ESCLUSIVA – Pietro de Silva: “Alcune situazioni esistono e vanno raccontate”

Pietro de Silva ha un viso e una voce perfettamente riconoscibili. Il che, per un attore, è di certo un grande punto di forza. È uno che di cose ne può raccontare a bizzeffe e lo farà, nel corso dell’intervista. Senza forzature, lo fa spontaneamente. Perché il suo istinto lo rende ben predisposto nei confronti di chi gli si trova di fronte. Il tono è sempre controllato, riflette sulle risposte, ha un aplomb ammirevole.

Eppure, in più di un’occasione, dà spazio alla sua ironia: è difficile rilevare il passaggio da una forma all’altra, si diverte a spiazzare.

La prima domanda è introspettiva: chi è Pietro de Silva?

Guarda … dopo sessanta anni, ancora non lo so! Però posso confidarti una cosa: Pietro de Silva mi sorprende ogni giorno di più; con il passare del tempo scopro cose di lui che non conoscevo. E’ una crescita continua, che mi arricchisce. Faccio riferimento sia alla persona sia all’attore, naturalmente. Gli anni della maturità, a mio parere, sono quelli che gli stanno dando le maggiori soddisfazioni.

Perché la recitazione?

Per una strana casualità: da bambino, quando frequentavo i boy scout, mi appassionai a questa forma d’arte. E’ stata una sorta di storia d’amore. Mi ha pervaso senza che me ne rendessi davvero conto. Ancora oggi sono felice del fatto che, grazie alla recitazione, io possa vivere un’infinità di vite che non avrei vissuto, se avessi svolto un qualsiasi altro tipo di lavoro.

Una lunghissima carriera cinematografica. L’esordio, folgorante, nel 1981 con Il minestrone di Sergio Citti, accanto a Roberto Benigni e un cast spettacolare. Che ricordi hai di questa tua prima esperienza?

Beh … rimasi affascinato dal set. Figurati, nel 1966 capitai sul set del film “La bugiarda” con Catherine Spaak, alla regia c’era Luigi Comencini. Ero davvero piccolino. La cosa che mi colpì di più fu l’impianto luci; quei grandi riflettori rendevano (e rendono) magico qualsiasi location venga illuminata.

Sei stato diretto da cineasti quali i fratelli Taviani, Maurizio Nichetti, Sergio Castellitto, Luciano De Crescenzo … eppure, hai donato spesso la tua professionalità a pellicole di registi giovanissimi. Quali sono gli elementi positivi e negativi di una regista esordiente?

Tra le qualità sicuramente riporto l’entusiasmo e l’incoscienza. Questi elementi gli permettono di lavorare con una gioia infinita, sul set. Di contro, la minore esperienza può portare un regista a commettere qualche errore, talvolta persino evidente. Di sceneggiatura, per esempio, o di inquadrature. Ho conosciuto diversi registi molto giovani, ma sicuramente di grandi potenzialità. Il cinema italiano è una lobby, avere la possibilità di affermarsi è difficile, ma ci sono grandi talenti su cui puntare.

In Aeffetto domino interpreti il ruolo di un padre che deve affrontare la malattia del figlio omosessuale. Un ruolo “sgradevole”, perché l’uomo è combattuto tra la sua incapacità di accettare la natura del figlio e il dolore che provoca la situazione …

E’ un personaggio completamente diverso da me. Ho quattro figli … se uno di loro mi dicesse di essere omosessuale, non avrei nessun problema, perché per me è una cosa assolutamente normale.

Questo, per ciò che concerne la vita reale … nel film, invece, sono un padre piuttosto restio. Non lo definirei un ruolo sgradevole, quanto purtroppo una situazione alquanto diffusa tra i genitori della mia generazione.

In quanto attore, devi riuscire ad interpretare anche gli aspetti negativi dei personaggi che ti vengono assegnati. Non si può essere sempre buoni o buonisti: alcune situazioni esistono e vanno raccontate.

Tra le altre cose, la sequenza finale del film, che racchiude l’intero progetto, trovo che sia estremamente commovente. C’è stata molta empatia sul set, durante le riprese.

Racconta di sé con molta sincerità. Mi dà l’impressione di un uomo che vive al passo con i tempi.

Fra pochi giorni uscirà nelle sale Edhel, di Marco Renda, con il quale avevi già lavorato nel premiatissimo corto Sugar Plum Fairy. Ti va di parlarcene?

Edhel è un film che affronta i temi del bullismo e della diversità. La protagonista è una ragazzina nata con le orecchie a punta, come un elfo, ed è presa in giro dalle altre persone. Io interpreto il ruolo del medico che la visita in funzione dell’operazione. È un film che ha avuto degli apprezzamenti incredibili al Giffoni. Marco Renda ha una grandissima sensibilità. Ammiro il suo coraggio: amplia sempre le sue vedute, cerca nuove strade.

Un po’ come fa lui, no?

Tantissima televisione. L’esperienza che ti porti maggiormente nel cuore?

Ce ne sarebbero molte, in realtà. Forse quelle a cui sono più affezionato sono “Giovanni Falcone – l’uomo che sfidò Cosa Nostra”, accanto a Massimo Dapporto e “Il capo dei capi”, in cui interpretavo Boris Giuliano. Gli spettatori si ricordano di me proprio per il personaggio di Boris Giuliano e la cosa mi fa estremamente piacere, perché è un ruolo che ho amato tantissimo.

Per un attore abituato al mondo del cinema, è difficile adattarsi alle dinamiche televisive?

Sicuramente i tempi di ripresa televisivi sono più brevi, più veloci. Si gira un maggior numero di sequenze in un tempo minore, quindi è necessaria una maggiore concentrazione. Non sono concesse distrazioni. E’ una palestra dura, ti alleni per bene.

Ruoli molto diversi nella tua carriera. Ce ne è uno che non hai ancora interpretato, ma vorresti che ti fosse proposto?

Guarda … a teatro ho interpretato il ruolo di un padre che osteggia l’omosessualità del figlio per poi, nel secondo tempo, scoprirsi a sua volta omosessuale. Mi piacerebbe interpretare il ruolo di un uomo gay, senza cadere in macchiette e luoghi comuni. I cliché sono stucchevoli!

Ribadisco il mio concetto: i tempi stanno cambiando. Pietro de Silva non è alla ricerca di una forma di sopravvivenza, ma di vera e propria linfa vitale. Molto critico nei confronti di sé, ma anche del mondo che lo circonda.

Domanda multipla: ultimo cd acquistato, ultimo libro letto, ultimo film visto al cinema e ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Cd nuovi non ne compro da tempo … in compenso, ne ho una marea ancora lì: inascoltati. Ho una vita piuttosto piena, non ho molte ore da dedicare all’ascolto della musica, tranne quando sono alla guida e accendo la radio. Ho riletto con molto piacere, dopo alcuni anni, “On the road” di Jack Kerouac. Al cinema vado spesso, normalmente due volte a settimana; ultimamente, però, mi sono un po’ impigrito perché mi sono abbonato a Sky (sorride). I miei punti di riferimento sono Kubrick, Kurosawa, Bergman Fellini e Buñuel.

 

E adesso marzulliamo un po’: fatti una domanda e datti una risposta

La domanda è: Vale la pena? La risposta è: non ne ho idea!

Con questo intendo: vale la pena portare avanti questo lungo ciclo veglia/sonno per i nostri (ipotetici) novanta anni di vita? È giusto lottare per vivere? È necessario andare avanti, nel dolore e nel piacere? Qual è il nostro fine?

Io tendo ad essere fatalista, il pessimismo non mi appartiene. La vita è ricca di ostacoli, piuttosto che di percorsi piani. Però, visto che siamo in gioco, giochiamo fino in fondo ti pare? Tutto sommato, è una bella avventura!

Sì puntiamo, rischiamo, azzardiamo delle scelte. Si può perdere o vincere, ma non importa: ciò che conta è il non avere rimorsi …

Christian Coduto

 

 

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