INTERVISTA – Jack Gallo: di tutto e di più, sono imprevedibile!

Lo osservo con simpatica attenzione mentre si avvicina a me: con quel look stravagante o è un artista o è un po’ folle.

Oppure, entrambe le cose.

Giancarlo Ciordo (questo il suo vero nome N.d.R.) è nato a Crotone e vive a Bologna. Ha un accento a metà strada tra le sue origini e la sua nuova collocazione geografica che te lo fa apparire immediatamente simpatico. E’ schietto, spontaneo. L’intervista acquisisce la forma di un pomeriggio al bar con un amico.

Jack Gallo parla di sé

Parliamo un po’ di te: chi è Jack Gallo?

Jack Gallo è un attore cinematografico e televisivo. Provengo da una scuola di cinema di Bologna la “Scuola Cinema Bibiena”. Il mio primo maestro è stato Giorgio Trestini, che ha lavorato con Benigni, Montesano, Pozzetto, Giannini … ho frequentato un laboratorio, a Roma, sul metodo Stanislavskij a cura di Anna D’Abbraccio e, da lì, ho proseguito con altre scuole, corsi, laboratori e quant’altro.

 

Giancarlo, come nasce il tuo pseudonimo?

Allora … Jack è legato ad una mia ex fidanzata. Un giorno mi disse “Io ti voglio chiamare Jack, perché è più corto ed è più bello”; da allora sono diventato Jack, per tutti. Il mio cognome è Ciordo. Gallo mi è stato donato da un’altra persona a me cara. Mi disse che Ciordo non suonava bene, era troppo cupo. A suo dire, Gallo dà più luce a Jack, è più incisivo … insomma, non l’ho scelto io, mi è stato donato e cucito su misura (sorride).

 

Dopo tanta gavetta, la prima soddisfazione: nel 2011 entri nel cast del film ”Ameriqua”, accanto ad attori del calibro di Giancarlo Giannini e Alec Baldwin. Che ricordi hai di questa esperienza? Com’era il Jack Gallo degli esordi?

Giancarlo Giannini è un maestro. Vedendolo recitare ho potuto imparare davvero tantissimo. Ti dirò: è stata come la prima volta con una ragazza … non puoi dimenticartela (ride). Un’esperienza emozionante.

 

L’emozione gliela rivedi dipinta negli occhi. Non mente. Vive di istinti.

Nel 2012 sei uno dei protagonisti de “L’ultimo libro” di Giulio Tarantino. Nel cast, anche Naike Rivelli. Un film visionario, a basso costo. Lavori sia nel mainstream sia nel mondo indie. Quali pregi e quali difetti ha, a tuo parere, il mondo cinematografico indipendente?

E’ stato un momento molto piacevole; a mano a mano salivo ulteriori gradini, accumulavo nuove esperienze.

Per ritornare alla tua domanda: tra i pregi c’è il grande affiatamento. I film indie hanno budget piuttosto limitati, è necessario che ci sia una familiarità, tanta unione tra quelli che sono coinvolti nella realizzazione del progetto. Tra i difetti c’è, come dicevo prima, proprio il budget ridotto. Spesso le idee sono ottime, ma renderle in pratica diventa difficoltoso. Per fortuna, c’è sempre una volontà di ferro e la capacità di arrangiarsi.

 

Sempre nel 2012 ecco l’horror “The Pyramid”. Un film diretto a 5 mani. Tu lavori in “Pestilence” di Albanesi e Chiesa. Che rapporto hai con la paura e lo splatter?

Un horror collettivo. Una nuova realtà, mi sono immedesimato completamente, divertendomi. Allo stesso tempo, trasmettere le paure, il terrore ad un potenziale spettatore è stato difficile. Ho tirato fuori sfumature recitative che non avevo ancora avuto modo di mostrare. Lavorare con i ragazzi di “The Pyramid” ci ha permesso di affrontare il progetto in maniera libera, un work in progress continuo.

 

Hai regalato la tua professionalità a diversi cortometraggi. Qual è quello al quale sei maggiormente legato?

Ne ho fatti davvero molti da quando sono uscito dalla scuola di cinema. Me li porto tutti nel cuore, perché ho imparato tanto. Il mio preferito è “The fall of Marciano family”, ambientato negli anni ’30. Il tema principale è quello del proibizionismo. Io interpreto un italoamericano di origini mafiose. In più, è stato divertente lavorare in un’epoca assai lontana dalla mia, con i costumi, le ambientazioni e così via.

E’ un corto che ci ha dato immense soddisfazioni: ha partecipato al Festival di Cannes nel 2014.

 

In effetti, le performance più riuscite della sua carriera sono proprio quelle in costume. Gli piace indossare una forma che non gli appartiene, travestirsi e camuffarsi. Gioca molto con il suo corpo, assumere nuove identità. Essere attori, d’altro canto, è proprio questo: entrare nel personaggio e vivere nuove vite, come se fossero proprie.

In “Non nuotate in quel fiume” di Roberto Albanesi, ti cimenti in un genere piuttosto inusuale per il cinema italiano: lo splatter trash. E’ stato divertente girarlo?

 

Lì ho girato un cameo, in realtà. Con Roberto c’è un bel rapporto di stima e amicizia. E’ un film ricco di ironia. Spesso si sottovaluta l’horror, anche da un punto di vista interpretativo, ma vi assicuro che fingere la paura, che non hai ma la devi trovare dentro di te, non è affatto facile, però fare l’attore significa calarsi in un altro ruolo.

 

In tv ti abbiamo visto ne “L’ispettore Coliandro” dei Manetti Bros. Che differenze ci sono, nel contesto di dinamiche, tempistiche, approccio recitativo rispetto al mondo cinematografico?

Sono due mondi completamente diversi, per me. In televisione tutto è più sintetico, veloce, stringato. Non hai molto tempo per immedesimarti. In realtà, spesso questo tempo non ce l’ha nemmeno il regista. Al cinema i tempi sono leggermente più lunghi. Ci sono più ciak.

 

Ed ecco, quindi, “Nero” e “Amore criminale” …

In “Nero” il personaggio di Greg mi è stato costruito come si fa da un sarto. E’ stato scritto, pensando direttamente a me. Un personaggio particolare, molto ironico. E’ un bullo di quartiere, si sente un vicecapo, il classico braccio destro. Viaggia un po’ in competizione con il capo della zona.

Una bella esperienza.

In “Amore criminiale”, invece, sono stato un ispettore di polizia. Lì abbiamo trattato il tema del femminicidio. Sono passato dal cattivo al buono in un batter d’occhio (sorride). Io ho un grande rispetto per le donne, affrontare questa esperienza mi ha toccato molto, capisci che ci sono delle realtà, nella vita di tutti i giorni, che ti lasciano il segno.

 

Parliamo di videoclip: ne hai fatti diversi. Però vorrei che ti soffermassi un po’ su “Partigiano reggiano” di Zucchero Fornaciari, diretto da Gaetano Morbioli …

Sì anche in “Ci si arrende”, un altro singolo estratto dal cd “Black cat”. Lavorare con un grande artista come Zucchero è un’esperienza che tutti dovrebbero vivere! Lui è simpaticissimo, molto alla mano. Grazie a questi videoclip sono arrivato a tante piattaforme televisive che proiettano clip musicali.  Un buon trampolino.

So che ti dedichi anche al volontariato …

Il sabato vado nei reparti con l’Ansabbio, per portare un sorriso ai bimbi dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. E’ un’esperienza che ti riempie di emozioni, positive e negative. Far del bene agli altri significa far del bene a se stessi.

 

Vivere a 360 gradi. E’ tutto ciò che chiede. Non mi dà l’idea di essere un’anima inquieta, tutt’altro. Credo abbia solo voglia di riempire il più possibile il tempo che ha a disposizione, senza tempi morti.

Cinema, televisione, videoclip … qual è la collocazione più naturale per Jack Gallo?

Per me sono tre collocazioni che mi permettono di esprimermi in maniera naturale. Il teatro è una grande palestra, anche se io ammetto di averne fatto poco. Però preferisco il cinema e la televisione.

Io mi occupo di cinema: qual è il film della tua vita e perché?

Non c’è un film in particolare, ce ne sono troppi, non basterebbe un’intera intervista per elencarli tutti (Scoppia a ridere). Amo molto i film di Alberto Sordi: ogni volta che li guardo, mi fanno sognare e sperare di diventare un grande attore come lo è stato lui.

 

Cosa dobbiamo attenderci da Jack Gallo per questo 2017?

Di tutto e di più: sono imprevedibile! (Scoppia a ridere)

 

Ed ora marzulliamo : fatti una domanda e datti una risposta

“Jack Gallo, perché hai scelto di fare l’attore?”

“Non ho scelto, è un qualcosa che mi porto dentro sin da quando ero bambino”

 

Mentre lo saluto, al termine dell’intervista, ripenso un po’ a ciò che mi ha detto … no, non è folle: è solo, meravigliosamente, se stesso.

 

Intervista a cura di Christian Coduto

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