The love that dare not speak its name: la sessualità dell’arte

Scritta su un muro di biblioteca, a Colonia, campeggia la frase “Alle Kunst ist Erotisch”. Tutta l’arte è erotica. La citazione è di Gustav Klimt, e contiene una verità a cui si è opposta, inutilmente, tutta la committenza religiosa e poi borghese e benpensante fino ad anni recenti. Una verità che è stata per secoli nascosta come un segreto (come un pettegolezzo), appena sotto la pelle di tutte le veneri nude e le madonne vestite, le nature morte ed i paesaggi rigogliosi, dipinti con un’innocenza che rivela ad un occhio attento tutta la voluttà che sempre accompagna l’arte, quando è fatta bene.

Negli ultimi decenni del XIX secolo, due cose giungono a rivoluzionare il modo dell’erotismo, e poi dell’arte: la prima accade nel 1863, quando Edouard Manet dipinge la sua Olympia (nome con cui venivano indicate le prostitute di Parigi) e la esibisce, nuda e rilassata contro lo schienale di un letto, al Salon de Paris, scioccandone il pubblico; la seconda accade trent’anni dopo, durante il processo ad Oscar Wilde nel 1895, quando una rappresentazione linguistica, più che visuale, dell’amore erotico scuote alle fondamenta il pensiero puritano e censurato dell’epoca.

The love that dare not speak its name, l’amore che non osa pronunciare il suo nome, sospira Wilde in quel che viene considerato un eufemismo per l’amore omosessuale ed una prima dichiarazione implicita di quella concezione di amore che coniuga spiritualità ed eros che è poi diventata la visione predominante nella società post-moderna, ma impensabile nell’epoca di Wilde e Manet.

Siamo stati noi contemporanei a scoprire l’equivalenza tra amore e sessualità, ma sono stati Manet, Tiziano, Goya e Ingres, in epoche diverse, a giocare con la rappresentazione del corpo femminile, che per tutta la storia dell’arte è apparso denudato, ma mai realmente nudo. Per loro effetto, il corpo denudato come parte della vita quotidiana, umilmente coperto, spoglio da ogni malizia gradualmente cede il posto al corpo nudo, esposto, voluttuoso o semplicemente rappresentato nella sua naturalità: e questo è l’erotico dell’arte contemporanea.

Non solo il corpo femminile dipinto da uomini; non solo corpi femminili: l’immaginario artistico dell’erotico contemporaneo non conosce limiti di genere né da una parte né dall’altra della tela. Così, nel 1972 Anita Steckel rivoluzionò il concetto di nudo artistico, esponendo nella sua personale The sexual politics of feminist art, i suoi dipinti di organi genitali maschili. In S.O.S. – Stratification Object Series (1974 – 1982), la fotografa Hannah Wilke espone una serie di autoritratti in cui si mostra in pose da rivista di moda, ma col corpo nudo coperto di cicatrici a forma di vagina. La sessualità e l’erotico non sono affatto un concetto astratto, un’idealizzazione: è la vita quotidiana ad avere potenza erotica. Lo dimostra Jeff Koons quando, nella serie Made in Heaven, realizza ritratti erotici di sé stesso e dell’allora compagna, la pornostar Cicciolina.

S.O.S Starification Object Series

Un altro artista è forse il più famoso per aver creato immagini taboo dall’alta carica sessuale: parliamo di Robert Mapplethorpe, le cui fotografie sono state spesso tacciate di pornografia, quando invece rappresentano soggetti amati dall’artista e lo fanno con una delicata tenerezza, per quanto cruda, ispirata alle pose della più classica scultura greca. Eppure un corpo non è una statua, ed un nudo umano è vibrante, minaccioso d’erezioni e umori sessuali, e tutto ciò che lo rende erotico per l’arte è pornografia agli occhi di chi è eunuco nell’anima.

Forse la parte meno celebre della sua produzione, la serie Sex Parts è nondimeno firmata dal re della Pop Art, Andy Warhol. E proprio di pop, si tratta: la rappresentazione nuda e cruda dell’erotismo omosessuale in questa serie di fotografie è infatti resa nello stesso stile e negli stessi colori dei suoi molto più famosi ritratti (quelli di Marilyn e Mao), e la volontà è proprio quella di equiparare i due mondi a cui Warhol fa riferimento, mostrare il sesso come qualcosa di attraente, desiderabile, eppure distante, tragico, irragiungibile.

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Il corpo non deve nemmeno essere presente, nella contemporanea rappresentazione dell’amore e dell’erotismo: basta un richiamo, o una metafora, come nel caso di Felix Gonzales Torres. Il suo Portrait of Ross in L.A. (1991), è un mucchio coloratissimo di caramelle. Ottanta chili, per l’esattezza, il peso del compagno dell’artista, Ross, prima che gli fosse diagnosticata l’AIDS che lo avrebbe ucciso in quello stesso anno. Gonzales Torres incoraggia i visitatori a prendere le caramelle, rappresentando così il lento decadimento del corpo di Ross, fiaccato dalla malattia. Questo suo ritratto, però, al contrario del corpo concreto, viene continuamente rinnovato, ed ogni giorno vengono aggiunti i chili di caramelle sottratti dai passanti, perché c’è un’altra cosa che l’arte e la vita condividono, oltre l’erotico: quella capacità traformativa, e l’abilità di rinvigorire forme antiche in nuove possibilità.

Credo ci sia una parola precisa, per questo concetto, ma è una parola ultimamente talmente usata ed abusata che non oso pronunciarla, alla maniera di Wilde: mi riservo l’erotismo di lasciarla velata, e implicita.

Marzia Figliolia

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