INTERVISTA – Louis Nero “Continuo a fare cinema perché credo che sia arte”

Parliamo oggi con Louis Nero: regista eclettico ed originale, che fa della parola indipendente il suo vero punto di forza.

Lo saluto dallo schermo del pc, dopo averlo contattato su Skype: noto subito uno sguardo attento, arguto. Sorridente, mi colpisce la sua onestà nelle risposte che mi darà durante l’intervista.

Ti ritrovi di fronte ad uno schermo in cui compare un altro te che ti chiede “Chi è Louis Nero”?

(Sorride) E’ una domanda alla quale cerco di dare una risposta da molto tempo. Al momento, continuo ad esplorarmi, ma ancora non lo so di preciso.

 

Quando nasce l’amore per il cinema?

Sin da bambino guardavo tantissimi film. Poi, negli anni, ho iniziato a girare alcuni cortometraggi, mi sono iscritto al DAMS e mi sono laureato in Cinema. Già nel periodo della laurea gettai le basi di quello che sarebbe stato poi il mio primo lungometraggio, “Golem”. Da quel momento sono partito e non mi sono più fermato. L’amore da spettatore si è semplicemente trasformato in amore da regista.

 

 

Sei uno dei registi più “folli” del panorama italiano … affronti temi e generi sempre diversi. Quanto costa, quanto si paga questa libertà da un punto di vista commerciale e distributivo?

La libertà ha sempre un costo. Il nostro cinema, quello ufficiale, non vede di buon occhio chi riesce a realizzare progetti di alta qualità, seppure partendo in maniera “artigianale”. Non riescono a capire come faccia uno, che non fa parte di certi schemi, di certi sistemi … a produrre delle cose così grosse.

Di sicuro l’indipendenza ti dà la possibilità di esplorare le idee e i racconti che vuoi senza essere vincolato alle esigenze di mercato. Però paghi lo scotto di non poter accedere ai grossi capitali.

 

 

Ecco quello che intendevo, utilizzando la parola libertà: Louis non ha timore di dire quello che pensa, anche a costo di essere impopolare. Questo coraggio mi affascina, gli dona tanta dignità. Sfida le regole che gli vengono imposte. Non si limita al compitino, vuole scavare. I suoi film cercano risposte, spingono ad un viaggio interiore.

Louis Nero si è fatto le ossa con tanti cortometraggi, tanto lavoro alle spalle. E’ difficile riuscire, in uno spazio di tempo piuttosto limitato, a raccontare una storia?

Il cortometraggio ha questo dono: ti permette di raccontare piccole storie, spesso con una grande idea di partenza. In pochissimi giorni di riprese riesci a condensare il tuo pensiero. In realtà … non credo sia una cosa difficile, quanto piuttosto un aiuto a chiarirsi le idee su ciò che si vuole fare. Per me è un ottimo esercizio.

 

 

Parliamo un po’ del tuo ultimo lungometraggio, “The broken key” …

Il film è la storia di un eroe, Arthur J. Adams. Già il nome rivela la sua importanza perché fa riferimento sia a Re Artù sia alla figura di Adamo. Il protagonista intraprende un viaggio alla ricerca della chiave spezzata, così come Re Artù era alla ricerca del Santo Graal. La chiave spezzata e il Graal hanno lo stesso significato: la ricerca dell’uomo della verità. E’ sicuramente una storia basata sulla ricerca di sé. Una delle frasi che utilizzo nel film, infatti, è “Conosci te stesso per conoscere il tuo Dio”. “The broken key” è un percorso assimilabile al viaggio dell’eroe di Vogler.

 

 

Il film è complesso, ma allo stesso tempo affascinante e realizzato in maniera esemplare anche da un punto di vista tecnico. E’ un progetto indipendente, ma non teme alcun confronto con i supercolossi dai budget illimitati.

 

Come spesso accade nei tuoi lungometraggi, anche in questo caso il cast è ricco di nomi di grande fama e notorietà. Qual è l’elemento che convince attori del calibro di Rutger Hauer, Christopher Lambert, Geraldine Chaplin a lavorare con te? Di istinto, mi verrebbe da dire che sono “folli” anche loro …

Per lavorare con me devi essere folle a priori (ridiamo). Le storie che racconto, i tempi di realizzazione … sono sicuramente fuori dal comune. Cerco sempre di trovare attori che facciano sì parte del grande sistema, ma anche disposti a lavorare con un budget ridotto … io non ho sicuramente a disposizione quello che si definisce uno standard hollywoodiano medio. In genere, li convinco facendo leggere loro le mie sceneggiature.

 

Uno dei punti di forza di “The broken key”, a mio parere, è la scelta delle location: una parte del film è ambientata in una Piemonte assai suggestiva e davvero poco conosciuta …

La storia è ambientata in Piemonte, un po’ come se fosse la Piana di Giza: il protagonista fa un viaggio iniziatico prima di diventare faraone. Ogni luogo che ho scelto è legato ai peccati capitali. Sono “luoghi simboli” poco conosciuti dal grande pubblico. Questi luoghi fanno parte di un percorso: quello verso la purificazione, come diceva Dante.

 

C’è un genere cinematografico che Louis Nero non ha ancora affrontato e gli piacerebbe affrontare?

Guarda, ti dirò … ne ho affrontati davvero tanti. Forse mi manca quello più ironico che, magari, potrebbe essere la base del mio nuovo progetto cinematografico. Un film a metà strada tra la commedia e l’elemento drammatico. Ovviamente sarà sempre un qualcosa proteso ad esplorare l’animo umano, non un semplice racconto fine a se stesso.

 

Terminiamo ora con una marzullata: Louis Nero fatti una domanda e datti una risposta

“Vale la pena continuare a fare cinema, in Italia?” La risposta sarebbe no. L’unico motivo per il quale io continuo a fare cinema, in realtà, è per una mia ricerca personale. Continuo a fare cinema perché credo che sia arte. Nel momento in cui dovessi accorgermi che il mondo della celluloide non appartiene più all’arte, credo che troverei qualcos’altro da fare.

 

Intervista a cura di Christian Coduto

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