Curva Est – Vladimir Jugovic: il silent hero jugoslavo

Quando si parla della Stella Rossa campione d’Europa e del Mondo ci si ricorda quasi sempre degli stessi giocatori. Il Genio Dejan Savičević, il biondo Robert Prosinečki, un giovane e riccioluto Siniša Mihajlović. Talvolta ci si ricorda che era appena partito Dragan Stojković. Raramente si dice che con il numero nove giocava la bella copia del Cobra Darko Pančev, o che in difesa c’era uno dei migliori liberi d’Europa, Miodrag Belodedici. Nessuno, o quasi si ricorda chi fosse il mediano di quella squadra. Proviamo a tracciarne l’identikit. In carriera vincerà due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali, più svariati trofei nazionali. Si prenderà la briga di tirare il rigore decisivo a Roma in finale contro l’Ajax, ma anche di segnare una doppietta a Tokio contro il Colo Colo. Stiamo ovviamente parlando di Vladimir Jugović.

Nato a Trstenik, cuore della Serbia, nel 1969 sboccia calcisticamente nella Stella Rossa di Belgrado, dove fa tutta la trafila delle giovanili, esordendo giovanissimo in prima squadra. L’anno decisivo è il 1990. L’allenatore Dragoslav Šekularac non lo vede e lo relega spesso in panchina, se non in tribuna. Vladimir accetta così il prestito. Va al Rad Belgrado, squadra minore della Capitale jugoslava. Lì incontra un allenatore, Ljupko Petrović, che cambia la sua carriera. Al Rad gioca molto avanzato, praticamente da mezzapunta e segna. Segna tantissimo: in 16 partite fa 7 gol. Con il mister è amore a prima vista.

L’anno dopo compiono entrambi il viaggio al contrario: dal Rad alla Stella Rossa. E’ il 1991 e tutti sappiamo come finirà quella stagione, con l’ultimo atto a Bari, contro l’Olympique Marsiglia. Petrović inventa nuovamente Vladimir. Una cosa è giocare nel Rad, un’altra è condividere il centrocampo con Prosinečki, Savičević. Lo arretra e lo affianca spesso a Mihajlović, in un 4-2-3-1 abbastanza atipico per l’epoca. Nonostante la giovane età, Vladimir è completamente a suo agio e offre grandi prestazioni come il ritorno in casa contro il Bayern Monaco, nella semifinale di Coppa dei Campioni.  A Bari alza il più ambito trofeo europe, ma sarà soprattutto a Tokio contro il Colo Colo che metterà la sua firma indelebile e passerà dalle infinite schiere dei buoni giocatori a quelle più ristrette dei grandi calciatori. Segna una doppietta decisiva nel 3-0 finale. E’ l’ultimo atto della grande Stella Rossa. Chi ancora non se n’è andato, se ne andrà a breve.

 

 

Per Jugović c’è la Sampdoria, allenata da Sven Goran Eriksson. Per lui sarà una grande stagione, con 9 gol. Alla fine, la sua esperienza sotto la Lanterna sarà costellata da quasi 100 presenze e 21 gol. Nel frattempo arriva la chiamata della Juventus. A Torino ci sono già grandissimi giocatori nel suo ruolo, come Paulo Sousa, Deschamps e Conte ma Jugovic, fortemente voluto da Lippi, riesce a ritagliarsi il suo spazio e gioca un’ottima annata culminata a Roma. Ha già qualche capello bianco, nonostante abbia meno di 30 anni. Si avvicina al dischetto sorridendo, tira un rigore perfetto e regala la Coppa dei Campioni alla Juventus. Resta un altro anno in bianconero, vincendo l’Intercontinentale, per poi andare alla Lazio, all’Atletico Madrid, all’Inter e al Monaco. Finirà la carriera in squadre minori dell’Austria e della Germania.

 

 

Probabilmente il più grande rimpianto di Vladimir Jugović rimarrà quello di essere entrato nel giro della nazionale un attimo prima che tutto finisse. Saltando i Mondiali del 1990, perdendo gli Europei del 1992 e giocando soltanto nella rappresentativa mutilata dalle scissioni e dalla guerra.

Gianni Galleri 

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