Etica vs. Estetica – Cosa farne dell’arte dei “mostri”

Nel 1534, il celebre scultore Benvenuto Cellini accoltellò a morte l’orafo rivale Pompeo de Capitaneis. Trascinato davanti il tribunale ecclesiastico presieduto da Papa Paolo III, tuttavia, venne immediatamente assolto: il suo genio di chiara ispirazione divina, volle spiegare il Pontefice, lo assolveva completamente da ogni possibile colpa terrena.

L’idea che chi crea il bello non possa in alcun modo essere corrotto era probabilmente tanto radicata e tanto errata quanto quella corrente, dell’epoca dei Weinstein e dei Kevin Spacey ai quali niente della loro arte può essere perdonato in quanto uomini dalla dubbia moralità quando non apertamente, semplicemente “mostri”.

L’interrogativo è: che farsene della loro arte? È davvero possibile separare ciò che è prodotto da chi lo produce?

Il dubbio mi viene riguardando Manhattan, considerato da tutti come il capolavoro di Woody Allen. Nel film, il personaggio interpretato da Allen è quel suo classico uomo nevrotico, trentenne/quarantenne un po’ inetto un po’ geniale in cui tutti si crogiolano a riconoscersi prima o dopo. Ebbene, mi prende improvvisa l’evidenza che questo personaggio per cui ho tanta simpatia va a letto con Tracy, una ragazzina diciassettenne. E Tracy è pura, equilibrata, saggia, così diversa da tutta la costellazione di donne rigide, anch’esse nevrotiche e ironicamente disilluse di cui si popolano le pellicole del regista. Sembra quasi un giudizio.

Mi viene la tentazione di tracciare un parallelo, di rivedere nel prodotto il produttore, di accostare il personaggio alla persona, a quel Woody Allen che intreccia una relazione eticamente al limite con la figlia adottiva appena maggiorenne della seconda moglie.

È il mio moralismo che improvvisamente prende il volante, di fronte ad un’apparente controsenso: che qualcosa di esteticamente bello possa effettivamente scaturire da qualcosa di eticamente marcio.

Apparente perché l’arte, la creazione, non ha nessuna relazione morale con il suo creatore: è come addossare le colpe di un genitore ad un figlio, a prescindere. Così, io posso considerare Manhattan un capolavoro e Woody Allen un grande regista, seppure ho della persona una pessima considerazione.

La storia dell’arte, come la storia di qualunque storia, è piena di esempi di uomini che hanno reso il mondo un poco più degno di essere sperimentato grazie alla bellezza che sono stati in grado di creare, pur essendo stati esseri umani deplorevoli – a volte, cinicamente, anche grazie a questo.

Parliamo in questo caso di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. La sua sensibilità ci ha restituito la Roma del XVII secolo sotto una luce quasi cinematografica, cruda, cupa. Eppure, lungo le sue strade, Caravaggio era un uomo pericoloso, costantemente nei guai ora per aver picchiato la proprietaria di un’osteria, ora per aver calunniato un pittore rivale; era solo questione di tempo prima che, come successe, uccidesse un uomo durante una rissa di piazza e fosse costretto a lasciare la città. Durante la sua fuga continuò a dipingere opere che sembrano piene di un profondo senso di avvilimento e di colpa, arrivando a ritrarsi come la testa recisa di Golia, i cui occhi sembrano quelli disperati di un uomo colpevole.

Non solo il cinema, non sono la pittura. Anche la musica ha i suoi geni, ed i suoi demoni. E spesso entrambi coabitano nella stessa persona.

Frances, prima moglie di Miles Davis, racconta in una rara (quasi nascosta, sotterrata) intervista al New York Times, come il marito abusasse di lei regolarmente, tanto da costringerla a scappare per salvarsi la vita. Lui stesso confermerà tutto nella sua autobiografia, Miles.

Leggendo della sua vita, penso che Davis fosse una persona disturbata, dalla personalità violenta e narcisista. Penso anche che Kind of Blue sia un capolavoro. E sento di poter pensare entrambe le cose, senza che una contraddica l’altra: l’uomo colpevole è in grado di creare arte innocente.

Ladri, assassini, violenti e stupratori: Pablo Picasso fu accusato di aver rubato addirittura la Monna Lisa dal Louvre, e statuette di proprietà del Museo furono ritrovate nel suo studio; Egon Schiele fu accusato, all’età di 22 anni, di aver abusato di una ragazzina minorenne; e ancora Roman Polanski, a piede libero ma colpevole dello stupro dell’allora tredicenne Samantha Gailey.

Ed ora le accuse che piovono su Harvey Weinstein, Louis CK, Kevin Spacey e sui nostrani Giuseppe Tornatore e Fausto Brizzi e la conseguente richiesta uterina, emotiva e in definitiva moralista (e non etica) di spogliarli di ogni riconoscimento artistico, una damnatio memoriae contemporanea, sterile e ipocrita che cela un inganno, ovvero che etica ed estetica debbano essere contrapposte, due piatti di una stessa bilancia. Quando invece ciò che misurano sono due cose ben diverse: l’uomo e l’artista.

E allora prendetevi l’uomo, dell’uomo non interessa alla storia men che meno alla storia dell’arte. Prendetelo, processatelo, spogliatelo della credenza che l’essere geniali significhi essere sopra la legge, come credeva André Breton quando scriveva “il più semplice gesto surrealista sarebbe andare camminando in una strada affollata portandosi appresso una pistola, e poi cominciare a sparare a caso tra la gente”.

Però l’artista, l’artista rimane grande, immenso, geniale attraverso l’opera che ha creato e che non può e non deve essere vivisezionata alla luce di crimini che non la riguardano.

Prendetevi l’uomo.

Ma lasciate l’artista in pace.

Marzia Figliolia

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