Gustave Flaubert, “Un cuore semplice”: una pietà degna d’esaltazione

A lei pareva di vedere il diluvio, la Torre di Babele, le città in fiamme, i popoli morenti, gli idoli rovesciati. E questo abbagliamento le lasciò per sempre il rispetto per l’Altissimo e il timore della sua collera.

 

La scoperta

Mi sono imbattuto in questo racconto di Gustave Flaubert per un caso di serendipità. Muovendomi tra gli scaffali di una libreria in cerca di un titolo apparentemente irreperibile, il mio sguardo si è incrociato con quello di un simpatico pappagallo verde, immortalato sulla copertina di un volumetto intitolato Un Cuore Semplice (Un Coeur Simple), che avrei scoperto contenere uno dei Tre Racconti (Trois Contes) pubblicati dall’autore di Madame Bovary nel 1877. Ho così scoperto un testo di rara umanità, in cui trova posto una profonda riflessione su fede, miseria e ignoranza, nonché sulla straordinaria resilienza dell’animo umano.

Il libro

In questo racconto semplice e disadorno (che davvero rende giustizia all’umile vita della protagonista), ripercorriamo la trascurabile quanto travagliata vicenda della serva Félicité, nel cui nome si può riconoscere tanto un’ironica allusione alla sua sorte terrena, invero sfortunata, quanto un riferimento evangelico alla beatitudine dei puri di cuore. Se da un lato la vita di Félicité è scandita da eventi funesti (una cocente delusione d’amore, mezzo secolo al servizio di una padrona austera quanto avara, la precoce scomparsa dell’adorata bambina che aveva in cura, nonché del nipote ucciso dalla febbre gialla a Cuba), dall’altro il suo amore inesauribile per le persone che la circondano, alimentato da una fede pura e ingenua, non soltanto la induce  a trascurare se stessa e la propria infelicità (data quasi per scontata, tanto da ritenere oltraggioso che la sua padrona muoia prima di lei), ma trasfigura in esperienza eroica una vita altrimenti anonima e mediocre.

Una vita tra tante

Questa sfortunata ma coraggiosa serva, descritta da Flaubert con affettuosa ironia, diviene così il simbolo di tutti i dimenticati della storia: quei miliardi di esseri umani i cui piedi hanno calcato questa terra, senza essersi guadagnati un monumento o un posto nell’enciclopedia, di cui né carta, né pietra, né terra serberanno il ricordo. Miliardi di uomini e donne che hanno vissuto, amato, sofferto, che hanno spesso marciato incontro all’ultima ora per puro istinto di sopravvivenza, più per timore della morte che per amore di una vita ingrata. Non vi è alcuna gioia permanente nella vita di Félicité (ragion per cui ci viene risparmiata la morale sul povero capace di cogliere le autentiche ricchezze della vita): tutte le persone che ama muoiono o l’abbandonano, mentre la sua vita è scandita unicamente dai doveri di una sguattera. Ciò che rende eccezionale questo personaggio è lo spirito con cui riesce a sopportare per più di mezzo secolo ciò che Flaubert concentra in 44 pagine.

La fede dei semplici

Non vi è dubbio che a tenere in vita la serva sia la cura devota per i vari oggetti del suo amore (questa necessità di amare la spingerà a dedicarsi, esauriti gli esseri umani a disposizione, prima a un pappagallo, ricordo delle terre lontane in cui morì il nipote, e poi al macabro simulacro del pennuto impagliato, in cui ravvede un simbolo dello Spirito Santo). Ad alimentare tale fiamma, spesso prossima all’idolatria, è una fede pura e ingenua, ispirata dai modelli presenti nel Vangelo: “Le semine, la mietitura, i frantoi, tutte le cose familiari di cui parla il Vangelo, si trovavano nella sua vita; il passaggio di Dio le aveva santificate”. E ancora una volta risulta evidente come la fede, assai più della tecnica, abbia potuto costituire, per secoli e secoli, il più valido rimedio per i cuori impregnati di dolore.

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