Il colore del cielo – Breve storia del blu, dagli Egizi al 2016

In inglese, l’espressione feeling blue indica uno stato di malinconica tristezza, e notoriamente il blu viene considerato un colore freddo. Eppure, tra tutti i colori, quello più amato da uomini e donne pare essere proprio lui, il blu; e non sorprende, dunque, che tanti artisti – Louise Bourgeois, Yves Klein, Wassily Kandinsky solo per fare qualche nome – l’abbiamo messo al centro della propria tavolozza personale. Secondo gli psicologi, quest’amore per il colore blu avrebbe una radice evolutiva: ai tempi della caccia e della raccolta, infatti, i nostri antenati attratti da cose come un cielo limpido o uno specchio d’acqua pulita avevano maggiori chance di sopravvivenza.

Ma questa predilezione per il blu e le sue sfumature potrebbe avere a che fare anche con la sua sfuggevolezza, la sua rarità: al contrario del marrone della terra o del verde delle foglie, il blu del cielo non poteva essere pestato in un mortaio e diluito per ottenerne il pigmento. La sua storia, ingegnosa e complessa, intreccia arte e scienza, invenzione e scoperta.

Il Blu Egiziano fu inventato intorno al 2200 a.C., più o meno al tempo della costruzione delle Piramidi. Per giungere al colore, gli Antichi Egizi mescolavano la malachite (una pietra contenente rame) alla sabbia del deserto, portando la soluzione a temperature altissime fino ad ottenere un sottile strato di un vetro opaco che poteva essere polverizzato ed unito a colle o chiara d’uovo per essere usato come pittura.

Nel 2006, lo scienziato Giovanni Verri scoprì accidentalmente che i pigmenti di Blu Egiziano emettono radiazioni infrarosse, permettendo così di ritrovare sui reperti antichi le tracce di quello che un tempo doveva essere di un colore blu intenso.

In Afghanistan, esiste una catena montuosa sotto la quale fin dall’antichità si estrae una pietra semi-preziosa, il lapislazzuli. Da lì, e solo da lì questa pietra veniva importata in Europa: nel XVI secolo, a Venezia, il costo del lapislazzuli rivaleggiava con quello dell’oro. Proprio per questa sua natura esotica, il pigmento ottenuto dalla lavorazione di questa gemma fu denominato Blu Oltremare, ed era così raro e prezioso che veniva utilizzato solo in piccole dosi dagli artisti (ad esempio, per le rifiniture del mantello della Vergine Maria di Raffaello, o per il copricapo della Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer), e solo per le commissioni più ricche (solitamente, quelle provenienti dal clero). Leggenda narra che Michelangelo lasciò incompiuto il suo Deposizione di Cristo nel sepolcro perché non aveva abbastanza soldi per comprare altro Blu Oltremare.

Nel 1824, un chimico francese vinse la ricompensa di 6000 franchi offerta dalla Societè d’Encouragement per aver inventato una versione sintetica di questo pigmento, chiamato da allora Blu Oltremare Francese.

Molto più a buon mercato, nel XVIII e XIX secolo troverà grande diffusione l’Indaco, una sorta di blu-violetto derivante dall’ossidazione di una tintura ricavata da alcune specie vegetali e venduta sottoforma di “panetti”. Tipico in particolare in Inghilterra, questo colore verrà addirittura inserito da Sir Isaac Newton tra quelli dell’arcobaleno, l’unico outsider assieme all’arancione.

Nella sua versione sintetica, sviluppata attorno al 1920, è il pigmento che tinge i nostri blue jeans…!

Totalmente per caso, negli stessi anni in cui Newton pubblicava i suoi studi sui sette colori dell’arcobaleno in Opticks (1704), un tintore di Berlino scopriva un nuovo blu! Johann Jacob Diesbach stava in realtà lavorando ad un nuovo tipo di pigmento rosso, quando uno dei suoi materiali, la potassa, venne a contatto con del sangue animale. Tutto si sarebbe aspettato, tranne che i due liquidi, a contatto, avessero una stramba reazione chimica per cui dall’unione di due rossi emerse un potentissimo blu, chiamato poi Berliner Blau o Blu di Prussia. Fu reso celeberrimo da maestri della pittura di tutto il mondo: se ne serviva il pittore francese Rococò Jean-Antoine Watteau, l’incisore giapponese Katsushika Hokusai e persino il più famoso cubista di tutti i tempi, Pablo Picasso, ne fece ampio uso durante il suo Periodo Blu.

Il successo del Blu di Prussia è inoltre legato alla figura dell’astronomo inglese John Herschel, il quale ne scoprì la peculiare sensibilità alla luce, manipolabile per creare copie da un singolo disegno. Chiamò le copie così ottenute blueprints, particolarmente apprezzate dagli architetti che per la prima volta potevano così facilmente riprodurre i loro piani di costruzione.

Nell’estate del 1917, Yves Klein aveva appena 17 anni. Racconterà poi che un pomeriggio se ne stava seduto con gli amici Claude Pascal e Armand Fernandez, discutendo su come si sarebbero potuti dividere il mondo: a Pascal sarebbe andata l’aria, a Fernandez la terra, e a Klein il cielo. Il tentativo di afferrare e definire la vastità del cielo diventerà per il pittore francese il segno distintivo di tutta la sua carriera, fino a che, nel 1957, Klein deciderà di non usare nessun altro colore se non il blu. Lavorando con un commerciante di colori a Parigi, arrivò a creare una nuova sfumatura matte derivante dal Blu Oltremare, che prenderà poi il nome di International Klein Blue, o IKB, nel 1960.

L’ultima volta che è stato inventato il blu è stato nel 2006, ancora una volta totalmente per caso, ancora una volta durante un esperimento scientifico. Negli Stati Uniti, il chimico Mas Subramanian ed il suo staff della Oregon State University stavano indagando nuovi materiali che potessero essere utilizzati per la composizione di circuiti elettronici. Uno degli studenti notò però che, riscaldandolo, uno dei composti utilizzati virava verso un vivido colore blu, di una sfumatura così particolare da sfuggire ad ogni catalogazione esistente. Il nuovo pigmento è stato ufficialmente denominato Blu YinMn nel 2016, in onore degli elementi che lo compongono: ittrio (Y), indio (In) e manganese (Mn).

Ovviamente, Subramanian si è curato di farne avere dei campioni anche agli artisti!

Marzia Figliolia

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