All’inizio della storia si pone una domanda: “Noi tutti cerchiamo la felicità, ma secondo voi la verità della felicità si trova nel mezzo, nella misura delle cose o negli estremi della vita?”. X a questa domanda non sa rispondere, è come se gli mancasse un pezzettino per completare un puzzle.

Dopo un incontro che mette in subbuglio la sua vita, inizia un viaggio decisamente inusuale. Lui troverà una risposta, ma quello che vorrei è che gli spettatori tornassero a casa, dopo la visione del film, con la propria risposta. Sarà in sala da giovedì 29 marzo.

 

In relazione al tema del film, come vive (o cerca di vivere) la vita Mario Di Fonzo? Accetta i massimi e i minimi o preferisce andare sul sicuro, stabilizzandosi al centro?

Guarda … negli ultimi due anni ho vissuto agli estremi: per amore ho lasciato l’Italia e sono andato a vivere in America, a Miami, ho fatto il cammino di Santiago … però, grazie a queste esperienze, ho capito che, in realtà, la ricerca deve essere fatta principalmente in te stesso. Tutto ciò che fai, estremismi o meno, va fatto in maniera autentica. Come si dice “Conosci te stesso e sarai padrone mondo” … vabbè, insomma, mi hai capito no? (Scoppiamo a ridere). Non direi mai a nessuno di fare o non fare certe esperienze. Il mio consiglio è di vivere le cose che la vita ti offre e trarne tutti gli insegnamenti.

 

Mario Di Fonzo ha interpretato tanti personaggi, tra il cinema, il teatro e la televisione. C’è un ruolo che non ti hanno ancora offerto, ma che vorresti incarnare?

Io percepisco un grande legame con il Medioevo: ogni volta che entro in un castello, provo delle sensazioni pazzesche. Sogno da sempre di interpretare il ruolo di un cavaliere. Sai no? Re, regine, principesse … se un regista mi proponesse una storia del genere, accetterei all’istante!

 

Cosa dobbiamo attenderci da Mario Di Fonzo nel futuro?

Una domanda da un milione di dollari! Il mio sogno è quello di poter scegliere sempre i progetti che mi fanno sentire bene e che lascino degli insegnamenti.

Sto scrivendo un libro in cui mi racconto attraverso personaggi realmente esistenti e altri totalmente inventati.

Sto lavorando come sceneggiatore per una serie televisiva di cui non posso ancora parlare.

Con Giovanni Mazzitelli stiamo già parlando di un secondo film.

Attualmente sono un attimo fermo con il teatro per una mia scelta personale … non mi sono stati proposti dei progetti che ho reputato interessanti. Non mi va di abbracciare qualunque cosa. Detto questo, il teatro era, è e sarà sempre il mio primo amore.

 

Marzullata necessaria : Mario Di Fonzo fatti una domanda e datti una risposta

Oh mamma mia, questa è difficilissima! Allora (ci pensa su) “Ma nasce prima la domanda o la risposta?”

 

E la risposta qual è?

Secondo me, nasce una domanda perché hai già dentro la risposta. La domanda è necessaria per tirarla fuori.

 

Nel momento in cui ci salutiamo, Mario Di Fonzo indossa di nuovo il suo giubbino e riprende la sua camminata veloce. Si ha quasi l’impressione che ciò che mi ha rivelato rimanga lì, su quella panchina. Non rinnega nulla di quello che ha detto, tutt’altro: semplicemente, nel frattempo, la sua evoluzione è ricominciata e sta già andando oltre …

 

Intervista a cura di Christian Coduto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *