I Fiordalisi – Nel folto dei sentieri

Introdurre la poesia di Umberto Piersanti, sapendo chi è Umberto Piersanti e sapendo cosa per la poesia e le Lettere ha fatto e detto e scritto, potrebbe creare una sorta di paralisi della penna. Così, ho deciso di introdurre alcuni suoi componimenti, tratti dalla raccolta Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos 2015), non considerando che Umberto Piersanti sia Umberto Piersanti, da qui in avanti, allora, solo Umberto.

Si direbbe che la raccolta di Umberto si snodi nella forma di un abbraccio, caldo e leggero allo stesso tempo, intorno al corpo e all’anima del figlio autistico Jacopo e al suo modo speciale di esperire il mondo; interpretazione non scorretta, certo, ma altresì non esaustiva del sostrato composito e fitto che sorregge l’opera. Quel fitto che è il folto, riscontrabile già a partire dal titolo e compagno fedele di tutti i versi costituenti l’antologia, che avvolge anche il lettore, ponendolo in una condizione continua di scissione volta all’univocità. Da un lato, infatti, lo smarrimento e il conseguente isolamento che la Natura, descritta con perizia tecnica del suono e del vocabolo, provoca in chi si trova ad attraversala e a viverla; dall’altro la protezione avvolta e ovattata che la stessa Natura crea e regala a coloro i quali si accingono a penetrarla. Umberto, uomo, padre e poeta si immedesima nel sentiero, nel figlio, nella poesia, in un flusso incessante di parole che, inesorabili come lo scorrere del tempo, sono sfondo e contestualmente sostrato dello stare-nel-mondo. La dimensione cronologica prende, in effetti, per mano tutta l’opera, intersecandosi con gli spazi e con i soggetti di volta in volta presenti nel cammino percorso, scandendone ritmi e significati nell’ottica costante del conferimento di senso; i titoli dati alle sezioni che compongono la raccolta (Il tempo nuovo; Alla vecchia maniera; Aspettando l’inverno; Un’ostinata memoria; Paesaggi e quadri; Le ore e i giorni) rimarcano, non a caso, questa enfasi al tempo che va. Perché l’inafferrabilità, del tempo ma anche della Natura, della vita, di Jacopo, di sé sono le briciole lasciate sui cammini percorsi per riportare all’origine assoluta; sono il filo d’Arianna in grado di condurre fuori dal labirinto del vivere.

Nel folto dei sentieri, con i suoi suoni agrodolci e trascinanti, i suoi tecnicismi linguistici e la sua compostezza metrica è, più di tutto, un’invocazione fortissima al ciò che non può essere diversamente, un grido potente che spera di raggiungere qualcuno e liberarsi così dal peso di ciò che diversamente non è stato. In quei sentieri-pensieri, tutti siamo destinati a perderci come l’anemone e il capriolo, come Jacopo e Umberto, come ogni essere vivente.

 

Nel folto dei sentieri, Marcos y Marcos 2015

 

Anemoni

nati prima delle gran neve
nel preludio accecante
dell’avvento,
mai torneranno i cieli
così chiari
come nei giorni
che ogni nascita annunciano
e fioritura immensa,
luce breve e assoluta
che nera nube spegne
scesa dal Catria
con i neri venti,
siete anemoni gli stessi
dalla neve coperti
e dentro il gelo soffocati
e spenti,
voi dagli steli gracili
ma tenaci, tenaci
più d’ogni ceppo o tronco,
o altri, fratelli vostri
dalle vostre spoglie nati,
che nella genga un poco grigia
e un poco chiara
presso il ginepro spoglio
colore dell’inverno,
questo tiepido marzo che declina
del vostro rosso-viola
illuminate?

un giorno, nella casa di pietra,
dentro il bicchiere
chiaro all’inferriata
una ragazza intreccia
i lunghi steli,
guarda lieto colui
che lento avanza
chiuso nella mantella
per il vento
che dal pruno
alza fiori bianchi

padre, la tua stagione
sento dentro il sangue,
a quel tempo appartengo,
a quei sentieri
di sassi bianchi e aspri
e tu fugavi l’ombre
nel cammino,
la tua mano mi guida
tra i dirupi

ora, giù per i fossi
l’acqua è chiara
come nei giorni
più remoti
e persi,
ma l’ombra che mi cerchia
e che m’acceca
non c’è più la tua mano
che la dissolva

gracile primavera
scendi ai miei campi,
così alti e freddi
e ai venti esposti,
la tua fatica compi
eterna e queta,
e questo sa l’anemone
che sempre una gelata
crosta infrange e spezza

di febbraio e di marzo
sono i miei fiori
tenaci com’è tenace
il gelo dentro l’aria
– essere come loro
lo tento invano –
la violaciocca spezza la muraglia
gli anemoni e le viole
escono al sole,
c’è chi resta nel buio,
dentro la terra

marzo 2011

 

 

Il capriolo

il capriolo piccolo

s’è perso,

gemono rami ed erbe

al suo gran pianto,

forse lo trova il lupo,

forse la madre.

 

Soffia

soffia, Jacopo dice

nella sua lingua

così tenera e distante,

soffio vuol dire bacio

dato o ricevuto non è lo stesso?

per te ragazzo mio

che hai dentro il marmo

avvolte membra e mente,

bacio è una cosa umida,

troppo, troppo avvolgente,

tu che le vesti non sopporti

e getti,

ma lento cade il passo

sulla terra

e spesso torni indietro

e poi barcolli,

così diverso dall’elfo

inconoscibile e distante

d’un tempo ormai remoto,

dentro l’acqua lui ride,

e in fondo scende,

qualcosa dell’antica grazia

in te permane,

come quel soffio lieve

più d’ogni abbraccio e bacio,

più d’ogni altro gesto

che gli uomini si scambiano

talora,

è lieto il loro volto

ma non sai

 

e degli antichi greppi

il tulipano con te

cercato e colto

fiera sorella che mi sorreggi

e il passo guidi

tra le verdissime erbe

e l’acqua biancazzurra,

con Jacopo ho rivisto

in altri campi

così fitti e ordinati,

col grano e con gli ulivi,

i solchi netti,

diversi, molto diversi

dalle macchie folte

e dalla chiara genga

della mia Cesana

 

erano tulipani folti

come mai li ho visti

e la bruna madre

scesa tra l’erbe

tanti ne coglie

e ce li porta

la sera poi nel vaso

li dispone,

per  un istante solo

ti sei fermato

e noi tre queti

intorno a quel bel vaso,

la vita che si queta

un solo istante

Aprile 2012

 

Il professor Umberto Piersanti

 

Alessandra Corbetta
www.alessandracorbetta.net

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *