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L'arte ci rende immortali

Io sono Dio di Giorgio Faletti

Mi capita spesso di scegliere un libro da leggere semplicemente per una particolare copertina o un titolo accattivante. E’ successo proprio in questo modo di aver scoperto piccoli capolavori, storie appassionanti e coinvolgenti anche se non pubblicizzati né conosciuti abbastanza.
Così è andata per “io sono Dio” di Giorgio Faletti, romanzo thriller del 2009. Ad aver ispirato Faletti nella scelta del titolo è stata una frase pronunciata da Robert De Niro nel film Men of Honor – L’onore degli uomini. Inutile dirvi che lo stesso titolo ha ispirato me a comprarlo!

Il romanzo inizia con la storia di un soldato, Matt Corey, sopravvissuto alla guerra del Vietnam riportando però delle gravissime ustioni su tutto il corpo per un attacco aereo con il napalm diretto contro i vietcong e ordinato dall’esercito statunitense. Infatti, anche due americani nelle mani del gruppo di resistenza sud-vietnamita ne resteranno vittime: Wendell Johnson muore carbonizzato mentre Matt sopravvivrà. Dopo il recupero dei corpi, a causa di uno scambio di piastrine, l’esercito USA congeda Matt Corey sotto il nome del soldato morto Wendell Johnson.
Matt era un operaio edile costretto a partire volontario per il Vietnam poiché ingiustamente incolpato di un omicidio dallo sceriffo, il suo vice e un giudice molto potente, Swanson. Il giudice riesce così a liberarsi di Matt che stava frequentando sua figlia ma che non ritieneva alla sua altezza.
Appena tornato dalla guerra Matt Corey, si vendicherà uccidendoli tutti. Da Ben Shepard, titolare della ditta dove lavorava da giovane, viene a sapere che Karen ha dato alla luce un bambino ma gli chiede di non dire a lei né a nessuno di essere vivo e di essere tornato.
Matt decide allora di lavorare di nuovo nell’edilizia e  di vendicarsi di quel “sistema” che gli ha rovinato la vita: in ogni fabbricato newyorkese in cui lavora, piazza delle cariche esplosive di napalm. Tuttavia morirà prima di compiere il suo progetto per questo invia una lettera al figlio in cui gli chiede di portare a termine la sua vendetta dandogli il telecomando e la lista degli edifici pronti ad esplodere.
Il romanzo riprenderà in una New York sconvolta da numerosi attentati, sono passati tanti anni e nessuno conosce il nome del killer né la sua storia. La sua abilità permette infatti di far esplodere i palazzi newyorkesi senza lasciare traccia e diffondendo il terrore per la città. Sulle sue tracce però ci sarà l’agente Vivien Light del 13º distretto di Manhattan che, insieme a un cronista dal passato discutibile, Russell Wade, riuscirà a scoprire la vera identità del reduce dal Vietnam ma soprattutto quella di suo figlio, un vero insospettabile, e quindi a fermare quest’onda assassina.

Sicura di aver evitato qualsiasi tipo di spoiler, posso assicurarvi che il finale del romanzo vi lascerà senza parole, Faletti infatti riesce a mantenere un’atmosfera di sospetti e misteri fino all’ultima pagina. Il climax sarà sempre in crescendo, nuovi personaggi fondamenti si aggiungeranno in una trama già ricca di vicende e storie personali senza mai però essere confusionario o superfluo.
E’ uno di quei libri che si legge in poco tempo, una pagina tira l’altra, spinti da una curiosità incessante fomentata da continui colpi di scena.
Chi conosce Faletti solo nelle vesti di comico resterà sorpreso dalla sua scrittura semplice e avvolgente che coinvolge il lettore senza mai annoiarlo. Questo è un aspetto fondamentale tenendo conto che i temi trattati sono comunque di uno spessore rilevante come la guerra e la vendetta.
Le tragedie del Vietnam e degli attentati terroristici (che portano subito al ricordo della Torri Gemelle del 2001) sono piaghe ancora aperte della storia americana e della società moderna ma che si ripropongono con l’intento di far riflettere e guardare con occhi nuovi ad un sistema mondiale nelle vesti di burattinaio di vite innocenti.

“L’argomento era sempre e ancora la guerra, che tutti volevano nascondere come sporcizia immobile sotto il tappeto e che strisciando da serpente riusciva sempre a sporgere la testa oltre i bordi.”
Anella Sepe

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