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Motown Forever! – La scalata al successo di Martha Reeves

Negli anni ’60, per i giovani afroamericani che cercavano di conquistarsi un posto nel Pantheon delle star della musica negli Stati Uniti dopo secoli di segregazione e razzismo, c’era solo un posto dove andare: nello studio di Berry Gordy Jr., a Detroit, sede della celeberrima Motown Record, quella casa discografica leggendaria che unì il pop alla soul music in una maniera così distinguibile ed originale che questo stile ebbe bisogno di un nuovo nome: il Motown Sound.

Proprio alla Motown fa la sua comparsa, quasi per caso, quella che sarebbe diventata la leader delle Vandellas, la star celebrata nella Rock’n’Roll Hall of Fame Martha Reeves, conosciuta anche come Marta LaVaille.

Questa è la sua storia, così come l’ha raccontata, in esclusiva, per noi di Menti Sommerse.

I miei genitori erano amanti della musica. Elijah e Ruby suonavano entrambi la chitarra, e ho tante splendide memoria della famiglia riunita per cantare. Sono nati in Alabama e in Georgia, e si sono trasferiti a Detroit quando io avevo 14 mesi. Con noi venne Elijah Joshua Reeves, mio nonno e Reverendo di una chiesa metodista africana che spostò a Detroit.

 

La nostra famiglia crebbe, nacquero sei fratelli e cinque sorelle. Io ero la terza, e la prima femmina. Nella chiesa del nonno facevamo tutti la parte del Coro, ci riunivamo cinque volte a settimana per cantare. Mamma c’insegnò principalmente gospel, ed allo stesso tempo mio padre aveva una piccola band blues, erano tre membri e venivano a fare le prove nel nostro attico.

 

Quando i miei due fratelli maggiori, Benny e Thomas, mi inclusero nel loro duetto, vincemmo un concorso indetto dalla chiesa un sabato sera. A quel punto, i Chocolate covered Cherries divennero una mia creatura, ero il capo!

 

La mia maestra alle elementari, Emily Wagstaff, amava la mia abilità di ricordare i testi che mamma m’insegnava, e mi lasciava esibire davanti alla classe cinque minuti prima del suono della campanella. Il mio professore al liceo, invece, Abraham Silver, mi scelse tra le voci del Coro Scolastico, e mi venne data la possibilità di cantare la meravigliosa Aria di Bach “Hallelujah” in quattro diverse occasioni, tra cui una andata in onda live in Radio.

 

Dopo il diploma, ho cantano in vari gruppi. Mi fu chiesto se volessi rimpiazzare un membro di una band che si faceva chiamare “Del-Phins”. Non me lo feci ripetere due volte e mi unii a Gloria, Rosalind e Annette. Suonavano alle feste di compleanno, matrimoni, centri ricreativi, cercando di imitare lo stile di Tina Turner e le sue Ikettes, le Clara Ward Gospel Group, le Raylettes. In quegli anni, i gruppi vocali femminili stavano diventando popolari, e noi imparammo velocemente tutte le loro hit. Avemmo la nostra occasione, fummo scritturate per un disco con la CheckMate Records, ma il singolo non arrivò in classifica. Avevamo bisogno di soldi, di un lavoro, e abbandonammo la band.

Così, nel 1961 cominciai la mia carriera solista.

 

Mia zia Bernice, mentre mi faceva i buchi alle orecchie, profetizzò: “Diventerai una grande star un giorno. E il tuo nome sarà Martha LaVaille!”. Intanto, lavoravo in un night club, venerdì, sabato e domenica ad orario aperitivo, dalle 19:00 alle 21:00. Questo mi permetteva di rispettare il coprifuoco imposto da mio padre per mezzanotte, oltre il quale avrei trovato la porta di casa chiusa!

Una sera, comunque, alla fine della mia ultima canzone, viene verso di me un signore e mi lascia tra le mani il suo biglietto da visita. Mi disse: “Vieni ad Hitsville U.S.A. (quartier generale della Motown Records, ndr.), hai talento”.

 

La mattina dopo, arrivata in questo edificio davanti al quale era scritto a mano, su un cartello, Hitsville U.S.A., volai attraverso venticinque o più aspiranti cantanti, col biglietto da visita orgogliosamente in bella vista tra le mie dita. Fui presentata a William Mickey Stevenson, dipartimento Artisti. Mi chiese: “Ma che ci fai, qui?”. Risposi: “Ma come, non ricorda di avermi dato il suo biglietto da visita, ieri sera?”. “Sì, ma avresti dovuto chiamare al numero e prendere appuntamento. Facciamo audizioni ogni terzo mercoledì del mese”, mi disse.

Il telefono squillava e lui non rispondeva. Era nel mezzo del processo di scrittura di una canzone per un certo Marvin Gaye, uno sconosciuto promettente della casa discografica, e l’avevo disturbato. Mi lasciò lì nel suo studio dicendomi: “Rispondi al telefono, torno subito”, tornò tre ore dopo… E mi prese a lavorare come segretaria!

 

Durante il mio periodo lì, ogni volta che rispondevo al telefono c’era dall’altra parte uno dei diciassette autori membri dello staff, o un musicista in cerca della paga che non era ancora arrivata, o qualche altro ufficio da qualche parte. Sono stata la prima donna a ricoprire quel ruolo. Io stessa sono una cantante ed un’autrice, ed ero ugualmente qualificata per battere a macchina, tenere documentazione delle richieste e delle chiamate, organizzare le audizioni e le riunioni e registrare demo di quel nascente Motown Sound nato dai cantanti gospel e dai jazzisti. Tutti personalmente scelti da Berry Gordy, e tutti che ruotavano attorno a quell’edificio che divenne ben presto una realtà multimilionaria della discografia mondiale!

 

In sei mesi mi ero fatta strada dalla scrivania alle prime file, e invece di rispondere al telefono a tutti quegli artisti che chiedevano di registrare, ero io quella con le cuffie, che guardava dall’altra parte della finestra di vetro cantando canzoni ispirate all’amore, alla gioia, all’unità e facendo ballare e cantare la gente!

 

Dopo nove mesi avevamo una hit, “Come and get those Memories”, ed un nome per la mia band, le Vandella’s. Era tempo di partire. Lasciai l’ufficio a tre ragazze uscite da una scuola per segretarie e saltai su un tour bus assieme ad altri 9 artisti della casa. Ci avviammo verso un tour di 94 serate, mentre venivamo scoperti sempre più ad ampio raggio e le nostre canzoni scalavano le classifiche.

 

Tutto questo non sarebbe mai potuto accadere senza Berry Gordy Jr. ed il suo meraviglioso staff di autori e musicisti che, come una famiglia, aprirono per noi le porte di quel piccolo edificio col cartello scritto a mano: Hitsville U.S.A.

Sono così orgogliosa di far parte della famiglia Motown… Motown forever!

 

Marzia Figliolia
Corrado Parlati

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