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L'arte ci rende immortali

Il volto dell’amore – i più bei ritratti degli amanti degli artisti

Dipingere è un atto d’amore, come scrivere. E funziona meglio quando tenta di ricreare ciò che ama, che sia una sensazione, un paesaggio, un oggetto… o un amante. Dai dipinti pieni di particolari di Rembrandt ai particolari pieni di significato di Alfred Stieglitz, l’occhio dell’artista ha sempre cercato di rendere immortale ciò che di più bello vedeva al mondo: i corpi degli amati.

Ecco alcuni tra i più significati ritratti d’amore della storia dell’arte:

Pablo Picasso – Le Reve (1932) e Femme en vert, Dora (1944)

Amante famoso quasi quanto pittore, Pablo Picasso ha avuto abbastanza compagne da riempirci più di una vita intera, e tutte hanno lasciato un segno nel suo lavoro. Il ritratto datato 1932 di Marie-Thérèse Walter – che all’inizio della relazione con l’artista, nel 1927, aveva solo 17 anni – mostra la ragazza persa in una qualche felice fantasticheria, mentre attira su di sé lo sguardo dell’osservatore con un sorriso consapevole. Negli anni seguenti, lo stile di Picasso “si appuntì”, passando dalle curve voluttuose di questo dipinto ad una geometria tutta angoli e baratri, come si passa da un tipo di amante ad un altro. Nel 1935, Picasso conobbe e s’innamorò di Dora Maar, che ritrasse nel 1944. Dora era allora una fotografa, poetessa e pittrice lei stessa, una donna matura e consapevole del suo talento. Il suo sguardo diretto, fermo, indagatore, è quanto di più diverso possa esserci dagli occhi socchiusi, sognanti, da ragazzina, di Marie-Thérèse.

Paul Gauguin, Merahi Metua No Tehamana (Tehamana Has Many Parents, or, The Ancestors of Tehamana), 1893

Già dal primo dei suoi viaggi a Tahiti, nel 1891, Paul Gauguin scoprì che quell’utopia naturalista, intoccata, che aveva sognato di trovare era già stata infranta dall’influenza dei missionari inviati da Roma e dei coloni francesi, che avevano in poco tempo radicalmente cambiato il panorama e le genti del posto. Niente, forse, spiega questa contaminazione meglio del ritratto che Gauguin dedicò alla propria compagna tahitiana, Tehamana, in cui la donna siede in posizione formale, abbigliata all’occidentale in una maniera che stride con i fiori colorati che conserva nei capelli, e con i pannelli che si vedono dietro di lei, dipinti con le sensuali, naturali immagini degli indigeni che gli europei tenevano tanto a lasciare nell’ombra.

Nan Goldin, Nan and Brian in Bed in New York, 1983

Per quasi dieci anni, Nan Goldin visse in simbiosi con la sua macchina fotografica, documentando momenti intimi, privati, della propria vita e della vita delle persone a lei care. Queste fotografie furono poi pubblicate nel lavoro The ballad of sexual dependency, uno slide-show di più di settecento fotografie accompagnate da un sottofondo musicale. È all’interno di questo enorme ritratto collettivo che Goldin documenta la fisicamente e mentalmente devastante relazione con il suo compagno, Brian, di cui fa parte anche quest’evocativo, stranamente calmo autoritratto: Brian volge la schiena alla macchina fotografica, mentre Nan si raggomitola sulle lenzuola, in una posa difensiva, cercandone lo sguardo.

Rembrandt van Rijn, A Woman Bathing in a Stream, 1654

Un fitto mistero aleggia sulla vera identità di questa donna ritratta da Rembrandt mentre è intenta a testare le acque di un ruscello, alzandosi sensualmente le vesti. Si pensa si tratti della compagna dell’artista, Hendrickje Stoffels, entrata nella sua vita dopo la morte della legittima moglie, Saskia. Anche il significato dell’ambientazione del ritratto rimane avvolto nel mistero: potrebbe essere un posto della geografia personale dell’artista, oppure potrebbe semplicemente essere stato uno studio per un dipinto successivo. Ad ogni modo, nello stesso anno in cui questo dipinto venne ultimato, Hendrickje scoprì di essere incinta, ma andò incontro alla pubblica vergogna di mettere al mondo un figlio al di fuori del matrimonio con la stessa grazia con cui entrava nel ruscello nel suo ritratto, e sempre rimanendo al fianco di Rembrandt.

Alfred Stieglitz, Georgia O’Keeffe, Hands and Thimble, 1919

Il celebrato fotografo Alfred Stieglitz credeva fermamente nella natura frammentaria della fotografia, e che ogni singolo elemento servisse a raccontare una storia, e non semplicemente ad evocare una figura. Stieglitz fotografò mille e mille volte la pioniera della pittura americana Georgie O’Keeffe, che divenne sua moglie nel 1924, ma nessun ritratto della sua completa persona potrà mai dire quanto questo scatto delle sue mani gentilmente piegate su una stoffa arricciata, come nessuno sguardo e nessun sorriso potrebbe mai dirne tutta la sensualità e la grazia.

Sophie Calle, Take Care of Yourself, 2007

“Ricevetti un’email in cui mi diceva che era finita… terminava con le parole prenditi cura di te. Ho seguito il suo consiglio alla lettera”, spiega l’artista concettuale francese Sophie Calle riguardo la fine della sua relazione nell’introduzione all’installazione Take care of yourself. Calle chiese a 107 donne – più un burattino ed un pappagallo – di interpretare a proprio modo le ultime parole di quella mail. Con un riuscitissimo uso del suo caratteristico dark humour, l’artista dipinge così un immenso ritratto del suo ex amore attraverso l’interpretazione che gli altri fanno delle sue parole. Parole che man mano scompaiono, come la realtà della persona che le aveva scritte, per far posto alla semplice opinione di chi, di volta in volta, si è poi trovata a leggerle.

Marzia Figliolia

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